Pubblicato il: 17 maggio 2018 alle 7:30 am

Aurelio, non sfidare troppo la Fortuna Tre anni vissuti all’ombra dello scudetto solo sfiorato. Convincere Sarri per la Grande Rivincita o aprire un altro ciclo?

di Antonio Mango.

Napoli, 17 Maggio 2018 – “Puoi dir di sì, puoi dir di no, ma questa è la vita”. E’ la Terra dei kaki.  Parole e musica di Elio e le Storie Tese. Buone per il dilemma che furoreggia tra tifosi, giocatori e società Napoli calcio. Continuare con l’amato e rispettato Sarri, diventato una sorta di ‘sindaco del rione Sanità’, tale è la sua integrazione  (severa, casa e ‘puteca’) con la città e col suo popolo? O credere in un progetto “altro”, che competa sempre ad alto livello, semmai vincendo pure di più? Nella Terra del ciuccio vestito d’azzurro i favori vanno a Capitan Sarri.

Ma si dà il caso che Sarri sì – Sarri no non dipende dall’opinione pubblica della città, ma dalle scelte dell’allenatore, cui è giunto chiara e forte la voce della sirena inglese della Premier. Contratti al rialzo e tentazioni professionali sono cosa ovvia. Ma, nel caso di Sarri  (stile opposto al caso Higuain), la separazione si potrebbe definire etica. Senza rancori, stima di tutti, niente colpi bassi e maldicenze tra trainer e presidente. Al netto, ovviamente, delle inevitabili punture dei due “caratteracci”.

DeLa ha messo a disposizione dell’allenatore un congruo contratto e una rassicurazione sugli investimenti, ma, a mercato sostanzialmente aperto, tra giocatori che vanno e vengono nel borsino dei trasferimenti, non si può azzardare niente. C’è chi può avvantaggiarsi della clausola e svincolarsi dal contratto (vedi Mertens), chi, sotto contratto, può essere venduto a qualche società di nababbi con relativi prezzi e ingaggi stratosferici (vedi Koulibaly), chi è desiderato niente di meno che dall’astro delle panchine Guardiola (vedi Jorginho), chi tifa per Sarri e per restare a Napoli (vedi Hamsik o Albiol), con la promessa di una rivincita sulla Juve.

La casistica è ampia. Lasciamo all’immaginario collettivo il rompicapo della nuova squadra, secondo solo a quello di governo. DeLa  e Sarri come Salvini e Di Maio. Contendenti e alleati.

Alla luce di questo caos calmo, l’interrogativo è lecito: che Napoli ritroveremo nella prossima stagione? Una squadra rifondata, con l’inevitabile turn-over di allenatore e giocatori, o, fatte alcune eccezioni, un gruppo confermato che vuole riprovarci?

Si parte dall’allenatore. Se Sarri se ne va, sarà punto e a capo. Gioco nuovo e protagonisti nuovi. Se resta, è pensabile solo un rinnovato ciclo triennale.

Cinque motivi per convincere Sarri a restare, anche a costo di offrirgli un set di  penna e blocchetto per appunti. Primo. Il prossimo anno, c’è da giurarci,  lo scudetto sarà più contendibile. La dimostrazione che con la moviola in campo la Juve vince lo stesso era d’obbligo e così è stato. Penitenza assolta.

Secondo. Non è vero che, a obiettivo fallito (lo scudetto), l’anno prossimo sarà avaro di motivazione. La prossima stagione può essere giocata all’insegna della Grande Rivincita. Col giusto mix tra veterani e nuovi arrivi per rinforzare la rosa la sfida può essere lanciata, senza fare la brutta figura di rinunciare alle coppe.

Terzo. Dove eravamo arrivati? Al calcio champagne e al primo posto conteso fino all’ultimo, con sorpresa dei miscredenti. Giocando senza Sarri, il Napoli farebbe punto e a capo. La Fortuna potrebbe sempre farsi viva (come è stato per lo sconosciuto Sarri, su intuizione geniale di DeLa), ma attento Aurelio, non sfidarla troppo.  Una stagione sbagliata, un nome inadeguato e voilà, addio ai sogni di gloria.

Quarto. Per trattenere l’artigiano di lusso Sarri, non basta parlare di ingaggi e di fair play in caso di separazione (“Tu te ne vuoi andare e io non ti trattengo”). Occorre che si chiarisca quale squadra si vuole fare e per quali obiettivi. Le motivazioni di Sarri, risolto l’ingaggio, sono tutte qui. Rimanere a Napoli con lo stesso progetto è come bissare, se tutto va bene, l’anno appena passato. Glorioso, ma non ripetibile. Rafforzarlo e mettere su un altro ciclo, sì. Il secondo posto di quest’anno? Un antipasto.

Ultimo. La corrosiva teoria secondo cui la bellezza è vincere, non importa come, non considera che in cima al campionato sono arrivate in due, una facendosi ammirare anche per il gioco e il divertimento, che non è poco per bambini, donne e tifosi incalliti. Sorge spontanea la domanda: a quanti punti sarebbe arrivata la squadra che vince non importa come, se avesse potuto contare solo sulle risorse della squadra  che perde non importa come?

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