Pubblicato il: 9 giugno 2018 alle 8:00 am

La storia di Stella ed Edgar tra passione, illusioni e lucida pazzia Ambientato nell’Inghilterra di fine Anni ’50, “Follia” è il racconto della relazione tra uno scultore irrequieto, recluso in un manicomio criminale per un efferato uxoricidio, e una donna affascinate ma insoddisfatta

di Rosa Aghilar.

Roma, 9 Giugno 2018 –  Sembrerà strano, ma paradossalmente chi ama i libri difficilmente ne ha in dono e per me regalarne è come ricevere un pezzetto di mondo. Il libro di cui parlerò mi è stato dato da un’amica carissima e donna dall’ammirevole forza.

E’ ancora la follia l’oggetto di questo pezzo, ma non quella della scrittrice Alda Merini che trasforma il suo percorso psicoanalitico in versi sensibili, geniali che ti fanno vibrare il cuore e le cui parole diventano incandescenti.

Questa è la follia di una tormentata storia d’amore e morte e di perversione dell’occhio clinico che la osserva e narra in prima persona di questa storia: il dottor Peter Cleave uno psichiatra che lavora in un grande ospedale psichiatrico vicino a Londra.

Stella Raphael è una donna affascinante, insoddisfatta della vita famigliare prevedibile ed eccessivamente ordinata che conduce con il marito Max, uno psichiatra brillante nel lavoro e distante nel privato, e Charlie, l’unico figlio nato dalla coppia.
Ambientato nell’Inghilterra del 1959, Follia (1996) di Patrick McGrath, racconta la storia tra Edgar Stark, uno scultore irrequieto e morbosamente geloso, recluso in un manicomio criminale per un efferato uxoricidio, e Stella Raphael.

Edgar, un eccentrico artista, si trova nel manicomio criminale perché arso da un’immotivata gelosia, ha ucciso la moglie, l’ha decapitata e poi enucleata, mettendo la sua testa su un paletto e lavorandola come se fosse un busto di argilla. Tutto questo è successo cinque anni prima dell’incontro con Stella che non ne è esattamente informata. Trascurata dal freddo marito che antepone la sua carriera a lei, vede nell’artista solo l’uomo che lavora nel suo giardino, dall’aria misteriosa e dal forte fascino e lei se ne innamora perdutamente. Come due pianeti attratti dalla loro forza gravitazionale, come due magneti di cariche opposte, i due non riescono a resistersi e intraprendono una relazione fatta di seduzione suprema, passione, tormento e amore, di vita.

Piano piano si lasciano travolgere e la marea da questo momento in poi sarà inarrestabile, le onde si susseguono in un moto implacabile e infrangeranno non soltanto loro stessi ma tutto ciò che li circonda.

«Per la prima volta Stella sentiva che era valsa la pena saltare nel vuoto, perché alla fine avrebbero trovato il posto sicuro dove amarsi senza paura. E fu in quello spirito che fecero l’amore: senza paura, liberamente, mentre i treni rombavano sul viadotto della notte. E Stella lo fece ridendo, gridando, urlando al magazzino intero tutta la vita che aveva dentro».

Tutto questo fino a un punto di svolta decisivo per i personaggi del romanzo dove Stella decide di lasciare il marito, il suo unico figliolo, la sua rispettabile famiglia assieme all’immagine di onesta moglie borghese per abbandonarsi al suo Edgar e fuggire con lui per vivere questa relazione.

Non nascondo che le prime sessanta pagine sono state poco attraenti, incentrate soprattutto sulla narrazione di una storia originale ma poco appassionante all’inizio.

Vado avanti, proseguo fino ad addentrarmi in un viaggio sofferto all’interno della fortificazione di un’anima tormentata. Il lettore, infatti, procede nei meandri più oscuri della mente umana noncurante della bellezza agognata di una tranquillità illusoria: se ogni nostro atteggiamento sembra essere meccanico e assolutamente normale, soffermiamoci per un attimo a pensare quali inconsci processi vi siano alla base, senza arrivare mai a comprendere quella sfera intima che ci appartiene, forse la nostra essenza più vera e unica.

Forte è il contrasto tra il punto di vista della protagonista e quello del Dottor Cleave attraverso il quale sono messi in evidenza i meccanismi di rimozione e di illusione che la donna si crea non rendendosene conto ma credendo di agire razionalmente: non ha più il controllo della sua mente eppure lei se ne sente ancora padrona, ma la nostra psiche ha vita propria e la pretesa di dominarla costituisce la pura follia.

Sembra quasi che tra le pagine si muovano due diverse Stella, ognuna con una personalità e un’indole totalmente divergenti rispetto all’altra. Chi è davvero Stella? La quieta moglie di un dottore, tranquilla e curata seppur piena di desideri nascosti e repressi, o colei che si confonde di sotto la maschera?

«Oh si diceva ma che assurdità, e che banalità, oltretutto, l’idea di scambiare due parole con un paziente nell’orto potesse avere importanza. E allora, se era tutto così banale, che motivo aveva di ragionarci su?».

Il moto del romanzo è questo sentimento folle e travolgente, passionale, oscuro e inoppugnabile.
Può essere esso così brutale e folle al contempo? Aggressivo? Esasperato? In grado di scalfire e contemporaneamente di procurare sollievo? Il Dottor Cleave più volte annota questo rapporto come un’ossessione morbosa sessuale. Nelle ultime pagine però il lettore inizia a dubitare di questo ardore, considerato semplicemente folle per le convenzioni comuni e la società del tempo: poteva forse essa accettare mai che una donna di alta classe, rispettabile e rinomata, si abbandonasse al “vero” amore, a quello più viscerale, piuttosto che rimanere intrappolata in un matrimonio convenzionale, infelice ma che salvi le apparenze?

«Ma se si muoveva subito, se andava subito da lui, che cosa avremmo potuto fare? Niente, se si muoveva subito non potevamo fare niente. Se si muoveva subito. Tornò di sotto, in soggiorno. La casa era vuota. Max si fermava a colazione in ospedale e Mrs Bain era tornata a casa sua. Charlie era a scuola. Bevve qualcosa. Se si muoveva subito. Camminò avanti e indietro per il soggiorno. Faceva freddo, e c’era una leggera foschia. Da fuori arrivava l’odore del fumo. Muoversi subito significava salire di sopra, riempire una valigia e chiamare un taxi per farsi portare alla stazione. Da lì sarebbe andata in Horsey Street senza più tornare indietro. Dopo un altro bicchiere chiamò il taxi. Rimase per qualche attimo inchiodata dov’era a pensare a cosa ne sarebbe stato di Charlie, e per poco non cambiò idea. Ma non lo fece, scacciò quel pensiero».

E’ come se durante tutto il romanzo attraversassi gradino dopo gradino un girone dantesco: l’esasperazione, il dramma di continue battaglie mentali destinate a schiantarsi inesorabilmente sul muro della ragione. Questo testo è il viaggio senza ritorno.

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