Pubblicato il: 6 gennaio 2018 alle 9:00 am

Leggiamo: Il deserto dei tartari, di Dino Buzzati La Fortezza come la vita, per sfuggire al nulla che ci circonda, sentendosi al sicuro in attesa di un evento straordinario

di Monica Longo.

Roma, 6 Gennaio 2018 – La lettura è un grande piacere della solitudine. Il momento in cui sono diventata una lettrice è stato quando ho scoperto il piacere della solitudine, del silenzio.
Chi non sa stare solo non ama leggere e chi ama leggere sa stare solo. Penso che chi non legge si perde qualcosa, ma quanto sia grande questo qualcosa e importante sta al singolo, nel caso, capirlo.
E’ da qualche giorno che penso a un libro, Il deserto Dei Tartari di Dino Buzzati,
che racconta un po’ della mia vita che è stata, e anche un po’ della mia vita che sempre sarà.
L’ho letto quando avevo circa trent’anni e da quando l’ho terminato ho avuto ben chiaro che a quelle pagine avrei dovuto ritornare più e più volte, perché quelle pagine mi aiutano a ritrovare la via.
Il deserto dei Tartari per chi non lo avesse letto racconta la storia di Giovanni Drogo, un giovane ufficiale assegnato alla Fortezza Bastiani, a vigilare sul confine e impedire l’avanzata dei nemici.
Drogo ha le aspettative che hanno tutte le persone di fronte a un incarico importante, all’occasione che attendeva, e non desidera altro che dimostrare il proprio valore.
La Fortezza, però, non rappresenta più un luogo strategico, un teatro di guerra, è ormai un posto tranquillo e quasi abbandonato da cui si domina il Deserto dei Tartari. Nonostante le aspettative tradite, Giovanni Drogo giorno dopo giorno si abitua alla vita nella Fortezza, ai ritmi e alle abitudini, fino a far diventare quella realtà per nulla desiderata, una realtà accettabile; magari prima o poi arriveranno dei nemici da combattere, chissà.
La Fortezza è un posto conosciuto, è casa: e come ogni casa è tanto conforto quanto prigione. Non è mancanza di coraggio quella di Drogo, affronterebbe qualsiasi pericolo e rischierebbe la vita se servisse, è incapacità di muovere un passo per allontanarsi dal conosciuto.
Uno dei motivi per cui questo romanzo mi è piaciuto così tanto è la struggente malinconia di cui è pervaso.
Il fatto che una tale atmosfera sia riuscita ad emergere da una scrittura tanto diretta e lineare è un vero miracolo, di quelli che solo i grandi autori riescono a compiere. Una sensazione, un’atmosfera, uno stato d’animo che non dimenticherò più. Sicuramente si è già detto e scritto tutto sul senso metaforico di questo romanzo: la ricerca di un senso nella vita, la vita come costante attesa, la vanità dell’attesa, e le continue illusioni e disillusioni, e soprattutto, l’immensa solitudine dell’uomo.
Io so di essere a volte un po’ come Giovanni Drogo, non abbandono facilmente la Fortezza e spero che le cose cambino mentre io sto ferma, affronto qualsiasi cosa ma faccio fatica ad allontanarmi da consuetudini e calore.
Se avete tempo e voglia, e siete un po’ Giovanni Drogo anche voi, leggete Il deserto dei Tartari, e tenetelo sempre su una mensoletta, a portata di mano.
Buon anno a tutti fuori dalla Fortezza.

“Il cavallo trotta allegramente, la giornata è buona, l’aria tiepida e leggera, la vita ancora lunga davanti, quasi ancora da cominciare…”.

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