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#MosqueMeToo, le donne musulmane denunciano le aggressioni durante le feste religiose

di Danilo Gervaso.

Parigi, 20 Febbraio 2018 – La Francia è terra d’accoglienza di musulmani da molto più tempo dell’Italia, anzi, è il Paese europeo che riceve più stranieri. Ufficialmente gli immigrati, in gran parte di religione musulmana provenienti dal Maghreb (Algeria, Tunisia e Marocco), residenti nelle regioni francesi sono 4.5 milioni, e da tempo contribuiscono allo sviluppo dell’economia, sebbene siano spesso accusati di furto o di spaccio e siano vittima di pregiudizi provenienti dalla differenza culturale. Anche la tolleranza è a rischio, anche se, nel 1972, è stata promulgata una legge che dovrebbe impedire manifestazioni di razzismo, di fatto sempre insito negli occidentali.

Sui giornali francesi in questi giorni è emersa invece una forte denuncia all’interno della stessa comunità musulmana, da parte delle donne verso gli uomini della loro religione, che denunciano le aggressioni sessuali subite durante le festività religiose, con il nuovo hashtag #MosqueMeToo. Molte donne, a quanto pare, sono sistematicamente molestate, violentate, derubate, dopo essere state accerchiate e isolate, in qualche caso ferite, oltre che talvolta filmate con il cellulare durante le aggressioni. E tutto questo nonostante la morale sessuale islamica sia ancora profondamente diversa dalla morale sessuale dilagante in occidente, in quanto non ammette il concetto di sesso libero: il musulmano dovrebbe imparare come soddisfare i propri istinti sessuali in modo responsabile, non a reprimerli né a sfogarli con violenza.

Dall’affare Weinstein in poi, donne di diversa provenienza hanno denunciato gli attacchi e le violenze subite. Dopo il mondo del cinema, della politica e della sfera privata, questo movimento della parola influisce sulla religione. Il movimento #MosqueMeToo è iniziato il 6 febbraio ed è opera della giornalista americana-egiziana Mona Eltahawy.

Anche in questo caso il vento della denuncia parte su Twitter. La giornalista ha condiviso un articolo sul social network in cui racconta l’assalto sessuale che ha subito quando aveva solo 15 anni, durante l’Hajj, l’egira (che in arabo significa “fuga”), che è il pellegrinaggio alla Mecca, quinto pilastro dell’Islam e atto obbligatorio per ogni musulmano. Lei spiega: «Ho condiviso la mia esperienza di violenza sessuale durante l’hajj nel 1982 quando avevo 15 anni, nella speranza che potesse aiutare le donne musulmane a rompere il silenzio e il tabù che circonda la loro esperienza di molestie. violenza sessuale durante l’Hajj, l’Umra o nei luoghi sacri».

Questo hashtag, oltre ad allinearsi alle richieste di modernità ed emancipazione delle donne emerse ormai da diversi mesi, affronta le molestie e la violenza sessuale nella sfera della religione. Una sfera delicata, che era stata risparmiata fino ad ora.

Mona Eltahawy ci tiene a chiarire, tuttavia, che questo movimento non è un movimento contro l’Islam, ma «è contro la violenza misogina, ovunque si svolga». Ed incoraggia le vittime di violenza sessista e sessuale nella sfera religiosa a denunciarle, in particolare attraverso l’hashtag #ChurchToo (#ÉgliseAussi).

L’hashtag #MosqueMeToo è diventato velocemente virale e molte donne hanno raccontato attraverso i social network di aver subito molestie sessuali proprio durante il pellegrinaggio alla Mecca o altre festività religiose.

Su Twitter Farisa Nabila scrive: «Una mia amica è stata molestata durante l’Hajj e quando ha protestato, i suoi compagni di pellegrinaggio le hanno consigliato di arrendersi» E continua: «Quando mi chiedono se voglio ritornare alla Mecca io rispondo di no: non sono mai stato così molestata come nella città santa».

Anggi Lagorio testimonia su Twitter: «La gente pensa che la Mecca sia il luogo più sacro per i musulmani e quindi nessuno tenterebbe mai una violenza sessuale. Lì il credente va per chiedere perdono per i suoi peccati e venire purificato attraverso il suo pentimento e la celebrazione dei riti. Ma è completamente sbagliato».

Il risultato di queste “confessioni”? Il canale BBC racconta che in meno di 24 ore, 2000 tweet avevano già acquisito questo nuovo hashtag.

Ma, naturalmente, questo tipo di denuncia sui social network, e per di più da parte di una donna, provoca sistematicamente i detrattori ed episodi di cyberstalking. Mona Eltahawy ha ricevuto molte minacce e insulti da quando ha ufficialmente rotto l’omertà che circonda queste cerimonie religiose in cui le molestie sessuali contro le donne sono molto presenti.

Lungi dal rinunciare a questa lotta, la giornalista persiste e firma con l’hashtag #IBeatMyAssaulter (“Ho messo K.O mio stalker”) per incoraggiare tutte le donne a combattere per se stesse e quindi per i loro diritti.

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