Pubblicato il: 24 gennaio 2018 alle 8:00 am

Cuoche combattenti, la ribellione in cucina delle donne vittime di violenza «Un’occasione non solo per realizzarsi in questo settore, ma per riscoprire la gioia di tornare a vivere», raccontano a neifatti.it le protagoniste del progetto

di Arcangela Saverino.

Palermo, 24 Gennaio 2018 – “Chi ti ama vuole solo che tu sia felice” è la frase che si legge sulle etichette delle confetture di pere e cannella, salsa di pomodoro, pesto di melanzane, realizzate dalle Cuoche Combattenti, le donne vittime di violenza che portano avanti il progetto di imprenditoria sociale attraverso la produzione e la commercializzazione di prodotti tipici, su ciascuno dei quali è apposta un’etichetta antiviolenza.

Nicoletta, la ideatrice del progetto, è riuscita a dire basta dopo 18 anni di matrimonio. Basta ad un inferno domestico fatto di abusi. Un bel giorno ha deciso di riappropriarsi della libertà, dell’indipendenza e della fiducia in se stessa, perse da molto tempo, intraprendendo un percorso di accoglienza e formazione al centro antiviolenza “Le onde Onlus” di Palermo, grazie al quale ha raggiunto e acquisito una consapevolezza sul concetto di violenza, ha capito quali sono gli abusi di natura psicologica, i più difficili da smascherare. Oggi sente la necessità di condividere tali consapevolezze con le altre vittime di violenza, perché sa che ogni volta che una donna si alza in piedi, si sta alzando non solo per sé, ma per tutte le altre donne. Ed è questa necessità che la spinge a portare avanti il progetto di autodeterminazione, simbolicamente intitolato Cuoche combattenti, che, oltre ad occuparsi della produzione e trasformazione artigianale di prodotti alimentari, punta al cuore delle donne vittime di abusi attraverso le etichette antiviolenza,  «veri e propri messaggi incisivi e diretti che possono accendere la speranza in chi si ritrova tra le mani un barattolo», racconta a neifatti.it. I messaggi, le 24 etichette puntano a catturare l’attenzione di chiunque sia vittima di violenza, donna o uomo che sia, perché tutti possono subire abusi, indipendentemente dal sesso.

Nicoletta crede fortemente nelle attività che i centri antiviolenza realizzano a sostegno delle donne vittime di uomini violenti «Quando mi chiedono un consiglio, la mia risposta è sempre la stessa: se si sente il bisogno di comunicare, di chiedere aiuto, è bene contattare i centri antiviolenza perché sono strutture formate da donne che sanno perfettamente cosa sia violenza e cosa no, una consapevolezza che io ho acquisito lungo il mio percorso. Sono donne che hanno la competenza e gli strumenti per affrontare questo problema delicatissimo». Durante tale percorso, le è stata data la possibilità di partecipare ad uno stage formativo e lavorativo presso I peccatucci di mamma Andrea, uno storico laboratorio palermitano di trasformazione «Quando si subisce violenza, soprattutto se psicologica, si arriva al punto in cui si crede di non valere assolutamente nulla e per me è stata un’esperienza importante che mi ha permesso di tornare a credere in me stessa, di raggiungere un’indipendenza economica e riconquistare la libertà. Ogni mattina mi alzavo con il sorriso, contenta all’idea di andare a lavoro e realizzare marmellate e confetture» . Un’occasione non solo per realizzarsi in questo settore, ma per riscoprire la gioia di tornare a vivere.

Questi progetti di accompagnamento all’autonomia rientrano nell’ambito di un progetto più ampio finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e sostenuto dal piano di azione nazionale. L’obiettivo è quello di costruire una strada che aiuti le donne nella realizzazione di un lavoro autonomo e una rete solidale collettiva che sostenga l’impiego socio-economico di queste donne.

Nicoletta sa quanto sia importante impegnarsi in uno stage lavorativo per tutte le donne che sono all’inizio del proprio percorso di denuncia ed è a loro che tende la mano con il progetto imprenditoriale, partito in crowdfunding a ricompensa, che coniuga la sua necessità di comunicare con le altre vittime di violenza all’amore per la cucina. La sua attività, ancora nella fase embrionale, punta alla nascita di un laboratorio di trasformazione di prodotti alimentari in modo da creare una vera e propria impresa femminile che possa dare aiuto ad altre donne. Intanto, prende sempre più forma grazie anche al contributo di altre aspiranti cuoche che preparano i loro prodotti appoggiandosi, al momento, a cucine offerte in via amichevole da ristoranti e associazioni che  si sono schierati a favore dell’iniziativa. Il suo scopo ora è trasmettere un po’ di forza alle altre, renderle consapevoli del fatto che non esiste il troppo amore e che nessuna violenza può essere giustificata, far capire loro che si può sempre ricominciare, tornare a vivere, libere e indipendenti.

«Io voglio dare alle altre donne la possibilità di fare la mia stessa esperienza, di intraprendere lo stesso percorso che ho fatto io. Molte donne, quando arrivano in un centro, non sono perfettamente consapevoli di essere vittime della violenza di un uomo: per me è stato così. Io, però, sto andando avanti, ma non posso non pensare a tutte le altre» dice tra un caffè e una sigaretta. Nella voce l’orgoglio di chi vuole gridare al mondo che ce l’ha fatta e il bisogno disperato di far sapere alle altre donne che anche loro possono liberarsi, nell’etichetta antiviolenza il braccio alzato con il mattarello da cucina che infonde forza e coraggio alle vittime che possono reagire e alzare la testa. «Io sono tornata a vivere, anche le altre donne possono farlo», dice, e negli occhi, bagnati di acqua salata, l’emozione di chi ha trasformato un sogno, una speranza in realtà.

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