Pubblicato il: 12 maggio 2018 alle 8:08 am

“La libertà è terapeutica” E' scritto su una parete nell’ex manicomio di Trieste, dove ha inizio la storia di Marco Cavallo, simbolo della liberazione dei malati di mente

di Angela Faiella.

Trieste, 12 Maggio 2018 – Marco è da 40 anni in un giardino bellissimo, circondato da più di 6000 rose. Ha girato l’Italia incontrando centinaia di persone che l’hanno guardato con orgoglio. È stato persino con il presidente Napolitano che si è emozionato al suo fianco.

Marco è un cavallo di cartapesta blu alto 4 metri, è un simbolo di libertà, uguaglianza, sogni e diritti.

Costruito nel 1973 nel manicomio di Trieste ha visto cose che non si possono quasi immaginare. Ha visto la sofferenza di persone non trattate come tali, rinchiuse in quattro mura.

Divenne il simbolo della battaglia portata avanti dallo psichiatra Franco Basaglia, da Franco Rotelli, Peppe dell’Acqua ed altri che volevano la rivoluzione di una psichiatria antiquata che non vedeva il paziente come una persona da aiutare, da curare ma come un qualcosa da cui difendersi, qualcuno da isolare. Questo cavallo blu ricordava la prima piccola grande vittoria ottenuta dai “matti” di Trieste.

In questo manicomio dal 1959 c’era un vero cavallo che trasportava biancheria sporca, rifiuti dalla cucina ed altro da un padiglione all’altro. Poiché ormai era vecchio e malato avevano deciso di abbatterlo.

In quest’occasione molti medici, infermieri e pazienti avevano detto di no, firmando una petizione.

La loro richiesta fu accolta e il cavallo in carne ed ossa fu salvato e diventò un simbolo così importante da essere riprodotto.

Il 25 febbraio 1973, il cavallo di cartapesta uscì fuori dal manicomio. Era così grande che per superare la porta d’ingresso Franco Basaglia dovette rompere una parte di muro. Con questo gesto lo psichiatra portò fuori dal manicomio la sua battaglia e quella di chi come lui voleva una rivoluzione psichiatrica ripudiando i metodi coercitivi.

Quella domenica pomeriggio più di 600 pazienti dietro questa figura blu e al fianco di medici e infermieri diedero vita ad un corteo per la città. Rivendicavano i loro diritti a sognare, a vivere e soprattutto ad essere trattati come esseri umani.

C’era paura tra gli operatori che quest’uscita festosa nascondesse le difficoltà, le violenze, oppressioni e tutte le problematiche all’interno dei manicomi. Per questo motivo i medici e gli infermieri prepararono centinaia di volantini su cui spiegavano il perché di quel corteo raccontando delle condizioni dei pazienti che vivevano senza prospettive e delle problematiche degli operatori a lavorare in una situazione del genere.

Nei mesi successivi il cavallo uscì dai confini di Trieste con “la pancia piena di storie e desideri”, come afferma Peppe dell’Acqua nei suoi libri.

Pochi anni dopo, il 13 maggio 1978, fu approvata la legge 180 che sancì la chiusura dei manicomi in Italia.

In quel giardino dove prima c’erano 1300 malati e dove si trova Marco Cavallo, oggi c’è il dipartimento di salute mentale, alcune sedi dell’università e cooperative sociali circondati da più di 6000 rose.

Nonostante ci sia ancora molto da fare per superare lo stigma della malattia mentale, la “legge Basaglia” ci ricorda che i pazienti sono persone e che non bisogna mai dimenticare le parole scritte nell’ex manicomio di Trieste: “la libertà è terapeutica”.

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