Pubblicato il: 24 gennaio 2018 alle 7:30 am

Le universita’ americane ribollono tra le proteste per il “15”, i cappellini “Maga” e la svastica Indu’ Molti studenti degli atenei statunitensi sono in lotta per raggiungere i quindici dollari l’ora come paga minima. Ma in questi istituti sono nati anche movimenti contro ogni tipo di discriminazione razziale, religiosa e politica

da New York, Loredana Speranza.

24 Gennaio 2018 – C’erano una volta le proteste contro la Guerra del Vietnam, le lotte per i diritti civili che hanno permesso alle donne, agli afroamericani e alle altre minoranze di poter accedere all’istruzione. C’era una volta il grande movimento del ’68, fenomeno di massa socio-culturale che ha profondamente cambiato la società mondiale, infondendo una più profonda presa di coscienza contro i valori effimeri diffusi dal pericolo del capitalismo. Quei tempi sembrano davvero molto lontani. Il movimento del ’68, è stato rimpiazzato oggi dal “Fight for fifteen”, (Lotta per il 15), dove 15 non è l’anno 2015, o le donne molestate da Weinstein, o 15 giorni concessi al presidente Trump per rivedere la sua politica.

Questo nuovo movimento, nato nelle università americane da qualche mese, ha lo scopo di ottenere l’aumento della paga minima degli studenti lavoratori a 15 dollari l’ora.

Dall’inizio di quest’anno, in molte università, come quella di Washington, le proteste hanno avuto un esito positivo, cioè la concessione dei 15 dollari l’ora, in altre, come all’Università di Rutgers, nello stato del New Jersey, un esito parziale, dagli 8.44 ad un aumento di 11 dollari l’ora, che è ancora considerato troppo basso, dagli studenti.

Mariah Wood, una delle organizzatrici del movimento, nella pagina di facebook così scrive: «Questa è solo una vittoria parziale. Barchi (il preside dell’università n.d.r) è terrorizzato da noi perché abbiamo il potere… lui sa che possiamo chiudere questa università».

Sarebbe una protesta lecita e giusta, se non fosse che questo aumento della paga di questi studenti universitari si tradurrà, necessariamente in un conseguente aumento delle tasse, cui larga percentuale è già destinata all’istruzione. Un’istruzione che a quanto pare, nonostante la si contribuisce a pagare, è destinata, per la maggior parte ad una élite. Le università negli Stati Uniti hanno, infatti, le rette più costose al mondo, a meno che non si abbia voti straordinari o abilità atletiche impressionanti da ottenerne una borsa di studio. L’università di Rutgers, per esempio, ha una retta semestrale di circa 30mila dollari, mentre quella di Princeton, (che è un’università privata) sempre in New Jersey, varia dai 43mila ai 61mila dollari.

Sono più di 1300 gli studenti che lavorano nelle librerie, nelle mense, uffici e in altre strutture dell’università di Rutgers, un aumento pertanto notevole, considerato anche il contesto socio-culturale in cui questo risultato si inserisce. Infatti lo stato del New Jersey è uno dei più popolosi degli Stati Uniti e i cui residenti affrontano il più alto carico fiscale della nazione (in totale, il 10,23% del loro reddito va a pagare le tasse statali e locali), dopo New York e lo stato del Connecticut, ma dove la paga minima per un lavoratore medio era, fino all’anno scorso, di soli 8.44 dollari l’ora, lievitando agli 8.60 di quest’anno, con un aumento di 16 centesimi.

Non sembra che ci siano state proteste contro i soli 16 centesimi di aumento, così come non ci sono state proteste contro un considerevole salario annuo dello stesso preside dell’università di Rutger, più alto di quello di un presidente americano, cioè più di 600mila dollari, contro i 400mila dollari l’anno.

Ma è da queste università americane che sono nati quei movimenti che hanno contribuito a introdurre le leggi contro ogni tipo di discriminazione razziale, di credo religioso e politico. Leggi però che, ultimamente, sembrano non applicarsi a tutti.

Nella caffetteria dell’università Fordham di New York, ad alcuni membri del club repubblicano, è stato ordinato di uscire, perché indossavano i famosi capellini MAGA (Make the America Great Again, motto del presidente Trump), considerati discriminatori ed offensivi.

In un video che è divenuto virale in rete, una studentessa impiegata, ordina agli studenti di lasciare la caffetteria, entro 5 minuti, perché i cappelli che indossavano violavano la “politica dello spazio protetto”.

«Non voglio che le persone come te sostengano questo club – continua la studentessa – ti sto dando cinque minuti».

Intervistato uno degli studenti repubblicani, Aaron Spring, ha parlato di come sono stati additati come nazisti e fascisti. «Eravamo solo un paio di amici che andavano a prendere un caffè, a parlare – ha detto Spring – abbiamo notato che il negozio ha un cartello che dice “tutti sono i benvenuti”, ma a quanto pare non si applica alle persone che hanno opinioni e idee diverse».

La Fordham University ha rilasciato una dichiarazione, affermando che il college non ha una politica di spazio sicura, né che escluda alcun membro della comunità Fordham da spazi pubblici sulla base delle proprie opinioni politiche. L’università sta ancora investigando l’accaduto ma non ha ancora preso provvedimenti.

Repentini e drastici provvedimenti sono invece stati presi contro una svastika indù.

All’università George Washington, uno studente appena ritornato da un viaggio in India, aveva portato con sé come souvenir, una svastica indù, simbolo innocente e spirituale di quella religione e della religione buddista giainista da migliaia di anni. Accusato di crimine di odio, è stato prontamente cacciato dalla confraternita dove alloggiava, e seppur non ancora espulso dall’università è considerata persona non gradita. C’è un particolare molto importante da non sottovalutare: lo studente in questione è ebreo.

Tom Lehrer cantava nella sua “National Brotherhood Week” (Settimana della fratellanza nazionale), del 1965, «Lo so che ci sono persone al mondo che non amano i propri simili e io odio le persone di questo tipo». Mezzo secolo dopo, abbiamo ancora bisogno di ricordare a noi stessi che la diversità, l’inclusione, il rispetto, la libertà intellettuale e, qui in America, anche il Primo Emendamento, ci impongono di tollerare anche coloro che riteniamo intolleranti.

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