Pubblicato il: 17 maggio 2018 alle 8:00 am

Da emigrante per amore ad ambasciatrice dell’italianità La storia di Filomena Fasano, psicologa, da vent’anni negli Usa e fondatrice del centro di cultura “Ciao Amici”: «All’inizio è stata dura, ma l’interesse per l’italiano in questo Paese mi conforta»

Da New York, Loredana Speranza.

17 Maggio 2018 – Mentre in Italia il dibattito sull’uso improprio e molto spesso inutile di parole inglesi, è sempre più acceso, negli Stati Uniti vi è una sempre maggiore richiesta dell’apprendimento della lingua italiana. Di questa inversione di tendenza ne abbiamo parlato con Filomena Fasano, direttrice, insegnante e proprietaria di un centro di cultura italiana nel New Jersey, ‘Ciao Amici’.

Quanti anni hai?

«Incominciamo bene… (ride) sono nata a settembre del 1967».

Da quanto tempo sei in America?

«Da 22 anni».

Come mai la decisione di trasferirti qui?

«Per amore. Mio marito Michael è americano. L’ho conosciuto il 9 maggio del 1993. Io ero una studentessa di psicologia a Roma e lui era in vacanza. Io ero con le mie amiche e lui con un suo amico, eravamo in Via del Corso, a Roma; ci hanno fermate per chiederci come potevano arrivare alla Fontana di Trevi, e poiché nessuna di noi sapeva l’inglese, abbiamo deciso di accompagnarli personalmente. Ci siamo dati appuntamento per il giorno dopo, che sarebbe poi stato il suo ultimo giorno in Italia. Ci siamo scambiati gli indirizzi, a settembre ci siamo rivisti, di nuovo in Italia, e la nostra storia è iniziata lì».

Come comunicavate?

«Con il vocabolario. Lui, però, si e’ iscritto subito alla scuola di italiano a Manhattan».

Per te?

«Così dice lui… (ride). All’epoca non avevo tempo di studiare l’inglese. Per i successivi tre anni ci siamo visti ogni 3 mesi, una volta veniva lui, una volta andavo io. Poi alla fine abbiamo deciso di sposarci a giugno del 1996 in Italia, e mi sono trasferita in America. Per i primi anni mi sono sentita la tipica immigrata con tutti i problemi che ne conseguono come quello della barriera linguistica, della cultura e di non sentirsi parte di alcuna comunità. Sono stati anni difficili».

Ti hanno rilasciato subito la green card?

«Ho dovuto attendere un anno e mezzo, durante il quale non potevo assolutamente lasciare il Paese, altrimenti non sarei potuta più rientrare. E’ stato duro ma allo stesso tempo positivo perché, per necessità, ho dovuto imparare l’inglese, anzi l’americano… Che non sia mai detto che si confonda…(ride), e mi ci è voluto comunque più tempo di quanto avessi immaginato. L’apprendimento di una lingua, in età adulta, è più difficile e basarsi solo sul ‘full immersion’… Pardon, immersione totale, non è abbastanza, se non lo studi.

Ho cercato di integrarmi ed è diventato più facile quando ho trovato lavoro in un’agenzia di viaggi a Brooklyn, e lì ho iniziato a farmi amicizie che non fossero di riflesso quelle di mio marito, ed ho iniziato a far parte, finalmente, di una comunità, di un sistema, per cui le cose sono andate migliorando. Abbiamo vissuto a New York 4 anni per poi trasferirci in una cittadina più tranquilla e meno cara come Cranford, nel New Jersey».

Hai figli?

«Tre, un maschio e due femmine, di 16, 14 e 12: Alessandra, Marco ed Olivia. Tutti e tre parlano italiano».

Sei venuta negli Stati Uniti nel 1996, che differenza hai riscontrato tra quegli anni e questi?

«La differenza è notevole. Venti anni fa l’America offriva tanto di più, il dollaro era molto forte. Poi piano piano le cose sono andate sempre peggiorando. Naturalmente è stata una condizione mondiale. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la classe media è stata colpita tanto. Il divario è sempre più aumentato, ma nonostante tutto ciò, è comunque sempre un Paese che, grazie alla sua snellezza burocratica, mi ha permesso di aprire questo centro».

Da quando hai aperto questa scuola di italiano?

«L’ho aperta 8 anni fa, ma ci tengo a precisare che è un centro di lingua e cultura italiana. Io non pensavo mai di insegnare l’italiano perché sono una psicologa, ma c’è stata proprio una richiesta da parte della comunità italo-americana. Le mie amiche e tutti gli altri italo-americani volevano che i propri figli imparassero la lingua, per cui ho iniziato prima con lezioni private e poi ho deciso di aprire questa struttura».

Perché questa forte domanda?

«Si parla dell’America come di un ‘Melting Pot’, un miscuglio di razze, dove ci sono tante etnie diverse che vanno tutte d’accordo, ma questa è solo una facciata, perché le cose sono un tantino diverse. Penso che ogni etnia e cultura abbia bisogno di un’appartenenza e l’italo-americano sente ancor più questa necessità, perché si è sentito tradito dai propri genitori, dai nonni, che li hanno privati della conoscenza della loro cultura e delle loro radici. Ma gli italiani, all’epoca, non erano ben visti, venivano, per la maggior parte, dal Sud e non parlavano neanche l’italiano ma il dialetto; venuti in questo Paese per rifarsi una vita e volevano che i loro figli si integrassero completamente nella cultura americana. A distanza di tempo c’è stata un’inversione di tendenza, anche grazie all’importanza dell’apprendimento di una seconda lingua».

Tutti i tuoi studenti sono italo-americani?

«La maggior parte. Sono italo-americani di seconda e terza generazione, consapevoli di cosa stanno perdendo per strada, perché quelli della prima generazione sono ancora ‘italiani’, per cui non sentono tutta questa necessità e si accontentano. Ma c’è anche un’alta percentuale di ebrei, perché sono molto interessati all’arte, all’opera, alla musica, ad una cultura millenaria che il nostro Paese offre».

In questi otto anni qual è stata l’affluenza?

«Ho avuto un picco nei primi due anni, poi si è stabilizzato. E’ diminuito però il numero dei bambini ed è aumentato quello degli adulti».

Tu hai aperto anche un’altra scuola in Italia, come si chiama?

«Si chiama ‘Hello Friends’, che ha la stessa idea di ‘Ciao amici’, dove si insegna l’inglese, ovviamente. L’ho aperta a Muro Lucano, in Basilicata, il mio paese d’origine, con un socio. Adesso anche la Basilicata si sta riscoprendo tantissimo grazie a Matera che è diventata la capitale della cultura europea del 2019. Lì abbiamo più ragazzini che adulti per l’importanza dell’inglese».

Cosa pensi della situazione politica attuale degli Stati Uniti?

«Onestamente il presidente Trump, come persona, non mi piace, non mi piacciono i suoi modi, ma politicamente parlando, sembra che stia facendo qualcosa per questo Paese. Le sue ideologie politiche all’estremo non vanno bene, ma il concetto di provvedere prima alla propria gente, penso che sia un cardine di tutte le nazioni. Purtroppo in America le cose sono andate sempre più peggiorando, da 20 anni, e se anche sono d’accordo ad aiutare gli altri, non ci si deve dimenticare di me, di coloro che lavorano onestamente, che pagano le tasse. Io sono entrata legalmente e dal primo giorno che ho lavorato ho pagato le tasse. Purtroppo mi rendo conto che molte notizie di politica vengono filtrate, sia dalla stampa straniera che da quella americana. Se si accende la TV, i telegiornali dicono tutti la stessa cosa, notizie volte più a discreditare Trump piuttosto che ad informare gli americani, solo Fox Live è leggermente diversa. Bisogna rispettare i ruoli, che ci piaccia o no. Trump è stato eletto contro ogni previsione e definirlo razzista significherebbe considerare metà di tutta la popolazione americana in quel modo, ed io non penso che sia così».

Hai speranza nel futuro?

«Quando ho aperto questo centro io non ho chiesto nessun sovvenzionamento ad enti italiani o americani, in più le tasse che pago sono tra il 45-50% di tutto quello che guadagno, ma nonostante questo penso che l’America, rispetto all’Italia, sia ancora un Paese delle opportunità».

Ti sei mai pentita di questa scelta?

«A vedere l’Italia di adesso, penso che avrei avuto più problemi nel mondo del lavoro. Le mie colleghe dell’università di allora, tutte laureate e psicologhe, lavorano part-time. L’America mi ha aiutato per tante cose. Prima di tutto, ho una famiglia bellissima, poi dal punto di vista professionale mi sono aperta una scuola tutta mia. Organizzo eventi, viaggi, serate sull’opera, lezioni di cucina, serate sulla cucina regionale. Cerco di abbracciare tutto quello che l’Italia offre. cerco di diffondere la cultura italiana a discapito dello stereotipo del tipico italo-americano. Quando si parla dell’Italia si parla della pizza e mandolino, spaghetti e mafia. Mentre all’inizio mi facevano sorridere, adesso che sono qui da tanti anni, mi dà un fastidio enorme. Per questo mi adopero nel promuovere l’autenticità dei sapori italiani e della cultura, infatti nel mio centro hanno insegnato solo madrelingue.

Alla fine sono orgogliosa di quello che ho e di quello che faccio. Ho un marito e tre figli meravigliosi che non mi fanno mai rimpiangere l’Italia».

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