Pubblicato il: 7 gennaio 2018 alle 9:17 am

Vitigni, le nuove sfide da affrontare sono il clima e il riciclo degli scarti di lavorazione Intanto il sud del Paese deve recuperare un gap di decenni con altri territori dove viti e vino sono una vera e propria ricchezza

di Aldo Morlando.
Roma, 7 Gennaio 2018 – Tra i doni della terra, probabilmente l’uva è quello più straordinario. E lo è per il legame che ha saputo stringere con l’uomo nel corso dei secoli, al punto da divenire, attraverso il vino, compagnia costante di donne e uomini, presenza immancabile in tutti i momenti: in quelli di gioia come in quelli di dolore, quando c’è da festeggiare e quando bisogna dimenticare.

Stando a un recente studio dell’Università di Harvard, pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, il cambiamento climatico cambierà anche il vino: sarà necessario variare i vitigni, utilizzando quelli che più si adattano alle nuove condizioni di temperatura e piogge. «Con l’aumento delle temperature sarà difficile per molte regioni continuare a coltivare i vitigni attuali – ha spiegato Elizabeth Wolkovich, coordinatrice del team di ricerca -. Alcune varietà esistenti si sono adattate meglio a climi più caldi e tollerano meglio la siccità rispetto alle 12 che alimentano l’80% del mercato. Dovremmo studiarle per prepararci al cambiamento climatico».

Si impongono, dunque, nuove sfide per un comparto che, solo nel nostro Paese, tra i più ricchi di biodiversità viticola, conta circa 2.300 vitigni, dei quali 513 iscritti al Registro nazionale delle varietà. Sul vino e sulla vite si sono creati veri e propri imperi economici, si pensi, ad esempio, alle Langhe dove le quotazioni dei vigneti, da una recente indagine di WineNews, sono tra 1 e 1,5 milioni di euro ad ettaro, con punte di 2 milioni.

E vi sono immagini e storie che, da sole, rappresentano una ricchezza crescente e formidabile, un patrimonio da vendere al mercato del turismo che chiede sempre più, negli ultimi anni, percorsi alternativi, coinvolgimenti sensoriali, lentezza. E chi meglio dei luoghi del vino può offrire tutto questo? Lo scatto del fotografo Domenico Orfitelli (nell’articolo) fissa un momento della vendemmia in un angolo del sud dove ancora molto si può e si deve fare per dare a questa attività una connotazione realmente economica, vicina se non alla pari delle Langhe e delle terre del Chianti.

Oggi su Avvenire online si parla di una azienda faentina (13mila soci conferitori, 32 cantine sociali) che “ha investito circa cento milioni di euro per la creazione di un sistema per recuperare completamente gli scarti di lavorazione dell’uva e delle potature”. Su 171mila circa di tonnellate di rifiuti in uscita, solo l’1% va in discarica. “Il resto finisce in meccanismi virtuosi che coinvolgono almeno quattro ambiti diversi: l’estrazione di polifenoli dai vinaccioli (per uso enologico ed alimentare), oltre che di enocianina e acido tartarico (sempre per gli usi enologici), la conquista dell’autosufficienza energetica e lo sfruttamento delle rinnovabili; il recupero delle acque e la creazione di compost, anche per le culture biologiche”. Con quale risultati? Intanto un’attività produttiva compatibile con l’ambiente; poi il quasi azzeramento della dipendenza da fonti energetiche convenzionali. E un fatturato di oltre 300 milioni.

«Quando, in autunno, raccoglierete l’uva dalle vigne per il torchio, dite in cuor vostro: “Anch’io sono una vigna, e i miei frutti saranno raccolti per il torchio, e come vino nuovo sarò tenuto in botti eterne”». Kahlil Gibran, Il profeta, 1923
(Foto di Domenico Orfitelli per neifatti.it)
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