Pubblicato il: 30 luglio 2018 alle 8:00 am

L’economia italiana ha rallentato. Anzi no, crescera’ dell’1,3% l’anno nel triennio 2018-2020 Tria e Fmi smentiti dal Rapporto di previsione AFO diffuso dall’Abi: sofferenze in ulteriore calo, in aumento il credito ai residenti, redditività in ripresa

di Fabrizio Morlacchi.

Roma, 30 Luglio 2018 – Le ultime due settimane, alcune analisi sull’andamento della nostra economia, avevano fatto aleggiare nuovamente lo spettro della crisi in Italia.

Prima il ministro dell’Economia, Tria nel corso dell’audizione in Commissione alla Camera: «L’economia italiana ha rallentato, rischio previsione crescita in ribasso per il 2018»; poi l’Fmi, che rivedendo al ribasso le stime per il nostro Paese, parlava un rallentamento, con il Pil 2018 che si ferma a +1,2%, per poi scendere ulteriormente, inchiodandosi all’1,0% nel 2019.

Ora, si sa, l’economia non è fatta solo di numeri. Jean-Paul Kauffmann amava dire che “L’economia dipende dagli economisti all’incirca quanto il tempo dipende dai meteorologi” e che “Gli economisti non avanzano previsioni perché sono in grado di farle, ma soltanto perché qualcuno le richiede”.

Perché diciamo questo e citiamo Kauffmann? Perché a soli pochi giorni da quelle dichiarazioni-previsioni, ne sono arrivate altre, diverse e diciamo diverse per evitare di utilizzare il termine “opposte”.

Ci pensa l’Abi, l’Associazione Banche Italiane, a ribaltare il quadro: l’economia italia continua a crescere su livelli che si dovrebbero collocare intorno al +1,3% medio annuo nel triennio 2018-2020. Questo in estrema sintesi lo scenario previsivo diffuso dall’Ufficio studi dell’ABI, costruito come di consueto insieme agli Uffici studi delle principali banche operanti in Italia, conferma la prosecuzione del trend di ripresa della nostra economia.

Il tasso di variazione del prodotto interno lordo italiano, seppur rivisto lievemente al ribasso rispetto a quanto previsto a dicembre – in ragione delle incertezze connesse al perdurare di tensioni geopolitiche internazionali e alla possibile estensione delle politiche protezionistiche sul commercio internazionale -, rimarrebbe infatti positivo in ciascuno dei tre anni considerati nel Rapporto.

Per quanto concerne le banche operanti in Italia, secondo l’Associazione di riferimento, le previsioni, da un lato, indicano un significativo consolidamento del trend di miglioramento della qualità dell’attivo, tenuto conto sia della riduzione dei flussi in ingresso di nuovi crediti deteriorati sia delle recenti tendenze nelle operazioni di dismissione degli NPLs, dall’altro registrano una variazione positiva dei volumi di credito, seppur meno pronunciata rispetto alle previsioni dello scorso dicembre.

Più in dettaglio, nel prossimo triennio è previsto che lo stock di sofferenze, sia al lordo sia al netto delle rettifiche, si riduca di circa il 40% rispetto ai valori di fine anno scorso. La riduzione dovrebbe essere particolarmente marcata quest’anno, anche in ragione dell’attesa di ingenti cessioni di sofferenze, stimato intorno ai 50 miliardi di euro. Nel biennio successivo il volume delle operazioni di cartolarizzazione delle sofferenze dovrebbe ridursi, collocandosi su un valore medio annuo intorno a 25 miliardi di euro. Il calo delle sofferenze risulterebbe diffuso tra tutte le categorie di debitori, ma sarebbe particolarmente intenso per le imprese, per cui si ridurrebbero del 46% nel complesso del triennio.

L’NPL ratio, pari al 14,5% al lordo delle rettifiche a fine 2017, dovrebbe continuare a scendere velocemente, raggiungendo a fine periodo valori di poco superiori al 6%. Questo miglioramento risulterebbe diffuso tra tutti i gruppi bancari e le banche indipendenti.

La riduzione del rischio si accompagnerebbe a un rafforzamento della dinamica dei prestiti. “Il credito a residenti, in crescita per l’1,7% nel 2017 – si legge – dovrebbe aumentare ad un tasso medio annuo del 2,4% nel triennio. Nel dettaglio settoriale, si segnala una sensibile ripresa nella dinamica dei prestiti alle imprese, il cui tasso di variazione annuale salirebbe dai valori sostanzialmente nulli del 2017 a ritmi di espansione medi annui prossimi al 2,5% nel triennio. La crescita del credito alle famiglie dovrebbe invece consolidare i progressi già compiuti nel corso del 2017, collocandosi a fine periodo su tassi di crescita del 3,2%.

Gli indici patrimoniali tenderebbero a crescere ulteriormente: il capitale di migliore qualità dovrebbe aumentare dal 13,8% di fine 2017 al 14,9% di fine 2020, nuovo livello massimo storico per le banche italiane”.

La redditività bancaria dovrebbe proseguire il processo di ripresa avviato nel 2017. La dinamica ancora debole dei ricavi, dovrebbe, infatti, essere più che compensata dal significativo miglioramento dell’efficienza operativa e dall’importante riduzione del costo del rischio. In particolare, il totale dei ricavi dovrebbe crescere nel triennio di previsione ad un tasso medio annuo dell’1,6%, mentre il totale dei costi operativi e delle rettifiche dovrebbero ridursi rispettivamente del 2,5% e del 10% annuo.

“Nel triennio le banche genererebbero utili netti per circa 10 miliardi di euro medi annui generando un rendimento sul capitale investito (ROE) in crescita nel triennio di previsione. A fine periodo – conclude il documento – il ROE si collocherebbe intorno al 5%, miglior risultato dal 2007 anche se ancora inferiore al livello medio registrato prima della crisi”.

Abbiamo riportato il dato diffuso dall’Abi ma non è l’unico a parlare in termini ottimistici. A fine giugno, a Milano si è tenuta la quarta edizione dell’Italian CEO Conference alla quale ha partecipato Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca. Ebbene il banchiere italiano, facendo una accurata disamina della situazione alla luce anche del delicato passaggio a una industria 4.0 e all’importante processo di consolidamento delle multiutility, ha detto: «Il contesto economico generale appare incoraggiante, con gli ultimi dati che mostrano il robusto trend della produzione industriale in continua crescita fin dalla prima metà del 2018».

Infine una buona notizia arriva dall’Europa. Ricordate che la Banca europea per gli investimenti ha supportato l’economia italiana per 38,6 miliardi di euro di nuovi investimenti, nel triennio 2015-2018? Di questa somma poco più del 20%, e cioè 8,3 miliardi, è riferito al piano Juncker, che a dicembre è stato rinnovato fino alla fine del 2020. Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei, ha dichiarato: «Questi finanziamenti servono a spingere la crescita del Pil, a creare competitività europea e a contrastare la disoccupazione». Intanto il quotidiano La Stampa nei giorni scorsi ha evidenziato come il piano Juncker – tecnicamente chiamato Fondo europeo per gli investimenti strategici, Efsi – abbia approvato in tre anni in Europa 898 operazioni, 65,5 miliardi di euro di finanziamenti (mobilitandone 335 miliardi), sostenuto 700 mila Pmi, creando oltre 750 mila posti di lavoro e aumentando il Pil europeo di 0,6 punti percentuali.

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