Pubblicato il: 9 febbraio 2018 alle 8:00 am

E pedalando, pedalando il tesoro ando’ in fuga La vicenda del più incredibile trafugamento di reperti archeologici della storia. Così il tesoro romano di Boscoreale finì al Louvre grazie a una corsa velocipedistica di fine ‘800

di Giuseppe Picciano.

Napoli, 9 Febbraio 2018 – «A voi, signore, una saliera. A voi, giovanotto, un paio di coppe. A voi, madamoiselle, questo sacchetto di monete…». Lo sguardo severo e circospetto del giudice di gara non ammette obiezioni: «Confido nella vostra discrezione».

La leggenda, cui negli anni è stata conferita una certa verosimiglianza, nasce tra le gonnelle morbide e svolazzanti delle dame e gli abiti pomposi dei nobiluomini di fine Ottocento. La baldanzosa carovana “velocipedistica” che ha in animo di raggiungere Nizza partendo da San Remo sta per compiere uno dei più geniali trafugamenti di reperti archeologici della storia. E’ la primavera del 1895. Un centinaio di cicloamatori porterà in Francia, destinazione Museo del Louvre, in sella a cicli, tricicli, tandem un autentico tesoro: 118 pezzi d’argento e centinaia di monete d’oro di ottima fattura ritrovati qualche settimana prima in una villa romana, nel corso di alcuni scavi eseguiti in località Pisanella, a Boscoreale, nel Napoletano.

La corsa velocipedistica. Non si è capito se gli «imbecilli a rotelle», come impietosamente titolava il periodico transalpino “Le Galois” nel criticare l’espansione di quel curioso mezzo di locomozione, avessero coscienza piena della loro correità. Tuttavia la gara ciclistica sembrò, agli occhi degli ideatori del piano, l’occasione giusta. Quale migliore espediente, dunque, di una gioiosa scampagnata su due ruote, per nascondere e trasferire in gran segreto argenti e monete d’oro?

Per una corsa amatoriale che sfugge alle regole della competizione, l’abito borghese era tollerato. Le donne indossavano camicette merlettate e gonne ampie, gli uomini giacche e berrettoni abbondanti. Tutti potevano portarsi una tracolla per egli effetti personali e quindi avrebbero potuto nascondere in qualunque modo quegli oggetti.

Come sia arrivato il tesoro in Liguria è cosa nota a tutti gli studiosi che nel corso degli anni abbiano cercato di ricostruire la vicenda. Tra questi Lucia Oliva, docente di scuola media superiore che ha scritto diverse pubblicazioni sulla storia degli scavi archeologici di Boscoreale. Sul ritrovamento di Villa Pisanella scrisse un primo volume nel 2002 intitolato significativamente “Il tesoro di Boscoreale”. Insieme al figlio Adriano Conato, studente universitario in beni storici e artistici, ha ripubblicato un aggiornamento arricchito da nuove e preziose informazioni. «Io e mio figlio – spiega – abbiamo deciso di cercare nuove tracce del viaggio avventuroso del tesoro dal momento in cui lasciò Boscoreale quando scoprimmo quasi per caso nel Museo Reale di arte di storia di Bruxelles, durante un viaggio di piacere, la fedele riproduzione dei sei pezzi più importanti del tesoro. Lì capimmo che non potevamo fermarci alle ricostruzioni finora emerse, dovevano esserci altre tracce in giro per l’Europa».

La scoperta del tesoro. E’ cosa certa che la villa romana fu scoperta nel 1876 e dopo alcuni iniziali sondaggi gli scavi furono fermati per volere dei proprietari del terreno sovrastante, due notabili di Boscoreale, i fratelli De Prisco, l’avvocato Angelo Andrea e il sacerdote Vincenzo. Fu nel dicembre del 1894 che Vincenzo De Prisco, quinto di nove figli dell’avvocato Angelo Andrea, decise di riprendere i lavori comunicando in maniera vaga la Soprintendenza della necessità di alzare un muro di cinta. Da tempo De Prisco sospettava che la villa nascondesse qualcosa di interessante, mai però avrebbe immaginato di imbattersi in uno dei più ricchi tesori sommersi dalla lava vomitata dal Vesuvio nell’eruzione del 24 agosto 79 d. C.

L’inventario diede subito l’idea della portata della scoperta. Mille monete d’oro per un valore di oltre centomila sesterzi, mentre i pezzi d’argento pesavano quasi trenta chili per un valore di circa 45mila sesterzi; i 635 grammi dei gioielli d’oro valevano oltre 11mila sesterzi per un valore complessivo di 156mila sesterzi. Il tesoro comprendeva 109 vasi e suppellettili e 8 pezzi d’oro. Si tratta del più completo corredo di suppellettili preziose, appartenute, si presume al banchiere pompeiano Lucio Cecilio Giocondo, proprietario della villa.

Da Boscoreale agli antiquari. Dopo lo sconvolgente ritrovamento, De Prisco decise di vendere quel bendidio al noto antiquariato napoletano Ercola Canessa che insieme a due fratelli, Cesare e Amedeo, gestiva un’importante galleria nell’elegante Piazza dei Martiri, con filiali a Parigi e a New York. Mandò Michele Finelli, il suo fedele e sempliciotto giardiniere dai Canessa, con alcuni pezzi d’argento: «Dotto’, che ve ne pare e chisti “portababbà?».

I Canessa fiutarono l’affare e un mese dopo erano a Parigi per chiudere la vendita con il curatore del Louvre. Il problema era far passare il tesoro clandestinamente all’estero e così nacque l’idea, sempre a cavallo tra leggenda e storia, della corsa velocipedistica. «In un primo momento – raccontò al Mattino nel 1988 Francesco Canessa, già soprintendente del Teatro San Carlo, nipote di Cesare – l’intenzione era quella di trasferire l’argenteria a New York, ma non fu possibile e allora i tre fratelli ripiegarono sulla filiale di Parigi. E qui scattò l’idea della corsa di biciclette. Scelsero la gara pionieristica San Remo-Nizza. Un’idea brillantissima. Secondo me deve averla avuta lo zio Amedeo, dei tre fratelli il più simpatico, estroverso e intraprendente».

Il “generoso” Rothschild. Il Louvre intanto aveva declinato per la richiesta ritenuta esosa di De Prisco. Ci pensò il finanziere Edmond de Rothschild per 500mila franchi il quale dopo una sommaria pulizia dei pezzi donò la collezione al museo. «Prima di consegnare alla vostra amministrazione gli oggetti di cui si discute, farò riattaccare le anse e le parti di quei pezzi rovinati dal tempo». Quando la notizia divenne di dominio pubblico in Italia si scatenarono una serie di interrogazioni parlamentari, il filosofo Benedetto Croce gridò allo scandalo.

Intanto De Prisco con i soldi della vendita girò il mondo, comperò un intero palazzetto a Boscoreale e si garantì l’elezione in Parlamento.

Nell’ultima edizione de “Il tesoro di Boscoreale” Lucia e Adriano hanno avuto la pazienza di completare il catalogo sistematico dei 118 pazzi del tesoro avvalendosi dell’opera fondamentale di Heron de Villefosse, autore nel 1899 della prima relazione sul tesoro.

La figura di Maxima. «Ci ha però affascinato la figura della matrona di nome Maxima, come si evince da alcune iscrizioni sui pezzi del tesoro, perita durante l’eruzione insieme ad altri quattro servitori. Dei cinque calchi è rimasto solo quello di Maxima, ritornato di recente all’Antiquarium di Boscoreale. Siamo incuriositi da queste storie e dai nuovi indizi. Così ci siamo messi a caccia di tracce perché la storia del tesoro non finisce qui. Non può finire qui».

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