Pubblicato il: 23 gennaio 2018 alle 7:05 am

Adolescenti contro altri adolescenti, diario triste delle violenze gratuite Da anni il fenomeno dell’emarginazione giovanile cresce nell’indifferenza e nell’insipienza dei politici. Il problema si risolve affrontando le carenze strutturali del sistema sociale

di Francesco Rettura*.

Non si parla d’altro in questi ultimi giorni, e sul diario della città si annotano e si contano le aggressioni di ragazzi verso altri ragazzi loro coetanei, violenze gratuite. E tutti si chiedono perché tutto questo. Tutti si chiedono cosa fare, si convocano riunioni a tutti i livelli, istituzionali e non.

Diciamo subito che questo tipo di violenza è presente in tutte le realtà ad alta urbanizzazione nelle quali il rapporto centro-periferie condiziona e caratterizza i rapporti economici, sociali, culturali, relazionali.

Nella situazione napoletana si incrociano e si sommano due realtà ben conosciute dalla sociologia urbana e dalla psicologia ambientale: la marginalità economica e la marginalità culturale. Nella prima abbiamo un andamento a forbice per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Nella seconda accade che gli strumenti per decodificare la realtà, per gestirla o per cambiarla, si affinano e si perfezionano sempre di più così che, in maniera crescente, diventano accumulabili soltanto da chi già ha un corredo di conoscenze; alla fine, chi ne aveva pochi vedrà sempre più aumentare il gap con quelli dotati e si produrrà “l’alfabetizzato scoraggiato”, che rinunzierà sempre di più a procacciarsi gli strumenti del sapere.

Sono anni che questa realtà marcisce nella indifferenza e nella insipienza dei politici, nell’assenza di progetti integrati, di piani di sviluppo non solo economici ma, innanzi tutto, di valorizzazione delle “economie immateriali”, che sono la vera ricchezza di Napoli, per la presenza di un serbatoio di arte e di cultura tra i più importanti del mondo. Quando perdiamo i nostri migliori laureati che vanno all’estero, dove trovano opportunità e riconoscimenti del proprio valore, non soltanto perdiamo le risorse economiche che abbiamo destinato alla loro formazione, ma facciamo leggere ai più giovani la inadeguatezza del nostro territorio che non riesce ad alimentare speranze e ad indicare possibilità di realizzazione.

A questo punto possiamo contattare il problema psicologico.

L’adolescenza è la stagione più difficile della nostra vita. E’ la stagione della sperimentazione, dell’assaggio, delle sfide, dello spreco: è un periodo nel quale il nostro IO, ancora fragile e in formazione, deve cominciare ad entrare nel mondo da protagonista, accettando il rischio dell’inevitabile bivio psicologico: “attacco o fuga”. Ma è proprio in questo momento che si manifestano due condizioni determinanti per il comportamento dei giovani: i valori e i comportamenti del gruppo di appartenenza sono sempre più forti di quelli di un individuo, il ruolo e le testimonianze del padre forniranno il modello che l’individuo assumerà come copione da recitare per godere della approvazione della famiglia di riferimento e del gruppo dei pari. Quando i valori del padre coincidono con quelli del gruppo, il destino dell’adolescente è segnato tanto in senso positivo quanto in senso negativo; quando invece divergono, l’adolescente è disponibile al cambiamento. In quest’ultimo caso il ruolo della cultura e della scuola diventa determinante, perché è da questo mix che si aprono le prospettive di un percorso veramente inclusivo capace di rispettare l’Altro nelle sue declinazioni economiche, sociali, culturali, religiose, politiche.

Il problema dell’adolescenza e del disagio giovanile non si risolve con la militarizzazione del territorio, perché la storia e le scienze sociali ci hanno dimostrato che all’aumento del controllo sociale corrisponde sempre un irrigidimento delle posizioni che finisce col generare ulteriori conflitti. Sia chiaro, una cosa è l’ordine pubblico che deve essere affidato alle forze di polizia per la tutela dei cittadini, altro sono le emergenze che nascono da carenze strutturali del sistema sociale.

Quella che stiamo vivendo è una di queste e, proprio per tale motivo, va affrontata e risolta con comportamenti di tipo, appunto, sistemici. Vuol dire che bisogna elaborare un sistema integrato di interventi coerenti che devono essere sostenuti dalle istituzioni, dalle agenzie formative, da tutti i soggetti sociali che producono cultura, dalle famiglie, che devono essere assistite perché il loro compito non sarà facile, dai cittadini che devono farsi carico del futuro dei nostri giovani. Quel grande scrittore americano che è stato W. Faulkner disse, in una sua raccolta di racconti, che non esistono tanti padri e tanti figli, bensì un padre e un figlio.

Tutti i cambiamenti sociali sappiamo che non hanno tempi brevi, sappiamo che, se cominceremo a impegnarci da domani, ci vorranno anni per avere risultati soddisfacenti. Nessuno di noi può far finta di non sapere e di non vedere perché questo è un problema di tutti, non solo di Napoli e dei napoletani, proprio come il traffico. Restano imbottigliate allo stesso modo la 500 e la Ferrari. Dobbiamo tutti assumere un nuovo stile di vita nel quale la partecipazione non è una “app” con la quale tutti sottraggono soldi allo stato, non è delegare la gestione dei figli ad un tempo libero, gestito da truffatori e delinquenti, non è sottovalutare i problemi per una inconsapevole processo di semplificazione che alleggerisce la vita. Un nuovo atteggiamento nel quale con l’alba di un nuovo giorno decidiamo di non voler scrivere più un diario triste.

*Psicologo – Psicoterapeuta

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