Pubblicato il: 12 febbraio 2018 alle 8:30 am

Cantammo ‘nzieme lu mutivo antico Per la prima volta in Italia, a Benevento, la canzone napoletana entra in Conservatorio

di Vittoria Maddaloni.

Benevento, 12 Febbraio 2018 – Chi non conosce almeno qualche strofa di una canzone napoletana? Un genere che ha fatto sognare e innamorare intere generazioni, sia in Italia che all’estero. Il romanticismo delle canzoni partenopee arriva diritto al cuore, da Torna a Surriento a Anema e core, a Core ‘ngrato, da Funiculì, Malafemmena o Je te vurria vasà

La musica, linguaggio universale ed espressione profonda dell’arte, ha caratterizzato e segnato da sempre le epoche ed i periodi storici, diventando parte integrante della cultura e delle tradizioni di ogni popolo. Ma la musica italiana vera e propria si è sviluppata solo a fine Ottocento: fino ad allora, protagonista e regina indiscussa del mondo musicale fu quella in dialetto e soprattutto quella napoletana. A partire dal primo Ottocento i maggiori musicisti e poeti locali come Salvatore di Giacomo, Libero Bovio, E.A. Mario, Ferdinando Russo, Ernesto Murolo si sono cimentati nella composizione di numerose canzoni, conferendo alla canzone napoletana il riconoscimento internazionale di canzone italiana popolare per eccellenza, a partire dal primo esempio del genere, che probabilmente può essere considerato Te voglio bbene assaje, scritta nel 1835 da Raffaele Sacco su musica di Gaetano Donizetti. Da allora, le melodie della canzone Napoletana costituirono una parte fondamentale del repertorio di ogni cantante, indipendentemente dal suo genere: nessun cantante è un grande cantante se non ne ha mai cantata una!

Ed ora la canzone – e la lingua – napoletana entra a far parte della cultura musicale canonica, a Benevento. Al conservatorio Nicola Sala di Benevento, primo in Italia – esiste un master al Conservatorio di Salerno – , questo mese inizieranno le lezioni della cattedra sulla Canzone napoletana.

L’innovazione si deve all’instancabile impegno del Maestro Peppino Ilario di Rotondi  – al suo secondo mandato alla Direzione del Conservatorio “Nicola Sala” – sempre in prima fila nella valorizzazione delle eccellenze. Il direttore, che ha ricevuto di recente dall’Assessorato alla Cultura della Regione Marche e dal Consiglio Direttivo di Marche Opera Festival il Premio “Una vita per la musica”, proprio in virtù della sua grande dedizione, ha avuto la felice intuizione di inserire la canzone napoletana nel tempio della musica seria,  a riprova del fatto innegabile che essa è sicuramente la più cantata al mondo e, di fatto, un patrimonio dell’umanità.

Probabilmente, per le sue sonorità, è l’elemento di congiunzione con le civiltà mediterranee.

Nata dal bisogno di comunicare sentimenti (e perciò le parole assumono un’importanza fondamentale), la canzone napoletana vanta testi che sono vera e propria poesia, a cui solo in seguito viene aggiunta la musica, che ha solo il fine di rendere più accessibili i versi. Versi che rivelano fermenti popolari e produzione colta e borghese, che conoscono il richiamo verace delle sirene del cafè chantant come quelle dei posteggiatori e le tinte forti e popolari della sceneggiata.

Possiede vocalità, andamento ritmico,  variazioni, l’andamento delle altezze, il vibrato… unici.

La musica napoletana è senza ombra di dubbio uno degli strumenti che ha fatto e farà conoscere l’italianità all’estero, ma anche una delle musiche più ascoltate al mondo e il suo repertorio viene studiato addirittura negli stati orientali dell’Asia, dove esistono veri esperti. E’ stata la poesia per chi non legge poesia, e anche per chi non legge affatto.

Parte “leggera” della musica, trattata in generale con disprezzo dai cultori della musica “classica, rientra ora dalla porta principale.

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