Pubblicato il: 12 maggio 2018 alle 8:30 am

Quarant’anni fa la legge Basaglia La testimonianza di chi ha contribuito alla liberazione dei malati di mente dai manicomi. Il sociologo Alessio Ruggiero, tra i fondatori di Radio Picchiatello: «Ricordo che, appena cercavi di fare una carezza, scappavano»

di Arcangela Saverino.

Roma, 12 Maggio 2018 – Sono trascorsi quarant’anni dal 13 maggio del 1978, data in cui il parlamento italiano approvò la legge 180, da tutti conosciuta come Legge Basaglia, dal cognome del suo fautore Franco Basaglia, che chiuse definitivamente le porte dei manicomi, veri e propri centri di detenzione in cui ai malati veniva impedito il reinserimento sociale. Lucchetti, inferriate, catene avevano lo scopo di proteggere il mondo esterno dalla pazzia che, inevitabilmente, andava rinchiusa tra le mura. Basaglia per primo, in Italia, introdusse un nuovo concetto di psichiatria e una nuova visione del “pazzo”, non più considerato soggetto socialmente pericoloso e, pertanto, da emarginare, ma malato bisognoso di cure e assistenza, e, soprattutto, essere umano con una propria dignità. Quando, nel 1961, lo psichiatra vinse il concorso per la direzione dell’ospedale di Gorizia, si rese conto della tragica realtà manicomiale, fatta di camicie di forza, bagni freddi, elettroshock, letti di contenzione, lobotomie: vere e proprie torture che allontanavano i malati di mente dall’umanità. Nacque da tale esperienza il modello della “comunità terapeutica”, di ispirazione anglosassone, grazie al quale furono aperti i cancelli dei manicomi, consentendo ai malati di sentirsi liberi e non prigionieri. Un modello sperimentale che lo stesso Basaglia volle diffondere tanto che, nel 1973, fu la città di Trieste ad essere designata “zona pilota” per l’Italia nella ricerca istituita dall’Organizzazione mondiale della sanità sui servizi di salute mentale, avviando un nuovo modo di pensare la psichiatria che, cinque anni dopo, portò all’approvazione della legge di riforma n. 180.

Neifatti.it ha raccolto la testimonianza del sociologo Alessio Ruggiero, che, negli anni ‘90, ha partecipato alla sperimentazione del “metodo Basaglia” nel paese di Giugliano in Campania, nella zona nord-occidentale dell’entroterra di Napoli. Ci sono voluti quasi vent’anni, prima che la Legge 180 apportasse i suoi benefici: difatti, soltanto nel 1994 una normativa ha approvato il c.d. Progetto Obiettivo, che ha definitivamente abolito gli ospedali psichiatrici e ha messo ordine nel ginepraio di norme regionali (la legge 180 aveva demandato l’attuazione delle nuove norme alle Regioni, che avevano poi legiferato senza una forma di coordinamento condiviso, producendo risultati insufficienti). «Il progetto pilota coinvolse i pazienti dell’ex manicomio Leonardo Bianchi di Napoli che, ai tempi, ospitava più di seicento malati, ridotti in uno stato disumano» racconta Ruggiero che, insieme ai suoi “amati” di mente, come preferisce definirli, partì da Giugliano alla volta di Trieste per vedere da vicino la rivoluzione compiuta da Basaglia. «Nella città triestina erano già presenti da alcun anni cooperative sociali – continua. Noi ci recammo presso la cooperativa “Il posto delle fragole”, nata nel settembre del 1979 all’interno del Parco di San Giovanni, l’ex manicomio della città».

Ritornato in Campania con un grande entusiasmo, Ruggiero, insieme ad altri colleghi, mi mise subito all’opera per creare un centro diurno, aperto a tutti, che nelle cure e nelle terapie usò non più soltanto farmaci, ma anche rapporti umani rinnovati con il personale della comunità terapeutica.  Il centro, ben presto, si trasformò nella cooperativa sociale “Quattro ottobre”, titolo che aveva l’intento di ricordare la rivoluzione russa, ma che i napoletani, simpaticamente, associarono a San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. «Nel nostro progetto ci fu spazio anche per la realizzazione di una radio “libera”, Radio Picchiatello, grazie alla quale gli stessi pazienti, soprattutto quelli più giovani, contribuirono a diffondere un’idea diversa di manicomio, luogo in cui essere trattati come uomini, sebbene in difficoltà, non come diversi da emarginare». Le attività, però, non si fermavano qui: laboratori di artigianato, di cucina, centri ricreativi in cui interagire e divertirsi, passeggiate all’aperto. Finanche un laboratorio di scrittura «Mi ero accorto che i pazienti impugnavano una penna e scrivevano frasi, perché avevano ritrovato quella libertà di espressione che, per molto tempo, gli è stata negata. Scrivevano su fogli di carta che, subito dopo, gettavano a terra, ma io, pazientemente, li raccoglievo uno per uno per conservarli. Da qui è nata l’idea di creare un laboratorio di scrittura. Anche il laboratorio di cucina apportò grandi benefici: il più importante, quello di riunire intorno allo stesso tavolo pazienti, medici ed operatori, come una grande famiglia».  Grazie alla cooperativa editoriale e di ricerca sociale “Sensibili alle foglie”,  fondata nel carcere di Rebibbia nel 1990 dall’ex br Renato Curcio, i fogli conservati da Ruggiero sono diventati un libro, “Stelle filanti”, una raccolta di poesie e racconti di persone che hanno conosciuto il manicomio: frammenti di vita, voci sottili dei molti “nessuno” che hanno conosciuto le pareti di una vera e propria prigionia e che hanno riscoperto la libertà di dare sfogo alla propria creatività ed estrosità. «Sulla mia pelle ho provato e capito quello che, per molto tempo, Basaglia ha voluto far comprendere a tutta la società: se i malati di mente non vengono considerati esseri umani e trattati come persone, non potranno mai essere aiutati. Io ho notato una luce particolare anche negli occhi degli schizofrenici e, con alcuni di loro, sono riuscito ad avere quell’intesa che consente di capirsi con un semplice sguardo». Ruggiero racconta con orgoglio di essere riuscito a portare fuori dall’ex manicomio napoletano “Leonardo Bianchi” circa 400 persone, che definisce veri e propri detenuti, ma ricorda con profonda commozione le immagini che i suoi occhi hanno dovuto vedere entrando in quella prigione «Ognuno di noi è riuscito a portare con sé e a “liberare” sette-otto persone, ma le dismissioni non state semplici. La difficoltà più grande è stata ottenere la loro fiducia, dopo che per tantissimi anni sono state a contatto soltanto con operatori che hanno compiuto barbarie e violenze sul loro corpo, già martoriato dalla malattia. Ricordo che, appena cercavi di fare una carezza, scappavano. Ma, piano piano, siamo riusciti a creare un legame speciale, riportandole in vita: sono bastati semplici gesti, come condurle al mare e far toccare la sabbia, andare a mangiare nei ristoranti migliori di Napoli, girare per i negozi e acquistare giacche e cravatte, visitare luoghi di culto e di arte».  Un nuovo mondo, ancora tutto da scoprire per chi aveva appena riconquistato la libertà.

“Giorno dopo giorno, anno dopo anno, passo dopo passo, disperatamente trovammo la maniera di portare chi stava dentro fuori e chi stava fuori dentro”, scriveva lo psichiatra Franco Basaglia nel 1979, l’anno successivo all’approvazione della legge 180.

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