Pubblicato il: 18 maggio 2018 alle 8:00 am

Recessione? Il prossimo premier (quando verrà…) faccia come Reagan Coldiretti e Cgia lanciano l’allarme: grave se aumenta l’iva. Il presidente degli Usa nell’81 capì come rilanciare l’economia. Riducendo le tasse

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 18 Maggio 2018 – Sia Coldiretti che la Cgia di Mestre, lo scorso fine settimana hanno lanciato nuovamente l’allarme: “L’aumento delle aliquote iva – è scritto in una nota della confederazione agricola – rischia di alimentare una spirale recessiva che compromette i segnali di ripresa dell’agroalimentare, dove i consumi interni sono ancora stagnanti, a fronte di una produzione in crescita, restano ancora al palo”; per l’Ufficio studi della Cgia, dall’aumento dell’Iva, nel corso del 2019 ogni famiglia italiana subirà un incremento medio di imposta pari a 242 euro.

Un allarme che si sente e si legge ormai da anni nel Paese e a lanciarlo sono voci autorevoli, esperti di economia. Anche se, a dire il vero, sembra così banale il ragionamento che potrebbe averlo lanciato una massaia alle prese con i conti giornalieri. Con tutto il rispetto che meritano le nostre mamme, massaie, casalinghe e chiunque deve far quadrare i bilanci domestici. Dove non ci sono strade alternative: entrate e uscite, punto. Nessuna possibilità di deroghe se, ad esempio, un mese non ci sono abbastanza euro per pagare luce, acqua, gas e mutuo. Non come il bilancio del Paese, da sempre in rosso.

Qualche mese fa un articolo sul Washington Post ha ricordato la “Legge sul recupero dell’economia”, firmata da Ronald Reagan il 13 agosto del 1981. Caratteristica fondamentale della legge, precisa il quotidiano, è stata una riduzione graduale del 23% delle aliquote fiscali individuali nell’arco di tre anni, che ha portato la più bassa aliquota marginale al ribasso dal 70 al 50%. E quella che in molti avevano bollato come una cattiva manovra si è rivelata vincente. Il 31 ottobre scorso, la segretaria stampa della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders, durante una conferenza stampa, ha citato proprio quella misura: “While arguing over President Reagan’s 1981 tax cuts, Democrats claimed it would only benefit the rich. The Democrat speaker of the House at the time, Tip O’Neill, called them royal tax cuts, because he claimed they favored the wealthiest Americans. What really happened was more than 14 million new jobs were created over five years; incomes grew by over 22 percent for the next seven years; and the economy grew by over 3.5 percent, on average, for the rest of the decade”. (Mentre discutevano sui tagli fiscali del presidente Reagan del 1981, i democratici sostenevano che sarebbe stato di beneficio solo per i ricchi. L’oratore democratico della Camera all’epoca, Tip O’Neill, li definì tagli fiscali reali, perché sosteneva di favorire gli americani più ricchi. Quello che è successo veramente è stato oltre 14 milioni di nuovi posti di lavoro creati in cinque anni; i redditi sono cresciuti di oltre il 22% per i prossimi sette anni; e l’economia è cresciuta di oltre il 3,5%, in media, per il resto del decennio).

Sanders, numeri alla mano, ha detto che negli anni seguenti gli Stati Uniti hanno guadagnato 14 milioni di posti di lavoro, i redditi sono cresciuti di oltre il 22% e il prodotto interno lordo, la più ampia misura dell’economia, è cresciuto di oltre il 3,5% in media.

Tagliare le tasse. Ridurle. Semplice, no?

Chiedetelo alla massaia, ponetele la domanda più semplice di questo mondo: se pagasse meno tasse, utilizzerebbe i soldi risparmiati per regalarsi una vacanza, per ristrutturare casa o per comprare un nuovo elettrodomestico? Vedrete quanti “si” dalle famiglie italiane che con questa serie di acquisti metterebbero in moto la lunga catena che fa muovere l’economia.

L’economista Carlo Cottarelli, L’ex commissario alla spending review, in una recente intervista, puntualizza: “Abbassare le tasse aiuta l’economia, ma in Italia è rischioso se la riduzione non è finanziata dal taglio della spesa”.

Quello dei tagli della spesa sembra un altro tema scottante nel Paese delle facili concessioni e dove solo di interessi sul debito spendiamo 70 miliardi (interessi che l’Italia deve pagare per farsi finanziare l’enorme debito pubblico vendendo sul mercato Bot, Btp eccetera). E dove buttiamo via tra il 5% e il 20% di extra-costo negli acquisti pubblici a causa dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. Non stiamo parlando di sprechi opinabili, ma di euro andati in fumo per cause note, come noti sono i responsabili.

Nel corso del decennio 2003-2012 il totale della spesa pubblica italiana ha visto aumentare la propria incidenza sul PIL, passando dal 48,1 al 50,6%.

L’alta tassazione toglie così tanto all’economia che entra in una forma di recessione permanente. Se il governo cerca di rilanciare l’economia con l’aumento della spesa pubblica, il risultato è la stagflazione (simultanea alta inflazione e disoccupazione) invece della prosperità. L’unica cura per la stagflazione è tagliare sia le tasse che le spese governative. Ma questo richiede del tempo, spiegano gli esperti di economia, mantenendo gli effetti della sovrasaturazione sul posto per un certo tempo dopo la fine del sovraffaticamento.

E sempre che siano capaci di formare un nuovo Governo…

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