Pubblicato il: 7 gennaio 2018 alle 11:00 am

Quanto sono cool i gradini del Petraio a Napoli Ancora un itinerario in una delle città italiane più conosciute in tutto mondo grazie alla sua eclatante bellezza e alla sua importante storia, amata e odiata, medaglia con due facce, Giano bifronte, per varie ragioni

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 7 Gennaio 2018 – Come vi abbiamo più volte raccontato, Napoli è una città che possiede anche una bellezza nascosta, lontana dalle strade turistiche, dal fascino celato, ma a chi ha voglia di scoprirla regala angoli di pura meraviglia.

Oltre a monumenti famosissimi– mete obbligate per chi visita il capoluogo campano per la prima volta – in città ci sono tanti piccoli scorci e luoghi nascosti, tutti da scoprire, che (forse) ancora non conoscete: noi vi sveliamo quali. Che siate napoletani doc, d’adozione o solo in visita, vi portiamo a scoprire un percorso che in pochissimi conoscono, ma che vale la pena di essere visto almeno una volta – e che vi resterà nel cuore.

Perdiamoci allora tra le sue vie meno trafficate, sbirciamo nelle finestre socchiuse, affacciamoci nei cortili dei palazzi dalla storia secolare, seri ed austeri all’esterno, incredibilmente vivi e sorprendenti all’interno. O proviamo, come oggi, a salire alla collina del Vomero a piedi, per le scalinate.

Il percorso dei gradini seguiva generalmente l’itinerario delle acque piovane che nel periodo romano, ma anche già in epoca greca, dalle alture scendevano verso il mare, ed erano utilizzati dagli abitanti fino alla costruzione delle funicolari per salire al Vomero, allora ancora caratterizzato da campi- famose le coltivazioni di broccoli-, masserie e stalle.  I primi insediamenti nella zona risalgono all’epoca normanna, quando sul colle di S. Elmo fu edificata una torre di vedetta; in seguito, sotto gli Angioini, sorsero le prime ville e i primi palazzi. Fin dal 1600 le famiglie aristocratiche e nobiliari napoletane presero l’abitudine di rifugiarsi sulla collina per sfuggire alle frequenti epidemie che colpivano la città, come durante la peste del 1656, fino a quando, poco a poco, vi stabilirono le proprie residenze, come la Villa Floridiana, acquistata dai Borbone.

«Jesce sole, jesce sole, nun te fa cchiù suspirà…» cantavano le lavandaie del Vomero, che sembravano numerose già nel Medioevo sulla collina.

L’edificazione del quartiere però si deve al ministro Depretis e al sindaco Nicola Amore, che, alla presenza anche dei reali, posero la prima pietra del rione nel 1885,  quando si costruirono nuove case per i napoletani trasferitisi durante un’epidemia di colera. Ma già in quel momento iniziarono i danni al paesaggio, continuati nel dopoguerra e durante gli anni del boom edilizio, con  l‘occupazione di zone ancora rurali e la costruzione di un quartiere residenziale sempre più vasto, e un vero e proprio esodo di  intere famiglie che, dal centro storico, andarono a popolare, come coloni nel Nuovo Mondo, i nuovi rioni, segnandone la rovina, deturpandola con un’urbanizzazione senza alcun criterio.

Insieme con lo sviluppo urbanistico della collina, delle recenti strade e delle funicolari hanno spesso ricalcato, affiancandole, le antiche salite: dalla Pedamentina, a Calata San Francesco, dalla Salita dell’Infrascata, citata nella popolare canzone Guapparìa di Bovio-Falvo del 1914 (“i’ songo ‘o nammurato ‘e Margarita/ch’e ‘a femmena cchiu bella d’a Nfrascata”), probabilmente chiamata così perché costeggiata da frasche ed alberi, Salita Cacciottoli, dal nome di una ricca una ricca famiglia, il Petraio.

Il Petraio, percorso ricalcato poi dalla Funicolare Centrale, è un luogo magico e silenzioso, quasi un borgo dentro la città, dove potete rilassarvi lontano dal traffico cittadino, andando dalla stazione della funicolare di Montesanto al  Vomero.  Se non vi spaventa arrivare in cima col fiatone – cinquecentotre gradini, venti minuti circa a passo veloce – provate ad affrontare la salita. Il sentiero prende forse il nome dalle pietre che l’acqua raccoglieva qui, perché questo era il percorso dell’acqua piovana. E’ un misto di architetture varie ed interessanti: case tutte abitate, da napoletani ma anche stranieri – alcuni artisti – che qui hanno trovato la giusta dimensione, quasi un Montmartre napoletano: convivono eleganti palazzetti liberty e tipici “bassi”, che qui però hanno finestre panoramiche, verande e terrazzini con ringhiere e inferriate in ferro battuto e piante fiorite e curate, qualche panchina, tanta pace e silenzio. Questo aspetto primordiale doveva aver amato Paul Klee quando arrivò nel 1902. Il pittore svizzero aveva più volte rinviato la partenza per Napoli,  pieno di pregiudizi e riserve. Solo qualche tempo dopo descriveva Genova monotona in confronto a Napoli, una città, a suo dire, che “ha tutto: splendore e miseria”, natura “paradisiaca” e un mare “più mare”.

Ogni tanto incontriamo qualche edicola, qualche stendino per i panni stesi ad asciugare al sole, ma anche tradizionali corde tese da una finestra a quella di fronte, come nelle più classiche foto di Napoli, qualche scopa e paletta appese al muro esterno. Le facciate sono grigie, ma spesso rosa o gialle. La suggestione è infinita. Se non si sapesse di aver lasciato la centralissima Via Toledo da qualche metro si avrebbe l’impressione di trovarsi a vivere un secolo fa, e di aspettarsi di vedersi affacciare alla finestra, tra le piante rampicanti e i muschi, una Catarì, una Malafemmena, una Reginella.

E poi incroci arditi di rampe, pendenze variabili, che permettono finalmente di prendere fiato.

L’aspetto che colpisce di questi sentieri sono i panorami, magici scorci visibili da alcuni punti strategici: si gode del paesaggio via via che si sale, ogni passo una conquista, un panorama sempre più abbozzato.

Ma una volta in cima, come ad esempio a San Martino, è uno spettacolo: si scorge il mare, ovviamente, ma anche i tetti, le terrazze, le cupole, si indovina la geografia della città appena lasciata, il lungomare, da Santa Lucia a Posillipo, Castel dell’Ovo, il Maschio Angioino, Piazza del Plebiscito, il porto, il promontorio di Posillipo, l’isola di Capri, Spaccanapoli, la  stradina che divide il centro di Napoli in due, e, ovviamente, il Vesuvio.

Un po’ rurale un po’ hipster, come oggi va di moda, il Petraio ha un fascino che lo rende un posto molto cool.

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