Pubblicato il: 23 maggio 2018 alle 1:16 pm

La strage di Capaci tra la liturgia del presente e un futuro privo di mafie: sull’Italia grava l’ennesima vergogna repubblicana Settantamila ragazzi giunti a Palermo per la giornata della legalità e per conoscere la figura di Giovanni Falcone. Da quel 23 maggio 1992 nulla fu più come prima, con tanti misteri ancora irrisolti

di Gianmaria Roberti.

Roma, 23 Maggio 2018 – A 26 anni dalla strage di Capaci, la Giornata della legalità si carica di nuovi simboli. Uno snodo vitale per una manifestazione divenuta comunità di destino, attorno a tre totem. Il culto della memoria, con lo sguardo rivolto al passato. La pratica dei misteri irrisolti, quale liturgia del presente. La tensione verso il futuro, un domani privo di mafie, articolato sulla pedagogia delle nuove generazioni. E questo è il primo 23 maggio dopo una sentenza nel processo per la trattativa Stato-mafia, emessa ad aprile, quando 6 imputati sono stati condannati in primo grado. Un balzo nella storia, comunque vada a finire. Ma è anche la prima volta senza Totò Riina, la mente delle stragi mafiose del 1992, l’incarnazione del male, nell’immaginario del movimento antimafia. Oggi sono oltre 70.000 i ragazzi di tutta Italia arrivati in Sicilia per #PalermoChiamaItalia, la giornata promossa dal Miur e dalla Fondazione Falcone per sensibilizzare i giovani sul tema della legalità. Nessuno di loro era nato quando Giovanni Brusca, alle 17.58 di quel 23 maggio, premette il telecomando sull’autostrada Palermo-Mazara del Vallo. Un uragano da 500 kg di tritolo spazzò via le vite del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. E da quell’istante nulla fu come prima. Il cratere inghiottì tante cose, anche la prima repubblica, o quanto ne restava. Ma da quella voragine sgorgò la sorgente dell’antimafia culturale.

Con Falcone morì la primavera di Palermo, conclusa con le condanne del maxi processo a Cosa Nostra. Ma dal 23 maggio ’92 si mise in marcia un popolo deciso a raccogliere la sua eredità, e quella di Paolo Borsellino, massacrato con i suoi angeli custodi solo 57 giorni dopo. “Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”, recita la formula rituale più celebre. Difficile spiegare il trauma da cui partorì la religione dell’antimafia. Un patrimonio non più di pochi magistrati-samurai, ma costruito per diventare senso comune. Fu un vortice di lutto e di rinascita. Una Pentecoste laica, in cui dolore e risurrezione si mescolavano. Per questo a battezzarla vennero tanti uomini di Chiesa, come don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera. E a benedirla piombò Giovanni Paolo II, il papa “santo subito”, scagliando il suo anatema dalla Valle dei Templi di Agrigento. Il 9 maggio 1993 gridò ai mafiosi “convertitevi!”, lasciando il segno nel loro universo, da sempre in osmosi con l’iconografia cristiana. Ma il ciclo mitologico dell’antimafia si spiega con una transizione. Perché ricevette il testimone dai valori della resistenza, in lento ma inesorabile declino. Così come i partigiani lo ebbero dal risorgimento. E dal crepuscolo dell’antifascismo sbucò l’alba del movimento di Falcone e Borsellino. Una corrente ideologica cresciuta quando si estinguevano le ideologie. Una forza nata per remare controvento, nella terra dove il fatalismo corrode come le mareggiate. Una scommessa da ritentare ogni giorno, perché le mafie sono più veloci di chi le bracca, a cambiare pelle. E in quanto ideologia, l’antimafia combatte pure contro se stessa. Contro il rischio dell’enfasi retorica e della ripetitività. Della stanchezza fisiologica. Allora ecco che, ad allungarle la vita, torna la lezione di Giovanni Falcone. “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”. E volendo parlare, proviamo a ripetere alcune domande scolpite nei buchi neri del 23 maggio 1992. Ma molte altre ce ne sarebbero.

1) Falcone doveva tornare a Palermo il giorno prima, venerdì 22 maggio. Lo disse per telefono alla sorella Maria. Cambiò idea all’ultimo, per aspettare la moglie, componente della commissione per il concorso in magistratura. Giunse il pomeriggio del 23 maggio a Punta Raisi, su un volo dei Servizi segreti, teoricamente in una riservatezza blindata. Ad attenderlo da un po’, in auto, c’era il mafioso Gioacchino La Barbera. Chi lo informò dell’atterraggio, consentendogli di avvertire il commando di Capaci? 2) Brusca è uno che nel suo ritratto lapidario ammette: “Io di scuola non ne ho mai voluta. Sono arrivato alla quinta elementare e ho smesso”.  Ma se parla delle prove tecniche dell’attentato, calcola: “Una macchina che va a 130-140 chilometri, in un certo lasso di tempo copre 7, 8, 10 metri di distanza”. Lui ed un manipolo di mafiosi incolti avrebbero sventrato montagne di asfalto e metallo, in solitudine. Come una task force di ingegneri. Possibile? 3) Nelle ore e nei giorni successivi alla strage, tutti i computer di Falcone furono manomessi, per cancellarne la memoria in tutto o in parte: chi e come ci riuscì? E per quali ragioni? 4) L’estremista nero Elio Ciolini, ritenuto vicino ai servizi segreti, all’inizio del marzo 1992 fece una soffiata agli inquirenti, quando era in carcere a Bologna. Parlò dell’imminente avvio di una serie di stragi e dell’omicidio di un pezzo grosso della Dc. Una strana profezia avveratasi già il 12 marzo, con l’assassinio dell’eurodeputato Salvo Lima, proconsole siciliano di Giulio Andreotti. Come faceva Ciolini a indovinare? 5) Il 21 e il 22 maggio 1992 l’agenzia di stampa “Repubblica”, vicina ai servizi segreti e da non confondere con l’omonimo quotidiano, scrisse che di lì a poco ci sarebbe stato un bel “botto esterno”. Qualcosa per destabilizzare l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. La strage di Capaci azzerò le manovre per portare il favorito Andreotti al Quirinale, dove invece fu eletto Oscar Luigi Scalfaro. Tutto casuale?

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