Pubblicato il: 16 maggio 2018 alle 9:00 am

Sbarre e dignità Perché chiudere i manicomi? La risposta dell'esperto chiama in causa una grande responsabilità che è tutta sociale e politica, di etica individuale e collettiva

di Francesco Rettura*.

Settembre 1967. Arrivo a Milano per la mia specializzazione. Non conosco la città, ci sono stato qualche volta ma fugacemente. Mi accoglie un autunno dolce, nulla lascia presagire tutto quello che sarebbe accaduto. Una sera si accosta al marciapiede sul quale sto camminando una macchina, è un mio docente che mi chiede se voglio accompagnarlo a sentire questo dottor Basaglia che si batte per una legge che consenta di abolire i manicomi. Ci vado, lo conosco, mi convince.

In sostanza Basaglia chiede due cose: la chiusura dei manicomi e il riconoscimento della assoluta parità del malato mentale con tutti gli altri cittadini.

La legge viene approvata e ora compie 40 anni. Ma non è ancora totalmente realizzata perché alla chiusura dei manicomi doveva seguire un vasta rete di servizi territoriali che non si è ancora completata e presenta, comunque, notevoli differenze tra regione e regione, tanto per cambiare.

La domanda è: quale posizione vogliamo assumere di fronte alla malattia mentale?

Devo dire subito che, in psicologia, tendiamo a non parlare più di malattia mentale, ma di disagio psichico: resta ancora salda la considerazione patologica in psichiatria.

Se tutto questo è vero, ed è vero, allora perché chiudere i manicomi?

Perché qualunque azione nei confronti di una creatura umana non può ignorare il diritto alla dignità. Ma, ancora più importante, non può ignorare il diritto alla comunicazione e alla salvaguardia della salute psichica, perché quando siamo rinchiusi in un manicomio soffriamo una particolare situazione di disagio psichico, di esclusione, di marginalizzazione e di negazione dell’identità.

Ma vediamo cosa accade dal punto di vista della comunità di fronte ad una situazione non conosciuta e pertanto da allontanare: che può o essere accettata o vissuta con grande confusione, perché l’esagerazione di alcuni comportamenti del “diverso” non trova codici di riferimento condivisi. E, allora, la comunità si ritira e alza muri di difesa, di incomprensione, di ostilità, di paura.

Vediamo cosa accade. Il nostro sistema mentale, tanto al livello biologico quanto a livello psichico, non può non essere costantemente connesso con il mondo, con gli altri, con se stesso. Quando restringiamo fortemente la presenza degli altri e del mondo non solo escludiamo questa quota importante di comunicazione, quanto costringiamo l’IO a fare a meno dello “specchio” costituito dalla realtà esterna fisica e umana, cosa che lo induce a regredire verso situazioni sempre più elementari di autopercezione e di consapevolezza.

Questo impoverimento porta l’individuo a mettere in dubbio la propria identità così che riesce sempre più difficile rispondere alla domanda: chi sono? Se sono poco, o quasi nessuno, divento dipendente ed eterodiretto, incapace e non autonomo, un vero scarto, un peso ed un costo per tutta la comunità. Laddove questo individuo aveva bisogno di riconoscimento e di comprensione, si è preferito etichettarlo come malato ed isolarlo per non “disturbare” la normale vita di tutti gli altri. Quando, anni fa, andai a spulciare vecchie cartelle cliniche di ospedali psichiatrici napoletani, fu sin troppo facile constatare quanti problemi sociali e familiari erano superficialmente convertiti in malattia mentale.

Arriviamo così di fronte ad una grande responsabilità che è tutta sociale e politica, di etica individuale e collettiva. La parità di diritti costituzionalmente sancita deve potersi tradurre in una posizione di “comunità accogliente” che non ha come unica opzione quella della esclusione, ma che riesce ad individuare metodologie di trattamento della “diversità” capaci di trasformare il disagio in risorsa. Chi come me lavora sempre in contatto con il disagio sa molto bene quanta umanità e ricchezza si nasconde nella sofferenza; sa quanto dolore si accumula dentro queste persone e sente fino in fondo quanto è forte la richiesta, non di un farmaco, magari pure necessario nella fase acuta, ma semplicemente di ascolto e di comprensione. Per poter dire che la sua sofferenza nasce anche, e tante volte, soprattutto da situazioni di svantaggio che non sono state risolte o compensate da un intervento sociale o familiare.

Abbiamo bisogno di una svolta culturale che poggi su nuovi paradigmi relazionali, senza paure e senza pregiudizi, destinando alla salute mentale risorse economiche e professionali perché non possiamo “sospendere” da una vita dignitosa tanti che insieme e accanto a noi vivono la stessa avventura umana.

*Psicologo – Psicoterapeuta

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