Pubblicato il: 22 gennaio 2018 alle 7:10 am

«Io, veronese, tifoso del Napoli e… di Giacomo Leopardi» Il professor Gilberto Lonardi, uno dei massimi studiosi dell’opera del poeta di Recanati, rivela il suo amore per gli azzurri: «Hanno un gioco magnifico. Sarri? E’ un platonico, rincorre la forma pura»

di Giuseppe Picciano.

Verona, 22 Gennaio 2018 – Un veronese che tifa Napoli equivale a un uomo che morde un cane: notizia giornalisticamente perfetta. Se poi l’ammiratore della truppa di Sarri è un intellettuale finissimo, unanimemente considerato tra i massimi esperti e divulgatori dell’opera di Giacomo Leopardi, la circostanza è davvero affascinante. Per la verità Gilberto Lonardi, professore emerito dell’Università di Verona, per decenni docente di Letteratura italiana in quell’ateneo, ha più di un legame con il capoluogo campano. Da studioso appassionato del genio di Recanati, al quale lo lega peraltro una curiosa rima onomastica, è stato da giovane sui luoghi che furono di Leopardi, tra Napoli e Torre del Greco, visitando la celebre Villa delle Ginestre, all’epoca in condizioni fatiscenti.

Nel 2015 vinse il premio nazionale letterario “La Ginestra” perché, come scrisse nella motivazione il comitato scientifico dell’Università Federico II, «attraverso un magistrale esercizio di archeologia della memoria poetica, ha saputo raccontare la modernità di Leopardi».

Professor Lonardi, la storia sociale del calcio in Italia ci racconta che in genere gli italiani del Sud senza grandi squadre di riferimento si siano innamorati, tra gli anni ’30 e gli anni ’60, di Juve, Inter e Milan, le tre grandi del Nord. Lei invece, nato a cresciuto all’ombra dell’Arena, ha fatto il percorso inverso diventando tifoso del Napoli. Com’è stata possibile una cosa del genere?

«Intanto tifoso è un aspetto parossistico che non mi si attaglia più, quella è una dimensione giovanile della passione sportiva. Diciamo che sono un fervente ammiratore del Napoli da quando c’è Maurizio Sarri, che ha saputo dare alla squadra un gioco eccellente, introducendo interessanti novità tecniche considerando che nel calcio di assoluto non può esserci più nulla. Gli azzurri giocano in maniera entusiasmante, divertendosi e divertendo, ricordando per certi versi le trame del Barcellona. A tratti è una macchina perfetta. Di Sarri apprezzo la carica umana, semplice, genuina e anticonformista. E’ un uomo che non ama l’etichetta e che senza peli sulla lingua sa sfidare il suo datore di lavoro, naturalmente anti antipodi, narciso e autoreferenziale. Tuttavia a De Laurentiis riconosco la gestione oculata della società. C’è poi un altro sentimento che mi accomuna ai napoletani. Anch’io detesto la Juventus, sportivamente parlando».

Professore, siamo tutt’orecchi…

«Per indole sono sempre stato dalla parte degli indifesi e delle vittime, ma senza vittimismo. Che la Juve sia un club modello non ci piove, tuttavia incarna storicamente uno strapotere economico e “politico” che ha difeso spesso con ogni mezzo, fino a precipitare nell’inferno “moggiano” di Calciopoli. Però sappiamo bene che tutto il calcio italiano è stato travolto a più riprese da scandali e corruzione».

Sempre a proposito di Sarri, come lo definirebbe filosoficamente?

«Platonico, talmente innamorato della forma pura che si dimostra esitante a sommuoverla. E’ questo il suo lato debole, esita troppo a cambiare la formazione base anche quando sarebbe necessario, rischiando il tracollo della squadra. Sembra quasi intimorito da se stesso. Allegri, invece, è un aristotelico, cioè pragmatico, ma il suo valore di tecnico non si discute».

Volendo azzardare un paragone leopardiano al Napoli, quale canto le viene in mente?

«”A un vincitore del pallone”, un’ode immeritamente sconosciuta di Leopardi che inneggiava a dei giocatori di una pallamano ante litteram, esaltandone il valore della sfida al destino, la bellezza del gesto sportivo fino all’estremo. Molto poeticamente in queste gesta ci rivedo il Napoli, alla ricerca di un traguardo non da poco».

Lei è stato per sette anni notista sportivo dell’Arena, quotidiano veronese. Come rinforzerebbe il Napoli nella sessione di mercato appena apertasi?

«Temo che Inglese, che conosco bene, non sia maturo per una grande squadra. Sono perplesso. Non capisco perché non possa interessare uno come Caceres che è ancora un signor giocatore e nel Verona fa reparto da solo. Direi però che la priorità è quella di intervenire sulle fasce. La mancanza del divino Ghoulam si sente e con tutto il rispetto Rui e Ounas non hanno i mezzi tecnici per sostituirlo. Sono anche un po’ preoccupato dall’involuzione di Pepe Reina. Lontano dalla porta è sempre a suo agio, ma tra i pali lo vedo meno reattivo di un tempo. Sta perdendo qualche colpo, forse dovrebbe intensificare la sua preparazione».

I tifosi del Napoli e del Verona sono divisi un’antica e feroce rivalità, a tratti anche volgare e violenta. Da veronese ha provato a darsi una spiegazione?

«A Verona, come in molte altre città, esistono oltranzisti cretini più o meno numerosi, che sprigionano il proprio malessere in una curva dello stadio non potendolo fare altrove. La società è attraversata da un malessere continuo e strisciante, ma gli insulti gratuiti sono inaccettabili. Ciò perché in Italia, devo ammetterlo amaramente, esiste il razzismo ed è il più pericoloso perché subdolo».

Si tratta, professore, di un’avversione senza senso. Concorda?

«Esatto, Napoli è una città caleidoscopica, ricca di dicotomie e di contraddizioni. Ha un contesto sociale diversificato: c’è il popolino, la criminalità, un ceto elegante e signorile, comunque sottesi a sentimenti quali la solidarietà e l’accoglienza. Io sono fiero e onorato di avere tanti amici laggiù».

A proposito della rivalità tra ultrà azzurri e veronesi, che lei sappia davvero Giulietta era una ragazza di facili costumi?

«(Sorride). E’ un arbitrio interpretativo divertentissimo, ma errato. No, Giulietta era una brava figliola».

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