Pubblicato il: 22 febbraio 2018 alle 10:00 am

Elezioni, per la rivista “Nature” in Italia scienza assente dai programmi dei partiti I ricercatori sono sempre più scoraggiati e pensano che sia improbabile che la situazione del settore cambi con qualunque governo salga al potere

di Giuseppe Picciano.

Roma, 22 Febbraio 2018 – Se l’opinione pubblica guarda ai politici che si azzuffano in vista delle elezioni con crescente fastidio c’è una categoria professionale che addirittura li ignora perché non si aspetta nulla da loro. Sono i tanti e qualificati ricercatori italiani i quali si dicono certi che i tagli al settore e il declino dell’interesse verso la scienza continueranno indipendentemente dall’esito del voto del 4 marzo. Lo dimostra il fatto che la scienza è assente da tutti i programmi elettorali dei partiti. A riportarlo, in un articolo dedicato all’Italia a poche settimane dal voto, è la rivista “Nature”, che evidenzia come, a parte la battaglia sull’obbligo dei vaccini, la scienza abbia avuto appunto pochissima visibilità in queste settimane di intenso dibattito politico, nonostante gli allarmi di esperti ed economisti sullo stato precario del sistema nazionale della ricerca.

Situazione critica. «Siamo sull’orlo del collasso – spiega Mario Pianta, economista dell’Università di Roma Tre, che compila le statistiche sul nostro Paese in tema di ricerca e sviluppo per la Commissione europea. In questo ambito l’Italia può vantare aree di eccellenza, come la fisica delle particelle e la biomedicina. Ma, a differenza di molti altri Paesi europei, negli ultimi decenni non è riuscita a modernizzare il suo sistema scientifico».

Budget costantemente bassi, pratiche di assunzione accademiche complicate, burocrazia paralizzante, sono i maggiori problemi lamentati dagli scienziati. Le organizzazioni di ricerca hanno avuto scarso potere politico e non sono state in grado di arginare la crescente influenza di coloro che hanno demonizzato le vaccinazioni e promosso cure “alternative” proposte da ciarlatani, evidenzia la prestigiosa rivista. «Inoltre – secondo Raffaella Rumiati, vicepresidente dell’Agenzia nazionale di valutazione della ricerca italiana (Anvur) – il divario tra risultati scientifici e investimenti nel Nord ricco e al Sud si sta allargando, contribuendo ad alimentare la politica regionalista e populista».

Necessarie più risorse. Pianta avverte che le riforme del sistema di ricerca devono essere supportate in primis da un maggior budget finanziario. Ma a partire dalla crisi economica del 2008 la spesa dell’Italia in ricerca e sviluppo, già bassa, è diminuita del 20% in termini reali, ossia di ben 1,2 miliardi di euro, e nel 2016 ammontava a soli 8,7 miliardi. Il budget a disposizione delle università si è ridotto di circa un quinto, a 7 miliardi di euro, così come il numero di professori a livello nazionale. Il finanziamento agli istituti di ricerca pubblici non è superiore a quello del 2008, con un calo del 9% in termini reali. E il deficit dell’Italia suggerisce come sia improbabile che la situazione migliori presto.

Quel che è peggio, è che dal 2008 hanno lasciato il Paese più scienziati di quanti ne siano arrivati, secondo le statistiche dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. «E i ricercatori non stanno andando solo in Paesi con basi forti nella scienza – ammonisce Pianta – ma anche in stati come la Spagna».

Paradossalmente, però, la produzione scientifica del nostro Paese regge e nel complesso procede spedita. Dal 2005, l’Italia ha aumentato la sua presenza all’interno di quel 10% di lavori più citati al mondo. E pubblica più articoli per voce di spesa in R&S rispetto a qualsiasi altro Paese dell’Unione europea, a eccezione del Regno Unito. Eppure, questo “paradosso felice” non può continuare perché sta portando velocemente alla mediocrità.

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