Pubblicato il: 10 giugno 2018 alle 9:00 am

I bassi napoletani: l’anima povera partenopea verso il riscatto Le caratteristiche abitazioni dei quartieri di Napoli più popolosi, grazie a qualche coraggioso imprenditore diventano occasione di contatto autentico con la secolare cultura cittadina

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 10 Giugno 2018 – Non è un vascio ma una reggia, recita E.A.Mario nella sua ultima canzone, esaltando la modestia e l’onestà degli abitanti della piccola abitazione napoletana, che, se ospita una bella ragazza, diventa una reggia (“O vascio”, 1946).

Come non ricordare i bassi anche nel rocambolesco inseguimento tra Manfredi e gli americani nel celebre film Operazione San Gennaro (1966), che vede le macchine trascinare a terra tutti i panni stesi nei vicoli, o la Loren contrabbandiera di Ieri, oggi, domani (1963)?

Sui bassi di Napoli si è molto scritto. Icona dell’antica e perenne miseria degli strati sociali più emarginati della città, i bassi hanno una storia lunga che affonda le proprie origini nel Medioevo, incastrati nei suoi vicoli, simboli di un mondo fantastico e pittoresco: spuntano qua e là ai piani terra di antichi palazzi, importanti o meno. Non si è sottratto neppure il teatro di Eduardo quando in Napoli Milionaria ci presentava gli abitanti di quei luoghi come i protagonisti di una cultura tutta partenopea che, nonostante la disperazione della guerra e l’estrema povertà, riuscivano a sopravvivere con piccoli espedienti.

Del basso parla già Boccaccio: a 12 anni è a Napoli col padre e ne resta colpito – “…guardo quelle che siedono presso la porta delle loro case in via Capuana; di ciò gli occhi porgendo grazioso diletto…”- tanto da inserirlo poi nel suo Decamerone, nella novella del giovane mercante che arriva da Perugia e vivrà una notte turbolenta che lo farà maturare.

Come spiegare il basso a un non napoletano?

E’ un’abitazione composta di una o due stanzette a pian terreno, ricavata da antichi locali destinati a depositi che si aprono uno dopo l’altro nei numerosi vicoli della Napoli del centro storico, dai Vergini e la Sanità ai Quartieri Spagnoli, a qualche nuovo rione popolare e in alcuni paesini della periferia, abbelliti spesso da tendaggi vivaci e piante. In pochi metri quadri vivono anche intere famiglie. Il locale serve essenzialmente da dormitorio, dato che di giorno si vive nei vicoli. Nel medioevo servivano da magazzini per il commercio delle merci provenienti dal mare, come ne esistono in tutte le città di mare italiane, ma anche a Dublino o Anversa.

Più tardi, mentre i governi di molte città si trasformavano adattandosi ai tempi, gli Aragonesi invece, per evitare lo spopolamento delle campagne, combattevano lo sviluppo edilizio. Gli immigrati, composti per lo più di contadini, piccoli artigiani e trafficanti di diversa natura, non trovando alloggi – c’erano i nobili, i funzionari e i militari spagnoli da accogliere nei palazzi – finirono per adattarsi proprio in quei depositi. Da allora, i cosiddetti bassi si moltiplicarono a vista d’occhio, così come la popolazione, e si dovette attendere il colera del 1884 per riconoscere che queste abitazioni malsane costituivano un terreno fertile per le epidemie.

Con il “risanamento” dell’Italia unita, sull’onda del grande piano di ristrutturazione di Parigi realizzato dal barone urbanista Haussmann su commissione di Napoleone III, ci si limitò ad elevare una specie di paravento dinanzi alla Napoli dei vicoli, ma la promiscuità, il sovraffollamento, il mancato rispetto delle più elementari regole dell’igiene restarono tutti: nella mastodontica opera di ristrutturazione vennero abbattute migliaia di abitazioni, ma anche chiese, strade e fondachi. Matilde Serao sul Mattino lanciò una violenta invettiva al premier di allora, Agostino De Pretis.

Abitati un tempo da ambulanti come quelli delle grandi canzoni napoletane: il cardatore di lana, la capera, l’acquaiuolo, il saponaro, lo scarparo, l’impagliaseggia, la lavandaia – spesso ritratti nei quadri di Altamura e Palizzi – ma anche persone legate alla malavita, che hanno potuto continuare indisturbate i loro commerci illegali; e poi emarginati o disoccupati, infine extracomunitari. E oggi, insieme agli spaghetti al pomodoro, i bassi ospitano la cucina indiana e tunisina, ucraina e cinese, con i loro aromi esotici e i loro sapori particolari.

Oltre l’aspetto folkloristico, e malgrado l’impegno civile di sempre più numerosi cittadini, il basso resta per alcuni il vergognoso emblema di un secolare disinteresse politico-amministrativo verso una città che è stata ed è ancora la culla di una cultura umanistica di prim’ordine.

Un bel tentativo, già riuscito, è la riconversione degli ultimi anni. Alcuni sono diventati b&b, bar e pizzerie, altri si sono trasformati in ristovasci : cucine aperte a  napoletani, turisti e passanti per offrire un’esperienza unica, fatta di tradizioni, leggende e sapori della cucina popolare. Qui si riscopre la bellezza di condividere il pasto con chi è accanto, piacere che i ritmi frenetici imposti dalla società moderna ci hanno fatto dimenticare. Possiamo scegliere ad esempio O vascio ‘e Nunziatina, 40 mq nascosti in un vicolo parallelo a Via Toledo (Vico Lungo del Gelso, 40), dove gli ospiti possono vivere un’esperienza di cibo e convivialità con il sottofondo delle classiche canzoni napoletane, o La cucina della mamma (Vico Consiglio,18), che ripropone le preparazioni tradizionali delle domeniche napoletane, o l’ormai famosissima Nennella, la trattoria ‘ncopp’e quartieri (Vico Lungo Teatro Nuovo, 105) divenuta una vera e propria istituzione a Napoli. Qui la cucina è assolutamente casalinga- la mitica pasta con patate e provola – condita da una buona dose di teatralità: i camerieri urlano le ordinazioni e insultano i clienti, mentre i gestori ballano, cantano e raccontano barzellette colorite.

Chi ha gradito l’esperienza può iscriversi ai suggestivi e curiosi Vasciotour, organizzati da associazioni culturali – su vascitour.it – che vi condurranno a pranzo, ma anche a dormire e a visitare i vicoletti circostanti con una guida che illustrerà e racconterà le leggende e tradizioni legate a quel luogo. E una particolarità più unica che rara: le botole che dal basso portano al sottosuolo di Napoli, dove è spesso possibile vedere i preziosi resti greco-romani, rimasti inglobati sotto terra.

(Foto di Maria Rosaria Scinti Roger @mariarosariascintiroger)

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