Pubblicato il: 21 giugno 2018 alle 9:00 am

Mare, sole e libertà, ma per i ragazzi non cambia nulla: restano nella gabbia dei social Quando i giovani entrano nella galassia del virtuale firmano diverse deleghe, tutte pericolose per la loro psiche. La situazione è preoccupante perché il “potere” non se ne interessa

di Francesco Rettura*.

Ricordo la gioia grande dell’ultimo giorno di scuola: toccavo la terra dei desideri ed era terra grande perché grandi erano i desideri. Si annullavano tutti i limiti e tutto era possibile. Devo dire che tutto restava nel lecito e il lecito era stretto, oggi il lecito ha perso i confini ed ha incluso di tutto. Oggi dopo l’assunzione di droghe e il consumo di bevande alcoliche c’è un danno latente, visibile ma sottovalutato: la dipendenza dai “social” da cui non sono immuni gli adulti.

Degli adulti mi preoccupo meno, perché dovrebbero avere gli strumenti e la consapevolezza della vita che scelgono, dei giovani mi preoccupo “assaissimo”, non solo perché vedo che il “potere” se ne interessa poco, ma anche perché per interesse legittimo del popolo a cui appartengo, mi preoccupo del nostro futuro nel quale i giovani di oggi saranno il nuovo “potere”, e finisco per ricordare un detto, del mio nonno paterno: chi a 20 non sa e a 30 non ha, non saprà e non avrà.

Quando i giovani entrano nella galassia dei “social” firmano diverse deleghe, tutte pericolose per la loro psiche. Cominciamo dalla prima: attiene al meccanismo stimolo-risposta, in quanto cliccare un tasto attiva il nostro sistema dopaminergico dandoci una risposta immediata che procura piacere perché evitiamo la frustrazione dell’attesa. Come dire tutto e subito in una bulimia comportamentale prigioniera di una coazione a ripetere. Continuiamo con la seconda: la visione della realtà dei social è illusoria e mutilata allo stesso tempo, nel senso che produce deliri di onnipotenza in una quantità molto limitata della realtà, presentando tutto questo come vero e condiviso da tutti, per cui ancora più verosimile e, quindi, chi sostiene il contrario diventa portatore del falso. Andiamo avanti con la terza: l’uso esagerato dei social provoca una dipendenza comportamentale, tanto che il soggetto utilizzatore comincia a dormire male, a parlare di meno, esce da casa di meno, socializza più difficilmente.

Vediamo allora cosa possiamo fare noi adulti. Se pensiamo ai bambini che frequentano l’asilo, l’utilizzo della tecnologia non deve superare i trenta minuti; se invece sono alle elementari, possiamo arrivare ad una ora e trenta minuti, alle medie poi arriviamo alle due ore: in tutto questo, il tempo dei videogiochi non deve superare il 40% del tempo giornaliero e il resto deve essere riempito da attività educative condivise. Se, invece, si tratta di giochi di ruolo, pur se virtuali e solo se simulano situazioni reali, si può optare per un tempo più ampio, poiché i ogni caso è tempo condiviso.

Sbagliamo se ci illudiamo di risolvere il problema attraverso il semplice controllo; dobbiamo, invece, costruire e gestire un dialogo permanente, dobbiamo testimoniare la nostra diversità e non stare sempre attaccati al telefono, dobbiamo riuscire a condividere su internet gli interessi dei nostri figli se vogliamo vedere l’architrave del loro sistema-mondo e capire e parlare i loro linguaggi.

Sembra paradossale, ma dobbiamo poter restituire ai nostri ragazzi relazioni umane, restituirgli la possibilità di guadare l’altro negli occhi, di sentire il suo odore, di ascoltare il suo riso o il suo pianto, di sentire la sua forza o la sua paura, di contattare la tenerezza di un abbraccio, di ascoltare il suono delle sue parole e la gioia del suo canto. Dobbiamo aiutarli a ricostruire un rapporto con il territorio che non sia soltanto quello dei “baretti” o della discoteca. Dobbiamo riportarli in strada, non per esercitare violenza e rabbia, ma per scoprire la pacatezza della condivisione, la pienezza del confronto, la ricchezza del dialogo, il fascino della curiosità per il nuovo e il diverso.

Solo che, per ottenere tutto questo, noi adulti dobbiamo esserci, dobbiamo dedicare tempo costruttivo ai nostri ragazzi, dobbiamo fargli vedere come si fa, dobbiamo metterci in gioco senza paura e senza orgoglio, dobbiamo stare dalla loro parte, non per lagnarci della severità degli insegnanti, ma per camminare insieme a loro e alle loro difficoltà che sono tante. Credo che solo se faremo così, domani non avremo il rimpianto del tempo che non abbiamo trascorso con loro. Dobbiamo meritarceli, questi ragazzi, e loro devono meritarsi gli adulti e la loro vicinanza.

*Psicologo – Psicoterapeuta

neifatti.it ©