Pubblicato il: 23 maggio 2018 alle 8:24 am

23 maggio 1992, il mio ricordo… «Quando compresi per la prima volta il significato della parola mafia»

di Arcangela Saverino.

Palermo, 23 Maggio 2018 – Sono trascorsi 26 anni da quel maledetto giorno, quando una bomba, un boato, una colonna di fumo, una strada sconquassata e i corpi dilaniati di uomini dello Stato mi hanno fatto comprendere, per la prima volta, il significato della parola mafia. A nove anni si è troppo piccoli per comprendere che essere dalla parte giusta e combattere i cattivi può ucciderti, ma, crescendo, ho capito che sono stata fortunata perché a Palermo, nei quartieri più malfamati della città, spesso i bambini sono predestinati: il loro destino è inciso nel firmamento di Cosa nostra perché nascere in una famiglia, invece che in un’altra, può segnare la sorte, per sempre.

Ore 17,58 del 23 maggio 1992. La tranquillità di un sabato pomeriggio viene frantumata da un boato, da un’esplosione all’altezza dello svincolo per Capaci, a pochi chilometri dalla città. Cinquecento chili di tritolo, fatti esplodere con un telecomando azionato dalla collinetta sopra l’autostrada, hanno condannato a morte Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Mezz’ora dopo tutti i telegiornali annunciano la tragedia: arrivano le prime immagini della strage e le prime notizie, confuse e preoccupanti. Fisso lo schermo della tv, ma non capisco. E’ stato un incidente? No, non è possibile. Il cratere sul quel tratto di strada, oggi delimitato da due colonne commemorative, ci dice che no, non può essere stato un incidente. Lo sgomento sui volti dei miei genitori mi spinge a trovare il coraggio per formulare la domanda che, da lì in avanti, mi avrebbe messo di fronte a quella verità con cui i siciliani hanno imparato a convivere. “Chi è stato?” La mafia. Da quel momento ho iniziato a “fare i conti” con una parola che sentivo pronunciare spesso, ma che credevo appartenesse ad un altro mondo, ad un’altra città, ad un altro paese. E i conti sono iniziati due giorni dopo la strage, il 25 maggio, quando ai funerali di Falcone e degli agenti di scorta una ragazza di soli 22 anni con un figlio di 4 mesi è salita sul pulpito per pronunciare parole che, dopo 26 anni, sono ancora impresse nella memoria. «... Chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro… sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio… di cambiare… ma loro non cambiano…». E’ Rosaria Schifani, vedova dell’agente Vito. E ha ragione: loro non cambiano. Cinquantasette giorni dopo, infatti, loro uccidono ancora: a perdere la vita in via D’Amelio è il giudice Borsellino e altri cinque agenti di scorta.

Sono trascorsi 26 anni da quegli episodi che rientrano tra i misteri d’Italia che non sono ancora stati risolti. Dopo 26 anni aspettiamo di conoscere la verità sui mandanti di quelle stragi. La sentenza dello scorso 20 aprile sembra confermare una verità indicibile: la trattativa tra lo Stato e la mafia c’è stata, ovvero pezzi di Stato e vertici di Cosa nostra avrebbero negoziato, trovato un compromesso per determinare gli eventi. E’ difficile dire cosa sia cambiato in Sicilia durante questi lunghi anni. Le commemorazioni, l’istituzione di una giornata della legalità, rischiano di cadere nella retorica, sebbene si sia compreso che la lotta alla mafia non deve essere soltanto un’opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolga tutti, soprattutto le giovani generazioni. E qui vengono i nodi al pettine, perché, sebbene un (forse) ancora troppo piccolo esercito di “rivoluzionari” porta avanti questa lotta, è la mentalità radicata nel popolo siciliano (e non solo siciliano) che è difficile da debellare, lo stesso popolo che, spesso, non sente il fresco profumo della libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità”. Se così non fosse, un giovane imprenditore come Daniele Ventura (la sua storia l’abbiamo raccontata qui), che si è ribellato alla richiesta di pizzo e ha fatto arrestare i suoi estorsori, non sarebbe stato costretto a chiudere l’attività perché, dopo le denunce, i clienti hanno smesso di frequentare il suo locale; Gianluca Calì (la sua storia qui) non si sarebbe indebitato perché, dopo gli attentati subiti e le denunce, non riesce più a vendere auto.

Allora dovremmo avere il coraggio di ammettere che non serve condividere su Facebook le foto di Falcone e degli altri eroi dell’antimafia, non serve nemmeno propinare sermoni retorici da parte della politica e delle istituzioni, non servono cortei per gridare “no alla mafia”, se il giorno dopo a quello della legalità torniamo a disinteressarci del fenomeno mafia con i nostri comportamenti. E, ancor meno, serve la mafia dentro l’antimafia, come sembrerebbe emergere dai recenti fatti di cronaca che hanno svelato il “sistema Montante”. Dovremmo ammettere che la parola mafia, ma soprattutto la parola antimafia, sono state assenti nell’ultima campagna elettorale: nessun candidato premier ha esposto le sue proposte per il contrasto alla criminalità organizzata. Una mafia assente dai programmi politici, ma presente in tutti gli strati della società. Forse perché è un fenomeno che non è percepito dai cittadini come una piaga da risolvere, al pari della disoccupazione o dell’immigrazione? Il lavoro precario o assente, il sistema sanitario che non funziona come dovrebbe, lo stipendio che non consente di arrivare a fine mese sono problemi che non vanno assolutamente trascurati, ma non dobbiamo nemmeno trascurare il fatto che, dietro a tali problemi, spesso, si nasconde la mafia. Si nasconde perché, sebbene ci sia, non si fa vedere.

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