Pubblicato il: 10 gennaio 2018 alle 12:00 pm

… Subeto che l’aucielle gridaro: viva lo sole! Le strane favole in antico dialetto napoletano raccontate da G.B. Basile

di Caterina Slovak.

Roma, 10 Gennaio 2018 – “C’era una volta una donna gravida di nome Pascadozia, che, un giorno, affacciandosi ad una finestra, notò uno splendido giardino colmo di prezzemolo di proprietà di un’orca…Passarono i mesi e la donna mise al mondo una bambina straordinariamente bella con un insolito ciuffo di prezzemolo sul petto. Fu chiamata per questo Petrosinella…”.

Questo inizio di fiaba non è Raperonzolo o Cenerentola, bensì la meno celebre Petrosinella, tratta da “Lo Cunto de li Cunti” di  Giambattista Basile. E’ un libro di fiabe, abitate da esseri umani e soprannaturali come fate, orchi, animali parlanti…trattenimento per il popolo ingenuo e per i bambini, che risalgono a un’imprecisata antichità, considerata poi dalla moderna filologia importante documento per la storia del genere umano e per la psicologia popolare.  Sembra di vedere, leggendole, la faccia grinzosa di una delle vecchie novellatrici del libro, come dovevano essere a quei tempi, sull’uscio di casa. Di certo qualcuno di noi ha ascoltato quei racconti magari dalla voce dei nonni.

L’autore recupera materiale legato all’oralità, come quello proveniente dal teatro da strada, dalle leggende e dai detti popolari, ma utilizza anche documenti della letteratura colta, come le facezie, la novellistica umanistica, gli exempla medievali, componendo così il suo capolavoro.

Fino ad allora Basile era stato autore di poesie e canzoni, spesso eseguite dalla sorella Adriana, la stessa che curò la pubblicazione postuma del Cunto de li cunti. Di imprecisate origini napoletane (Alberto Asor Rosa lo indica come nato a Giugliano nel 1566), si arruolò ai primi del Seicento nell’esercito veneziano di stanza a Creta. Nel 1608 fece ritorno a Napoli, dove rimase, salvo brevi parentesi (soggiornò presso la corte di Mantova e fu governatore di Avellino, di Aversa e Giugliano) per tutto il resto della sua vita, finché morì durante un’epidemia d’influenza.

«Il primo e il più grande di tutti i racconti della nostra tradizione in dialetto napoletano» descrive il libro Raffaele La Capria; il «Boccaccio Napoletano», così Benedetto Croce definisce Basile. Invece, dopo il successo iniziale, nel nostro paese il Cunto è stato stranamente dimenticato. Non così nel resto d’Europa, dov’è stato tradotto ed è servito da ispirazione  a vari autori, da Perrault, a Brentano e i fratelli Grimm.

Da Boccaccio lo scrittore desume la struttura del suo Pentamerone: cinquanta fiabe per cinque giornate, tutte collegate tra loro, e racchiuse in una cornice generale. E’ il “cunto” della plebe napoletana, la sua epopea. Dal libro spuntano i suoi personaggi, le sue fate, i suoi orchi, i suoi Re, i suoi Principi, i pezzenti, i miserabili, le sue Zezolle, Vastolle, Renzolle, Petrosinelle, i suoi Cienzo, Nardaniello, Milluccio, Canneloro che declinano il repertorio classico, morale finale compresa e giusta punizione finale per la malignità o l’avidità. E poi la violenza, lo scherzo, l’elemento strano, curioso, raccapricciante, magico, l’incantesimo, la maledizione.  Come quella che scaglia una vecchietta a una principessa che ha osato ridere di lei, o quella che ha colto il Principe di Camporotondo, che giace addormentato in una tomba. Il Cunto è una cattedrale di stile, di retorica, d’invenzione, di “barocco”, fondata su uno studio nelle profondità ancestrali della cultura contadina.

Importante nell’alchimia linguistica del Cunto è anche la componente teatrale, soprattutto nei monologhi dei personaggi, il cui linguaggio sembra derivare dai repertori della Commedia dell’Arte, sia che parli un essere umano che un animale. E molti sono gli animali parlanti, come in Cagliuso, ragazzo poverissimo che riceve in eredità una gatta, senza immaginare che sarà proprio lei a renderlo ricchissimo, iniziando da quando, ogni mattina, sulla spiaggia di Chiaia, con le sue zampette afferra qualche grosso cefalo o una bella orata, o quando va a caccia, nella palude o agli Astroni, finché fa diventare barone il suo padrone.

I sentimenti frequenti sono il senso dell’amicizia, la riconoscenza, ma anche l’invidia: Canneloro  diventa re, cade in un grande pericolo, e l’amico Fonzo, per virtù di una fontana e di una mortella, viene a sapere delle sue disavventure e va a liberarlo; Zezolla, umiliata dalla matrigna,  per virtù delle fate, dopo varie vicende, si guadagna un re per marito (La Gatta Cenerentola); Ninnillo e Nennella, la cui matrigna li odia tanto che li porta in un bosco dove si separano, ma poi Ninnillo diventa  cortigiano di un principe e Nennella, dopo un naufragio, è inghiottita da un pesce fatato e, finita su uno scoglio, è riconosciuta dal fratello e fatta sposare dal principe con una ricca dote.

Le ragazze sono belle, ingenue, pure, timide, a volte violentate, umiliate, e allora non esitano a mostrare gli artigli, come quella che uccide la matrigna spezzandole l’osso del collo sotto il coperchio di un «cascione».

Novellatrici e anche molte protagoniste sono le vecchie: chiacchierone, sempre sciancate, storte, nasute, scartellate (= gobbe)… furbe e sempre un po’ streghe, come in quella novella in cui il re di Roccaforte s’innamora della voce di una vecchia e, ingannato da un dito succhiato, la fa dormire con lui. Poi, accortosi della pelle avvizzita, la fa gettare dalla finestra, ma quella, rimasta appesa a un albero, per un incantesimo diventa una bellissima ragazza e il re se la prende in moglie, mentre l’altra sorella, invidiosa della sua fortuna, per farsi bella, si fa scorticare viva e muore.

Le ambientazioni sono i quartieri di Forcella, di Porta Capuana, di Piazza Mercato, le zone di caccia degli Astroni, stagni, spiagge napoletane, palazzi favolosi e misere catapecchie, folle vocianti nei vicoli e nobili solitari e malinconici. Riscopriamo l’eterno fascino della fiaba, magari nella traduzione dal napoletano antico di Roberto De Simone, e conosceremo Napoli com’era, e forse com’è, imperfetta e chiassosa, perché “Signori miei, se ci dà fastidio il rumore, la confusione, allora andiamo a vivere in Svizzera” (Così parlò Bellavista, Luciano De Crescenzo)

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