Pubblicato il: 17 gennaio 2018 alle 9:00 am

Razzismo, fanatismo e “razza bianca”: perché oggi è necessario rileggere la lezione di Voltaire Il trattato del grande filosofo rappresenta il primo strumento di lotta contro i soprusi: «L’animo umano deve lasciare spazio solo ai sentimenti di tolleranza perché quest’ultima non ha mai provocato guerre civili»

di Arcangela Saverino.

Roma, 17 Gennaio 2018 – Il XXI secolo ci vede impegnati in un processo di integrazione con le culture diverse dalla nostra a cui appartengono gli uomini provenienti da altri Paesi che oggi abitano e popolano le nostre città. A tale fine, è necessario abbandonare i pregiudizi, soprattutto di carattere religioso: l’intolleranza verso le religioni diverse dalla nostra, infatti, costituisce il principale ostacolo a tale processo di integrazione culturale e sociale.

Proprio l’intolleranza, invece, sembra essere riemersa prepotentemente nei tempi moderni come meccanismo che regola i rapporti tra le singole persone, tra i popoli, tra i gruppi. La violenza dell’uomo sull’uomo è oggi il mezzo abituale per calpestare, distruggere e torturare al fine di spazzare via gli ostacoli, vincere le paure ed eliminare gli altri, diversi ed estranei. La violenza assicura gli individui e li fa sentire vincenti.

In tale contesto riemerge l’attualità del testo Trattato sulla tolleranza di Voltaire, l’illuminista francese impegnato nella lotta, sia filosofica sia politica, a favore del principio di tolleranza, già presente nell’età classica greco-romana, ma che viene sviluppato e diffuso da due tra i più grandi filosofi dell’età moderna, Locke e Voltaire. Una lotta contro ogni forma di fanatismo. La sua opera è un meraviglioso manifesto di libertà scritto quando la violenza e la paura tenevano in ostaggio una Francia dilaniata da guerre tra cattolici e protestanti.

Il contesto storico in cui nasce il Trattato

Dopo la Pace di Westfalia (1648), che segna la fine della Guerra (di religione) dei Trent’anni, in Europa affiora l’esigenza di parlare di tolleranza religiosa. Il Trattato di Voltaire nasce, pertanto, in un contesto ideologico-culturale intriso di pregiudizi, barbarie e fanatismo e, per tale motivo, esso rappresenta uno strumento di lotta contro i soprusi.

L’illuminista accusa la Chiesa e lo Stato per non aver esitato a condannare a morte un innocente, prendendo spunto da un fatto di cronaca, la vicenda di Jean Calas, un negoziante ugonotto che vive con la moglie e i figli a Tolosa, una delle città più bigotte della Francia, dove ogni anno si festeggia la morte di 4000 ugonotti, avvenuta due secoli prima durante la notte di San Bartolomeo. Il maggiore dei figli, Marc Antoine, si suicida poiché non può intraprendere la carriera di avvocato, per la quale occorrono certificati di cattolicità che non possiede. La famiglia lo trova impiccato la sera del 13 ottobre 1761, ma, ben presto, si diffonde la voce che il padre lo abbia ucciso per impedirgli di convertirsi al cattolicesimo e abbia inscenato il suicidio con l’aiuto della famiglia. Jean Calas, nonostante la mancanza di prove, viene condannato a morte per ruota, cioè torturato il 19 marzo 1762, ma la sua colpa è solo quella di essere calvinista in una Francia governata da cattolici: “Non c’era, e non poteva esserci, alcuna prova contro la famiglia; ma la religione tradita sostituiva le prove”.

L’insegnamento di Voltaire

Voltaire intraprende una battaglia contro i pregiudizi religiosi e l’ignoranza, al fine di smuovere le coscienze, proponendo concrete riforme istituzionali, giuridiche ed amministrative. Egli, da buon illuminista aperto con l’altro e con il diverso, all’interno del suo Trattato confronta i diversi paesi europei come prova della loro tolleranza religiosa e della loro visione cosmopolita. Germania, Inghilterra e Olanda hanno anch’esse conosciuto gli orrori delle guerre di religione, ma ora in questi paesi si professa la libertà e la parità di diritti tra le diverse confessioni religiose. Anche l’India, la Grecia, la Persia e la Tartaria sono ispirati al principio della tolleranza, come il Giappone che, in passato, ammise nel suo territorio dodici diverse religioni: solo quando subentrò la tredicesima, quella dei gesuiti, che pretese che tutte le altre sparissero, si scatenò una guerra civile che costrinse il Giappone a chiudere le porte all’Occidente.

Il filosofo demolisce anche l’idea che i Romani perseguitarono i primi cristiani, dimostrando che tale persecuzione ebbe ragioni diverse, di Stato e non di religione: “Tra gli antichi Romani, da Romolo fino ai tempi in cui i cristiani si scontrarono con i sacerdoti dell’impero, non trovate alcun uomo perseguitato per le sue convinzioni. Cicerone dubitò di tutto, Lucrezio negò tutto; eppure non venne fatto loro il minimo rimprovero”. Fa appello alla visione positiva dell’uomo, alla sua capacità di ragionare e alle facoltà razionali del genere umano: “Supplico il lettore imparziale perché pesi queste verità, perché le rettifichi e le propaghi. Gli attenti lettori che si comunicano i loro pensieri sono sempre più efficaci dell’autore stesso”. E, muovendo dal fatto che l’intolleranza è propria degli uomini, parte dal Cristianesimo come esempio: la religione che ha imposto la sua verità cercando di mettere a tacere ogni critica alla propria dottrina, come ci ricorda la storia delle eresie e delle persecuzioni che sono state commesse in nome della religione cattolica: “La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all’errore. Non resta, dunque, che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani”.

L’insegnamento di Voltaire sta proprio in questo: il fanatismo religioso non può e non deve trovare dimora nell’animo umano che deve lasciare spazio solo ai sentimenti di tolleranza perché quest’ultima non ha mai provocato guerre civili, mentre l’intolleranza non ha fatto altro che ricoprire le terre di massacri. Tale insegnamento muove dalla considerazione che il diritto umano si fonda su quello naturale e alla base di entrambi vi è l’assioma “non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te”, che impedisce di ammettere l’intolleranza come un diritto: non è possibile uccidere, torturare, negare diritti ad un altro uomo solo perché non crede a quello che crediamo noi.

La preghiera a Dio

Voltaire conclude la sua opera rivolgendo una preghiera a Dio. Sa di non essere ascoltato e capito dagli uomini e, allora, si rivolge al Creatore affinché, attraverso la sua intercessione, animi in loro il sentimento di fratellanza, scevro da ogni diffidenza nei confronti delle idee religiose altrui. Alla base della preghiera vi è la sua concezione deista della religione, ovvero l’idea di un Dio, di un ente supremo, ordinatore dell’universo, che non si identifica in alcuna confessione religiosa. Il deismo, infatti, rifiuta qualsiasi dogma o autorità religiosa, poiché si fonda sul convincimento che la ragione consenta all’uomo di ideare una religione naturale, razionale e autosufficiente, capace di spiegare il mondo. Una religione fondata non su testi sacri, ma sulla ragione che, da sola, può dare spiegazione e giustificazione dell’uomo, sebbene esista una divinità che presiede al funzionamento dell’universo e che non tollera una presunta superiorità rispetto ad altre divinità.

L’attualità dell’insegnamento di Voltaire sulla tolleranza

A distanza di due secoli le parole di Voltaire appaiono più che mai attuali. Il fanatismo religioso, l’intolleranza e il diniego dei diritti e delle libertà altrui dilagano tra gli uomini, “e questo accade ai nostri giorni, in un tempo in cui la filosofia ha fatto tanti progressi!”, per citare le sue stesse parole. “Sembra che il fanatismo, da un po’ di tempo indignato per i progressi della ragione, le si ribelli con più rabbia che mai”. L’attualità della lezione voltairiana sta nel fatto che la tolleranza, oggi più che mai, deve essere una condizione imprescindibile di convivenza, senza la quale è impossibile qualsiasi forma di coesistenza tra essere umani civile e pacifica. Il suo contrario è il fanatismo, che Voltaire definisce come “una malattia quasi incurabile”. Siamo abbastanza religiosi per odiare e perseguitare, e lo siamo troppo poco per amare e per soccorrere.

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