Pubblicato il: 29 gennaio 2018 alle 8:00 am

«Stai zitto!», ma non sempre e’ possibile perche’ spesso e’ il “corpo a parlare” Il 93% della nostra comunicazione è non-verbale. Allora nel momento in cui decidiamo di ascoltare il nostro organismo scopriamo che possiamo conoscerci meglio e che possiamo comprendere meglio le ragioni degli altri

di Francesco Rettura*.

Nei miei ricordi di bambino, ma pure nei ricordi dei bambini di tutto il mondo, c’è quella frase pronunciata in maniera autoritaria: “Stai zitto”, magari seguita da: “perché sei piccolo”, “perché non puoi capire” o ancora altro. Non sempre abbiamo obbedito, non sempre abbiamo vissuto le stesse emozioni, non sempre ne abbiamo avute le stesse memorie. Ho dovuto aspettare i miei studi specialistici per scoprire che quella ingiunzione è falsa, e lo è perché è impossibile realizzarla per il semplice motivo che tutti noi siamo sempre in comunicazione con qualcuno o con qualcosa. Se prendiamo la persona più chiacchierona del mondo la sua comunicazione verbale, quella che usiamo di più perché è quella che ci viene insegnata, non supera mai il 7% della comunicazione totale. Ma, allora, tutto il resto chi lo fa? Lo fa il nostro corpo con il suo linguaggio non verbale che copre il 93% della comunicazione totale. Caspita, ma allora chi decide cosa deve dire il corpo? Perché il linguaggio verbale sono io, io decido cosa dire e come, e, infatti, posso anche mentire! E questo è vero: il linguaggio verbale è controllato dal nostro cervello razionale, o prefrontale perché collocato dietro la nostra fronte. Il linguaggio del corpo, invece, è istintuale ed è regolato dal nostro secondo cervello che è costituito dalla nostra pancia: proprio così, perché il numero dei neuroni presenti nelle nostre viscere è quasi uguale a quello presente nella nostra testa, e il suo sistema nervoso, che viene definito enterico, è il più antico di cui disponiamo. Se abbiamo il mal di testa, infatti, possiamo anche mangiare e guidare, ma se abbiamo un bel mal di pancia non riusciamo a fare nient’altro.

Così scopriamo l’esistenza di questo nostro corpo, di cui quasi sempre ci accorgiamo solo quando ci dà un dolore o un problema, e a quel punto lo portiamo nella “officina” di competenza: laboratorio di analisi, cardiologo, ortopedico, ematologo, etc.; è una realtà con la quale abbiamo scarsissima confidenza. Si, lo portiamo in palestra, o in un istituto estetico, o a fare una sauna. Ma, quando decidiamo di ascoltarlo e di vivere insieme a lui? Si, proprio di vivere insieme a lui, cercando di imparare e riconoscere i suoi linguaggi, comprendere i tanti modi di raccontarci le nostre emozioni, il suo “data base” nel quale cataloga e memorizza la nostra percezione degli altri, le categorie con le quali definisce il dolore e il piacere, i simboli che sceglie per raffigurarci le nostre paure, le modalità con le quali ci dice se è in accordo o in disaccordo con noi, i motivi per i quali magari non digeriamo una pasta al burro mangiata da soli, mentre invece digeriamo benissimo una superba salsiccia mangiata insieme ai nostri amici. Quando lo portiamo nelle “officine di competenza” noi scegliamo di delegare la responsabilità di una autoconsapevolezza del nostro corpo, che si è strutturato come un sistema unitario altamente interconnesso in tutte le sua parti. Ma scegliamo anche di perdere la ricchezza della comunicazione simbolica: il meccanico di turno si prende il fegato sofferente, lo cura e lo rimette al sua posto, e così il cardiologo, e l’ortopedico: ognuno ci parla dell’organo di cui ha studiato tutto e di cui sa veramente tutto perdendo, però, le connessioni simboliche con tutte le altre parti del sistema. Il nostro corpo in quel momento non voleva darci soltanto una sintomatologia, ma stava usando un linguaggio d’organo – mal di fegato per una arrabbiatura o una grande pipì dopo una grande paura – per dirci qualcosa di noi, di un nostro momento che non stiamo gestendo bene, di un nostro desiderio che stiamo negando, di una emozione che stiamo soffocando, di una nostra dignità che stiamo umiliando.

Nel momento in cui decidiamo di ascoltare il nostro corpo e di dargli retta scopriamo che possiamo conoscerci meglio, e scopriamo anche che possiamo comprendere meglio le ragioni degli altri e possiamo invitare le persone a noi care di andare a conoscere il loro corpo: questa è una opportunità molto importante perché possiamo scoprire reciprocamente che il nostro sistema biologico può invitarci a superare molti limiti, perché obbedisce al suo istinto di sopravvivenza: questo vuole che viviamo, che superiamo le trappole mentali, le inutili mentalizzazioni, per riposare, invece, nelle verità delle voci di dentro che affondano le loro radici nell’inconscio collettivo che è verità condivisa dagli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

*Psicologo – Psicoterapeuta

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