Pubblicato il: 14 gennaio 2018 alle 10:00 am

Napoli e l’esperienza multisensoriale del mercato della Pignasecca Nel cuore pulsante della città, da visitare assolutamente. Un'esplosione di colori, di luci, di Mediterraneo

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 14 Gennaio 2018 – Se salite su dal buio della metro Montesanto o state per avventurarvi nella ferrovia Cumana (la linea ferroviaria che collega il centro di Napoli con Pozzuoli e la costa flegrea), vi trovate all’improvviso spiazzati, abbracciati, circondati, piacevolmente sorpresi da quel teatro a cielo aperto che è il mercato della Pignasecca, dove si può toccare con mano – e non è un modo di dire – tutto quello che avete sempre letto o sentito di Napoli.

Ci sono passata così tante volte… Deviavo anzi apposta il percorso per scendere nella Pignasecca, e ogni volta mi ritrovavo allegra e di buon umore, contagiata da quel rumoroso, caotico caos profumato e colorato del suk Napoletano. Autentico spaccato della vita di una Napoli antica, il mercatino della Pignasecca è una realtà prettamente campana, nostra, napoletana. Affascinano sempre i venditori di pesce che urlano le loro meraviglie: dalle cozze, ai calamari, ai polpi. Per loro naturalmente tutto è ottimo e fresco e solo da loro lo si deve acquistare. Le assordanti “grida” per attirare l’attenzione della gente – già nel Satyricon di Petronio, si legge di questa strana usanza napoletana utilizzata per promuovere le proprie merci! – creava un vero e proprio coro come un’opera unica. Da Magne, vive e te lav’ ‘a faccia! del venditore di angurie a ‘E mmaruzze … ‘e mmaruzze, Ostriche d’o Fusaro, Ammarielle vive (gamberetti), i pittoreschi richiami dei venditori ambulanti pervadevano le strade, e si imprimevano nella nostra memoria, musicali espressioni di cultura popolare, molte perdute nel tempo, altre sopravvissute alla modernità, che caratterizzano tuttora la frenetica vita del mercato.

Situato nella zona dei Quartieri Spagnoli di Napoli, alle spalle dell’altrettanto movimentata e centralissima via Toledo, il pittoresco mercatino della Pignasecca è il più antico mercato all’aperto della città, con i commercianti organizzati in piccole botteghe che invadono i marciapiedi e la stessa strada, banchi di pesce, frutta, verdura, ma anche fritture e dolci tipici da consumare in strada. Tutta la merce fa sfoggio di sé e sembra uscire dalle vetrine per migrare allegramente sulle bancarelle, perché come diceva Matilde Serao “il venditore napoletano vuol vendere nelle strade”.

Ma perché si chiama “Pignasecca”?

Il toponimo ha due versioni e ve le raccontiamo entrambe, e tutte e due risalgono al 1500, quando questa zona si trovava direttamente a ridosso delle mura cittadine. Pedro Alvarez de Toledo y Zuniga, nato a Salamanca, grazie al matrimonio con Maria Osorio y Pimentel diventò marchese ed entrò così alla corte dell’imperatore Carlo V d’Asburgo che, al tempo, regnava anche su Napoli, città tormentata da problemi gravissimi come fame, miseria, morte a causa di epidemie, come quella violentissima di peste nel 1529 che aveva causato il decesso di oltre 60.000 napoletani, e dei saccheggi e crudeltà dei pirati barbareschi. Nel 1532, per tentare di risolvere i problemi, Carlo V decise di inviare a Napoli, come viceré, Don Pedro, noto pugno di ferro. Ed ebbe ragione, poiché in pochissimi anni il nuovo governatore trasformò la città, a cominciare da strade e palazzi devastati dalla peste e dalle scorrerie. E la via a lui intitolata fu l’esempio di questa riurbanizzazione . Don Pedro trasformò l’indifesa città in una delle roccaforti più impenetrabili del vasto impero spagnolo: le mura furono potenziate mentre fu ricostruito Castel Sant’Elmo per proteggere dall’alto, grazie ai suoi potenti cannoni, l’intera città.

Il viceré si preoccupò anche di costruire nuove zone residenziali per ospitare la nobiltà spagnola: venne così creata la zona di Santa Chiara e le case per i militari di stanza a Napoli, i “Quartieri Spagnoli” appunto. Nel 1540 Don Pedro fondò anche l’Ospedale di San Giacomo, attuale Palazzo di città, per offrire assistenza sanitaria ai militari spagnoli e, al suo interno, fece erigere la Real Basilica di San Giacomo degli spagnoli. Per costruire la via maestra che collegasse il mare al centro storico, via Toledo, gli orti che sorgevano in zona dovettero essere distrutti. Solo un pino – la “pigna” – sopravvisse allo spianamento, ma poi seccò. E di qui il nome della zona.

Secondo l’altra versione, sempre nel ‘500 il mercato esisteva già e, grazie alla salubrità del posto, era chiamato “Biancomangiare”. Alla distruzione degli orti per la costruzione di via Toledo sopravvisse il solito pino, su cui alcune gazze crearono il loro nido, dove custodivano i gioielli rubati; ma gli abitanti, esasperati dai continui furti, si rivolsero all’arcivescovo, che lanciò una scomunica vera e propria contro le gazze, inchiodando la bolla al tronco. In seguito a questo atto così drastico, il pino seccò a poco a poco e, da allora, il “Biancomangiare” è rimasto per tutti “Pignasecca”.

Quale che sia l’origine del nome, resta un luogo della memoria che ha affascinato tutti.

Cosa possiamo comprare? Ovviamente pesce e molluschi freschi, frutta e ortaggi, frutta secca e dolci, fritture e dolci tipici da consumare in strada che oggi si chiamano street food ma che a Napoli esistono da sempre, capitoni che durante il periodo natalizio sopravvivono fino alla vigilia in enormi vasche, capi d’abbigliamento, accessori e cd musicali, con prezzi molto accessibili. E poi lasciatevi inebriare dalla sinfonia degli odori, entrate nella nuvola che si sprigiona dalle bancarelle, dall’olio fritto, il formaggio forte, l’aceto acuto, il baccalà che sta spugnando (ammollando) in una bacinella…

Questa è la Pignasecca. Una enclave orientale nel caleidoscopio dei tanti mondi napoletani, anche se con gli anni accanto agli storici chioschi con i pomodorini vesuviani appesi in bella mostra, si sono affiancati gli immancabili presidi cinesi o i rivenditori di merce contraffatta.

Potrete anche approfittare per visitare le chiese di Santa Maria di Montesanto e di San Nicola alla Carità. Dall’alto domina la strada la Chiesa di Santa Maria di Montesanto, costruita nel XVII secolo da una comunità di Carmelitani siciliani stabilitisi in città qualche anno.

L’Augustissima Arciconfraternita ed Ospedali della SS. Trinità dei Pellegrini e Convalescenti venne fondata a Napoli nel 1578 da sei artigiani per assistere i pellegrini diretti ai maggiori santuari italiani della cristianità, in transito per la città. Nel corso del Settecento fu aggiunta l’attuale chiesa opera di Carlo Vanvitelli. Nel 1809 i francesi decisero la soppressione dell’ospedale; il malcontento popolare e le forti proteste fecero sì che l’ospedale riaprisse. Nel 1816 fu aperto il primo reparto di chirurgia per far fronte ai numerosi feriti di guerra e nel 1968 per legge l’attività sanitaria passò alla sfera pubblica. Attualmente l’Ospedale Pellegrini, pur tra i problemi dovuti alla vetustà della struttura, vanta uno dei pochissimi Pronto Soccorso Oculistico con un centro di Prelievo e Trapianto della Cornea che è diventato importante riferimento per la Campania.

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