Pubblicato il: 18 gennaio 2018 alle 8:30 am

«J’accuse», la ricerca della verita’ del vero giornalista ai tempi delle “fake news” La lezione di Émile Zola riletta a distanza di anni si può adattare ai tempi e ai contesti più differenti, ma l’informazione deve ripensare il ruolo

di Caterina Slovak.

Roma, 18 Gennaio 2018 – C’è chi dice che i giornalisti di oggi siano troppo legati agli uffici redazionali e lontani dalla strada e dalla gente, da quel giornalismo romantico fatto di viaggi avventurosi e inchieste memorabili. Internet, poi, ha offerto numerosi  vantaggi, ma anche non pochi lati negativi, dalla difficoltà di verifica delle informazioni alla facilità con cui esse possono essere adoperate per sfruttare la credulità popolare, ai fake. E gli Stati nazionali esercitano purtroppo ancora un forte controllo dell’informazione e della sua diffusione e accessibilità.

La celebre invettiva del titolo è legata all’affaire Dreyfus. Zola, prima semplice impiegato alla casa editrice Hachette e poi giornalista – e scrittore – si schiera dalla parte del capitano Dreyfus, francese di origine ebrea, accusato di alto tradimento (di aver rivelato informazioni segrete all’Impero tedesco), vedendo in lui la vittima sacrificale di una violenta ondata di antisemitismo. La sua lettera intitolata: “J’accuse, lettera aperta al presidente della Repubblica Félix Faure” e pubblicata sulla prima pagina de “L’Aurore” il 13 gennaio 1898 sarà la causa di un vero e proprio scandalo: Zola accusa infatti una serie di capi militari di aver confezionato delle prove false contro Dreyfus. Il cosiddetto “Affaire Dreyfus” divenne un vero e proprio caso di Stato, finendo per spaccare l’intera popolazione francese in dreyfusards ed antidreyfusards, innocentisti e colpevolisti, come in tutti i grandi processi.

Dopo un processo sommario, Dreyfus venne condannato all’ergastolo da scontare nel bagno penale dell’isola di Caienna. La coraggiosa requisitoria di Zola provocò tuttavia la riapertura del caso, ma lui fu condannato ad un anno di carcere ed a tremila franchi di ammenda per vilipendio delle forze armate. Il capitano fu poi riabilitato e reintegrato nell’esercito.

Una piccolissima frase, «j’accuse», è entrata nell’uso corrente come potentissima locuzione anti-potere, usata  ogni volta che un giornalista  denuncia pubblicamente un sopruso o un’ingiustizia, che difende quei valori di libertà ed indipendenza nei confronti dell’autorità istituzionale.

Qual è la situazione oggi? Il giornalismo ha ancora da raccontare e rivelare? Forse ancora più di ieri, a dispetto di coloro che lo considerano spacciato per gli effetti della rivoluzione digitale in atto.

Nell’opinione pubblica c’è purtroppo chi concorda col pessimismo estremo di Tiziano Terzani, che accusa alcuni colleghi di “contiguità, ossequio e servilismo nei confronti del potere”, e in verità il giornalista generalmente è al servizio di chi lo paga, e per forza di cose, quindi, non può avere opinioni troppo personali. A volte, folgorato sulla via di Damasco, sposa una causa politica. Egli parla di ciò che vede, di ciò che ascolta in prima persona, di ciò che legge, poco o niente di se stesso, se non indirettamente, attraverso i propri commenti. Il giornalista non scrive un diario, ma fatti di cronaca (nera, rosa, politica, sportiva…), anche quando fa riflessioni teoriche.

Può permettersi il lusso di dire ciò che per un comune cittadino sarebbe impossibile, ma è un anello dell’ingranaggio del sistema: se non lo è lui personalmente, lo è certamente il giornale per cui lavora.

Gode della libertà di stampa, punto cruciale del discorso, l’unica vera arma contro le tentazioni autoritarie del sistema, cioè ha il potere di criticare un governo e le istituzioni di uno Stato, anzi, la libertà di stampa è la conditio sine qua non della democrazia, “uno dei pilastri”, per citare solo Norberto Bobbio. Perché il  giornalista, se vuole, può anche far cadere un governo o farne dimettere un ministro.

Quando l’informazione non è convenzionale. Ed è successo, non solo ai tempi di Zola: solo per citare fatti del XX secolo, alcune memorabili inchieste giornalistiche, condotte da persone mosse da appassionata curiosità e senso del dovere per il servizio pubblico – diciamo missione? – hanno davvero cambiato il volto della politica o comunque della situazione contingente, come ad esempio quella del 1972 del Sunday Times, che con grande coraggio denunciò la potente azienda farmaceutica Distillers, distributrice del Talidomide, potente psicofarmaco che, somministrato alle donne nei primi mesi di gravidanza, causò malformazioni in migliaia di neonati, anche in Italia.  Grazie proprio alla denuncia del settimanale, le mamme inglesi furono risarcite e perfino la Corte Europea dei diritti dell’uomo ammise  che quest’inchiesta era stata decisiva.

E come non ricordare lo scoop forse più famoso della storia: lo scandalo Watergate. Bob Woodward e Carl Bernstein, due giovani reporter del Washington Post, partendo da alcune attività di spionaggio e intimidazione ai danni di esponenti del Partito Democratico fatte da uomini legati a Richard Nixon, portarono in due anni alle dimissioni il Presidente degli Stati Uniti.

Più recentemente il Guardian nel 1995 raccontò che Jonathan Aitken, sottosegretario al Tesoro del governo conservatore britannico di Major e con tutte le carte in regola per diventare il futuro premier inglese, era coinvolto in una vendita di armi illegali da cui avrebbe tratto indubbi e illeciti guadagni. Il tribunale confermò le accuse del giornale e il sottosegretario fu condannato a 18 mesi di reclusione.

Determinanti poi i coraggiosi reportage di due donne che hanno pagato con la vita il loro impegno per la verità, come Anna Politkovskaia, giornalista russa del quotidiano Novaya Gazeta, sempre in campo per i diritti dei ceceni e dura oppositrice del regime di Vladimir Putin, assassinata nel 2006 a causa proprio delle sue denunce che svelarono al mondo le atrocità e le sevizie dei soldati russi sui civili nella regione caucasica, o di Veronica Guerin, che denunciò il narcotraffico irlandese.

Risalgono a pochi anni fa  gli scoop del 2009 e  2010 del Daily Telegraph e del News of the World: il primo sui rimborsi spesa gonfiati dai parlamentari britannici che ha causato tante dimissioni e ha portato diversi politici in carcere, il secondo sulle scommesse nel mondo del cricket denunciato dall’ormai ex tabloid britannico che raccontò ai suoi lettori come il match tra Inghilterra e Pakistan fosse stato truccato in cambio di 200 mila euro.

Parlando di italiani, è ancora vivissimo il ricordo di Giancarlo Siani, vittima giovanissima della camorra per i suoi articoli che denunciavano attività criminose, di Ilaria Alpi , assassinata a Mogadiscio insieme al suo cineoperatore Miran Hrovatin, mentre indagava su traffici illeciti di rifiuti e di armi, o di Oriana Fallaci , indimenticabile reporter di guerra e scrittrice, dello stesso Tiziano Terzani, che lavorò essenzialmente per il periodico tedesco “Der Spiegel” ma oggi considerato uno dei migliori reporter italiani del XX secolo, fino a Enzo Baldoni, Pippo Fava, Walter Tobagi, Joe Marrazzo, via via alle misteriose vicende di Pier Paolo Pasolini e Mauro De Mauro.

Ancora oggi, quindi, il dovere del giornalista è il dovere della libertà, del non fidarsi mai di quello che gli viene dato per certo, perché la verità assoluta non esiste, ma ne esistono pezzi da cercare ogni volta con sforzo e dedizione. Lavoro e fatica. E tempo, che sembra non esistere più oggi.

Chiudiamo col nostro Zola: “Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice (…) io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto”.

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