Pubblicato il: 26 gennaio 2018 alle 8:35 am

«Su anziani e bambini manca nella politica la consapevolezza e un’idea programmatica» Per Claudio Falasca (Abitare e Anziani), in un’Italia sempre più vecchia e sempre più urbana occorre ripensare le città

di Giulio Caccini.

Roma, 26 Gennaio 2018 – L’Italia non è un Paese per giovani, recita un adagio ricorrente negli ultimi decenni. I giovani, soprattutto neolaureati, vanno via in cerca di opportunità. L’adagio vale anche per le altre fasce di età?

Diciamo subito che per la prima volta nella storia, la popolazione urbana nel mondo ha superato la popolazione rurale. Nel 2014 la popolazione urbana ha raggiunto i 3.900 milioni, pari al 54% della popolazione mondiale. Un cambiamento di grandissima portata, uno “squilibrio” che avrà conseguenze pesanti dalle politiche di welfare all’ambiente. Si prevede che entro il 2050 il mondo sarà per un terzo rurale (34%), per due terzi urbano (66%), più o meno il contrario della distribuzione globale della popolazione rurale e urbana della metà del XX secolo.

Anziani e bambini saranno i soggetti sociali che più risentiranno di queste trasformazioni. L’Italia è tra le punte avanzate del processo di trasformazione demografica, arrivando ad essere uno dei paesi più longevi del pianeta, sta inoltre affrontando il processo urbanizzazione che nel 2050 la porterà ad avere ben il 78% della popolazione urbana.

Di Standard edilizi ed urbanistici per l’invecchiamento attivo, dell’esigenza di pensare a nuovi modelli abitativi per rispondere a questi profondi cambiamenti, si è parlato a Roma in un Seminario Nazionale organizzato dall’associazione Abitare e Anziani.

«Non c’è ancora un’adeguata consapevolezza e lungimiranza di ciò che sta accadendo da parte del mondo della politica» ha sottolineato il direttore di AeA Claudio Falasca nella relazione introduttiva. «Come indica il rapporto UE “Anziani e casa nell’unione Europea” ha detto –  è necessario ripensare profondamente le relazioni degli anziani con la casa e il contesto di quartiere in quanto è sui caratteri di queste relazioni che si fonderà in futuro la qualità della vita nella terza e quarta età».  «Occorre darsi degli obiettivi chiari come adeguare il patrimonio immobiliare degli anziani alle loro nuove esigenze – ha proseguito –  adeguare le strutture per l’ospitalità degli anziani non autosufficienti (RSA); promuovere nuovi modelli abitativi capaci di soddisfare la prevedibile crescente domanda di domiciliarità; adeguare i quartieri alle esigenze di una popolazione sempre più longeva, con particolare riferimento ai servizi per la domiciliarità».

I riferimenti normativi ci sono: dal Codice Civile alle leggi in materia urbanistica, dai regolamenti edilizi fino al codice della strada ed ai decreti ministeriali sugli standard urbanistici e le barriere architettoniche. Il problema è di renderli attuali e rispettarli.

Città poco amiche degli anziani, case vecchie e spesso senza ascensore, pochi posti letto nelle RSA. La vita per gli anziani nelle città è piuttosto complicata e faticosa: i presidi sanitari e assistenziali sono spesso fuori mano e mal collegati; i negozi sotto casa stanno chiudendo; il trasporto pubblico è inadeguato; mancano servizi come bagni pubblici, panchine; i marciapiedi e gli attraversamenti stradali sono insicuri e  poco agibili; le strade poco illuminate; mancano punti di informazione, di assistenza, di ritrovo.

Gli anziani che vivono in abitazioni di proprietà sono quasi 10 milioni e non sono case nuove. Il 70% ha più di 50 anni, nel 20% sono ancora più vecchie. Nel 7% dei casi non c’è l’impianto di riscaldamento, nel 76% di case con anziani manca addirittura l’ascensore. Case poco sicure. Nel 2014 secondo i dati Istat, 700mila persone hanno dichiarato di aver subito un incidente domestico, oltre un terzo degli incidenti (36%) riguarda una persona di 65 anni e più.

Pochi i posti nelle RSA, in Italia il rapporto è di 22,5 posti letto ogni 1000 anziani (dato 2011) ben lontani dalla media OCSE che è 30-60 posti ogni mille anziani.  Va superata una vecchia cultura che fa delle RSA una sorta di luogo di “detenzione”. E migliorare si può. Le esperienze in corso dimostrano che la cosa è fattibile per rendere il servizio delle RSA più tempestivo ed efficace sotto il profilo sanitario (liste di attesa, trattamenti terapeutici, ecc.), ma anche di rendere le RSA luoghi ad alta intensità relazionale, aperti alle comunità esterne e con un il coinvolgimento delle famiglie.

Per rispondere alla crescente domanda di domiciliarità occorre pensare a nuovi modelli abitativi. Una sorta di “residenzialità leggera” che permetta agli anziani di continuare a vivere in autonomia, aiutati e seguiti da un’assistenza e da una serie di servizi che li aiuta nella gestione della quotidianità.

«L’esigenza di promuovere uno sportello “anziani abitare sicuri” – ha concluso Falasca –  è sempre più urgente, cercando un  diretto coinvolgimento delle amministrazioni territoriali e facendolo  diventare un punto delle piattaforme rivendicative, in particolare dello SPI Cgil». Un luogo dove gli anziani e i loro famigliari possono trovare risposte su tutte le problematiche che riguardano la casa e l’abitare.

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