Pubblicato il: 15 febbraio 2018 alle 9:00 am

Schizofrenia, in Italia sperimentati nuovi metodi per identificarla La ricerca condotta da un gruppo di giovani ricercatori dell’Università Statale di Milano ha caratterizzato nuovi biomarcatori nel sonno di pazienti affetti da Schizofrenia

di Giulio Caccini.

Milano, 15 Febbraio 2018 ‐ Secondo dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono circa 24 milioni le persone che nel mondo soffrono di schizofrenia a un qualunque livello. La malattia si manifesta, di solito tra i 18 e i 28 anni, in percentuali simili negli uomini e nelle donne anche se nelle donne si osserva la tendenza a sviluppare la malattia in età più avanzata.

Il gruppo di giovani ricercatori dell’Università Statale di Milano ha iniziato a studiare il fenomeno all’interno di un progetto più ampio che identifica nel sonno una finestra sulla patofisiologia dei disturbi psicotici. Il lavoro, pubblicato su npj|Schizophrenia, caratterizza l’attività oscillatoria del cervello in famigliari di primo grado di pazienti schizofrenici. L’attività elettrica definita sleep spindle e le onde lente tipiche del sonno non REM risultano alterate in modo significativo. La presenza di tali anomalie nei famigliari, i quali non presentano sintomi di malattia, suggerisce una suscettibilità genetica al disturbo.

In Europa, circa 5 milioni di persone hanno una diagnosi di Schizofrenia, circa 245mila in Italia. In ciascuno di questi casi, l’unico strumento a disposizione dei medici per porre la diagnosi è stato il giudizio clinico. «L’ambito traguardo dell’individuazione di un marcatore della malattia permetterebbe la conferma neurobiologica della diagnosi clinica di Schizofrenia» commenta Armando D’Agostino, primo autore dello studio.

Durante il sonno, alcune strutture del nostro cervello producono segnali che possono esser rilevati con strumenti privi d’invasività come l’elettroencefalogramma. Nei pazienti con diagnosi di Schizofrenia, alcuni di questi segnali, implicati nei processi di memoria ed attenzione, sono deboli o assenti. «Il nostro studio dimostra che questi stessi segnali sono alterati anche nei familiari di questi pazienti, rispetto a soggetti che non hanno familiarità per disturbo psichiatrico. Ciò significa che la disfunzione delle strutture cerebrali che li generano è sì geneticamente determinata, ma non è una causa sufficiente per lo sviluppo della malattia» conclude D’Agostino.

Questo risultato è un importante passo verso la validazione di un biomarcatore in sonno della Schizofrenia ed apre ad una maggior comprensione delle sue basi biologiche. Lo studio è frutto di una collaborazione tra il gruppo di ricerca di Armando D’Agostino, clinica psichiatrica del dipartimento di Scienze della Salute e di Simone Sarasso, dipartimento di Scienze Biomediche e cliniche ‘Luigi Sacco’ dell’Università degli Studi di Milano. La ricerca, svolta presso il Centro di Medicina del Sonno (diretto da Maria Paola Canevini) dell’ASST Santi Paolo e Carlo, ha coinvolto anche ricercatori italiani che lavorano nelle Università di Madison‐Wisconsin e Pittsburgh negli Stati Uniti.

Infine una nota dell’Oms, secondo cui circa un terzo dei pazienti affetti da schizofrenia possono riprendersi completamente. Un altro 30 per cento deve continuare la terapia e comunque ha una riduzione del funzionamento sociale, mentre nel restante 30 per cento circa la malattia cronicizza.

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