Pubblicato il: 9 febbraio 2018 alle 7:30 am

Il banchetto alla Reggia di Caserta, ovvero il matrimonio in nome del popolo sovrano Gli ottimi risultati della gestione Felicori sono evidenti, tuttavia il fitto di alcune sale per la cerimonia nuziale apre il dibattito: è questa la strada maestra?

di Giovanni Negri.

Caserta, 9 Febbraio 2018 – Il cambio di rotta nella gestione della Reggia di Caserta, con l’avvento della direzione di Mauro Felicori, è evidente agli occhi di tutti. La brillante capacità amministrativa del direttore, la sua non comune determinazione, il suo coinvolgente motto: “#fiduciaCaserta”, hanno inaugurato una nuova epoca, non solo per la Reggia e per la città di Caserta, ma anche per il metodo di gestione del patrimonio pubblico italiano. La rivoluzione copernicana del filosofo bolognese ha accresciuto, in maniera non indifferente, l’interesse della collettività per la cultura, per la bellezza e per il bene comune. Le code alla biglietteria del Palazzo Reale parlano chiaro: il popolo si è sentito coinvolto e ha iniziato a riacquisire fiducia nelle istituzioni pubbliche, onorevolmente rappresentate dal direttore. Nei secoli, la Reggia di Caserta è sempre stata l’espressione del potere del sovrano. Il Re Carlo di Borbone commissionò il progetto all’architetto Luigi Vanvitelli, affinché potesse avere la sua Versailles, ovvero il simbolo del dominio e della forza dell’intera monarchia Borbonica, e così fu. Quando Napoleone sottrasse il regno ai Borbone e nominò, nel 1808, re di Napoli Gioacchino Murat, fu quest’ultimo a poter sedere sul trono della Reggia. Successivamente, disarcionato Murat, tornarono i Borbone fin quando, nel 1861, il generale Garibaldi ne fece il suo quartiere generale. Come se l’effettiva sovranità territoriale fosse direttamente subordinata alla possibilità di sedere sul quel trono, di girare per quelle stanze e di affacciarsi da quelle inaccessibili finestre. Anche durante la seconda guerra mondiale, la Reggia ebbe un ruolo fondamentale in termini di esercizio del potere; fu, infatti, il luogo dove si suggellò la “Resa di Caserta” ovvero la definitiva sconfitta delle forze amate nazifasciste. Solo con la Costituzione repubblicana ebbe accesso a quelle stanze il popolo, che così smise di essere suddito e divenne sovrano. Per questo motivo oggi, la Reggia è un presidio territoriale di cittadinanza, un tempio laico dove, attraverso l’uso e la gestione di ciò che è patrimonio pubblico, si attuano i principi della Costituzione. Il realizzarsi dei valori costituzionali mal si concilia, però, con i concetti di esclusività e inaccessibilità emersi in questi giorni con la notizia del tanto chiacchierato banchetto nunziale, ovvero, in cambio di una cospicua somma di denaro, si è consentito fittare parte della Reggia (stanze non facenti parte del percorso museale) per un matrimonio privato.

Ormai, la necessità di ottenere proventi per la conservazione dei monumenti sembra essere diventata una richiesta di riscatto che tiene in ostaggio qualunque tentativo di apertura gratuita del patrimonio alla comunità. Misuriamo sempre più il valore dei luoghi della storia sulla capacità di produrre rendite, senza accorgerci che non è in gioco la nostra ricchezza quanto la nostra civiltà. Pagare l’affitto per qualcosa che ci appartiene già, in quanto eredi, e su cui paghiamo le tasse, ci sovraccarica di un onere che non riconosciamo come giusto e che turba la nostra identità civile. Bisognerebbe consentire, a chiunque voglia e senza pagare alcuna tariffa, l’utilizzo di quelle sale (chiuse al percorso museale) per banchetti nuziali, in nome della sovranità popolare. Magari, così, arriveremo ad un ingresso gratuito per l’intera collazione della Reggia, e non per una questione di convenienza economica, logica tanto cara al mercato, ma, affinché la Repubblica possa realmente e non solo nell’astrattezza della norma: «Rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…».

neifatti.it ©