Pubblicato il: 27 gennaio 2018 alle 8:00 am

27 gennaio, la Germania si ferma a riflettere sugli orrori commessi dai “padri” Il Paese vuole evitare l'oblio delle memoria e in ogni città nascono manifestazioni, incontri, mostre e film. Nelle scuole però non si sente la necessità di racchiudere tutto in un giorno, ma si cerca una sana “prassi” del ricordo

da Berlino, Fritz M. Gerlich.

27 Gennaio 2018 – Sono trascorsi 73 anni dal 27 gennaio 1945, quando l’esercito dell’Armata rossa entrò nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Il mondo in questi giorni si ferma e ricorda.

Ogni anno il parlamento tedesco ricorda la data con una cerimonia apposita, gli edifici pubblici sono contrassegnati dalle bandiere a mezz’asta, dappertutto nascono eventi intorno al tema, tutto per favorire un’analisi corretta di quei tragici momenti.

Tuttavia un’interessante recente inchiesta della rete televisiva Das Erste ha messo in luce che in Germania un ragazzo su cinque, tra i 14 e i 17 anni, non ha mai sentito parlare di Auschwitz, anche se l’età di questi ahnungslose Deutsche, tedeschi inconsapevoli, è molto varia, e perfino tra gli anziani è diffusa l’idea che sì, in alcuni Lager sono state uccise delle persone, ma è successo anche in Russia, ad esempio.

Qui in Germania il 27 gennaio non è una ricorrenza fissa, ma un Gedenktag, occasione per riflettere oltre che ricordare. Dal 1996 il 27 gennaio è il Tag des Gedenkens an die Opfer des Nationalsozialismus, il giorno del ricordo delle vittime del nazionalsocialismo, fortemente voluto da Ignaz Bubis, allora presidente delle comunità ebraiche tedesche, che già dal 1994 aveva cominciato a battersi per l’introduzione di una giornata che ricordasse le vittime del nazismo. L’allora Presidente della Repubblica federale Roman Herzog in quella prima commemorazione ribadì che il ricordo non deve finire, che le generazioni future devono stare in guardia, per far sì che ciò che è accaduto non si ripeta.

In occasione del Gedenktag del 2015 la Merkel ricordava con onestà: «Quello che è accaduto riempie di vergogna noi tedeschi. Ci sono stati tedeschi responsabili delle sofferenze e del dolore di milioni di persone, responsabili o esecutori, persone che non hanno voluto vedere o che sono rimaste in silenzio».

In ogni città tedesca nascono manifestazioni, incontri, mostre, film, ma nelle scuole non si sente la necessità di racchiudere tutto il ricordo in un giorno.

E’ diffusa l’idea secondo cui commemorare, in un giorno, tutto l’orrore vissuto da ebrei, rom, sinti, oppositori politici e omosessuali sia una ritualità inutile che crea un senso di saturazione che è l’opposto di una sana “prassi” del ricordo. I cartelloni, gli striscioni  che ricordano i Naziverbrechen, i delitti compiuti dai nazisti, non vengono mai staccati dal muro.

Non c’è il rischio che i ragazzi sempre più lontani psicologicamente e cronologicamente dal periodo nazista possano dimenticare? I tedeschi credono di no: la classe politica è ormai forte nel portare avanti l’impegno, anno dopo anno.

Esiste anche una rete di oltre 275 scuole di un progetto UNESCO impegnate nel promuovere una cultura di pace. L’educazione ai diritti umani e alla democrazia, la promozione di una cultura del ricordo e della coesistenza nella diversità culturale sono componenti essenziali del lavoro educativo in queste scuole. Ad esempio, il 27 gennaio , oltre alla riflessione sulle vittime del nazionalsocialismo, si lavora sul significato di democrazia, diritti umani e dittatura. I ragazzi vanno poi regolarmente presso  la  scuola partner in Polonia e visitano il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Uno degli argomenti principali è la storia degli ebrei di Cracovia.

Anche in Italia la voce dei tedeschi che non vogliono dimenticare è forte: l’istituto di cultura tedesca Goethe promuove per l’occasione una serie di eventi, come la presentazione del libro “Ridere rende liberi. Comici nei campi nazisti” di Antonella Ottai, a Roma nella sede di Via Savoia, sulla sorte di un gruppo di artisti del cabaret berlinese degli anni 30, in gran parte ebrei, che, espulsi dai set e dai palcoscenici in seguito alle leggi razziali, recitarono in situazioni sempre più dure: i ghetti, la deportazione, lo sterminio.

Certo, per i tedeschi i crimini nazisti sono orrori che non passano, col cui fantasma dovranno convivere a lungo, può darsi per sempre. Stiamo ancora imparando, e il fatto che oggi sia Wulff a commemorare, il primo presidente federale nato dopo il 1945, che conosce la barbarie nazista e la seconda guerra mondiale solo dai libri di storia, non può che avvalorare la proverbiale  serietà e il senso civico del suo popolo.

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