Pubblicato il: 11 agosto 2018 alle 8:00 am

Migranti, da due milioni di anni La nuova mostra nel Museo Archeologico di Amburgo ripercorre la (prei)storia dell’uomo e cerca di rispondere alle domande dei nostri giorni

da Amburgo, Fritz M. Gerlich.

11 Agosto 2018 – “Due milioni di anni di migrazione” è il titolo della mostra speciale che il Museo archeologico di Amburgo presenta fino al 2 settembre 2018. Se vi trovate in zona, è senz’altro da vedere.

La mostra, con lo sguardo alla preistoria dello sviluppo umano, insegna più di tanti libri che la mobilità e la migrazione sono componenti naturali dell’essere umano e non un fenomeno moderno. La ricerca del museo parte dalle radici dell’uomo in Africa, in Asia fino in Europa.

Come è iniziato il cammino dell’uomo, cosa lo ha provocato, quali sono stati i meccanismi e le implicazioni dietro il fenomeno delle migrazioni? La visita invita a trovare le risposte a queste domande.

L’attuale migrazione dall’Africa e dall’Asia occidentale verso l’Europa scatena ampi dibattiti e accompagnerà le società europee negli anni a venire. Alla ricerca di cibo, acqua e altre risorse, si sono spostati per regioni e continenti sia deserti che popolati, le popolazioni umane sono emigrate, per necessità o per scelta, alla ricerca di cibo, acqua e altre risorse, si sono spostati per regioni e continenti sia deserti che popolati, noti o inesplorati, da milioni di anni. È così che ci siamo evoluti. L’Homo sapiens si è conquistato la libertà di migrare che riguarda potenzialmente ogni individuo della specie, libertà affermata dalla Dichiarazione universale dei diritti umani firmata a Parigi il 10 dicembre 1948.

Quante umanità diverse – dagli Australopitechi a Neanderthal, a Homo sapiens – si sono succedute e incrociate sulla Terra? Quali percorsi hanno seguito, dalla loro prima uscita dall’Africa fino alla diffusione in tutto il pianeta?

E’una diaspora mai conclusa, espressione del nostro ancestrale nomadismo. Fra oceani e terre emerse, le popolazioni si sono da sempre spostate, riposizionate, distribuite. È il “fiume della vita” descritto a metà Ottocento da Charles Darwin, già a suo tempo consapevole del fatto che la Terra è un pianeta in movimento e che le specie in tempi passati hanno migrato, ad esempio, a causa del clima: «le migrazioni hanno avuto una parte importante nella prima comparsa di nuove forme in ogni area e in ogni formazione», scrive nell’Origine delle specie.

Secondo lui, i cambiamenti di clima, in particolare le oscillazioni tra periodi glaciali e interglaciali, hanno alimentato continue migrazioni, tali da mescolare anche le flore e le faune su tutto il mondo, spostando le fasce di vegetazione e gli habitat, facendo convergere verso l’equatore ora le specie boreali ora quelle australi, e poi facendole ritirare di nuovo verso i poli.

Confermando questa “teoria della migrazione” darwiniana, oggi i paleontologi in ogni continente trovano stratificazioni di faune e flore originarie, tracce di primi rappresentanti di migrazioni antichissime, poi altri immigrati successivi che estinguono i discendenti degli immigrati precedenti (nel frattempo naturalizzati in loco), poi nuovi invasori alloctoni, e così via. Chiunque pensi di essere il vero “nativo” di un luogo sbaglia: basta andare indietro abbastanza nel tempo e c’è sempre qualcuno più nativo.

La migrazione è quindi un fattore evolutivo fondamentale, da sempre. Migrando e colonizzando un altro luogo nascono nuove specie.

Ma migrando le popolazioni biologiche si rimescolano pure e così si rafforzano perché nuove varianti genetiche vengono introdotte (la “purezza” di una popolazione o di una razza è l’anticamera dell’estinzione). Sulla superficie instabile del nostro pianeta, tra incessanti cambiamenti climatici e continui glaciazioni o surriscaldamenti, migrare è dunque una strategia essenziale di adattamento e di flessibilità.

L’umanità è in cammino da tempi antichissimi e questo “fiume della vita” riguarda anche le specie ominide, in particolare quelle del genere Homo. Intorno a 1,8 milioni di anni fa li troviamo già in Georgia: non era mai successo prima che esseri umani arcaici di origine africana raggiungessero quelle vallate caucasiche, passando con ogni probabilità dalla valle del Giordano. Avevano una tecnologia semplice, fattezze arcaiche, un cervello ancora ridotto, ed erano molto diversi da individuo a individuo. Eppure sono stati capaci di espandere fino alla Georgia il loro territorio: evidentemente non abbiamo dovuto attendere l’evoluzione di un grosso cervello per diventare esploratori.

In più migrazioni successive, gli uomini raggiungono parti dell’Eurasia, dove risultano insediati già un milione di anni fa. La ragione di queste diffusioni umane, accanto alla naturale curiosità che tutti condividiamo, sta innanzitutto nel successo riproduttivo di vari gruppi, che è un successo adattativo: quando un gruppo cresce di numero, diviene necessario cercare nuovi spazi di caccia e raccolta e quindi adattarsi alle condizioni ambientali di diversi habitat.

La costante delle più antiche civiltà umane è stata dunque il nomadismo, che ha caratterizzato la vita degli uomini primitivi sino all’introduzione dell’agricoltura nel Neolitico (dopo il 10.000 a.C.): l’ homo sapiens viveva di caccia e raccolta, perciò era costretto a spostarsi di frequente per seguire i branchi di animali e ciò lo ha portato a diffondersi gradualmente in tutto il mondo, popolando i vari continenti in un processo durato migliaia di anni.

Fortunatamente la specie umana non è mai stata sottoposta a selezione artificiale (per nostra fortuna e nonostante qualcuno, nella storia, abbia avuto l’idea di provarci) e la migrazione all’interno della specie è sempre stata troppo intensa perché potessero formarsi razze diverse.

Nella mostra, i visitatori possono sperimentare diversi livelli di informazione, con audioguide per bambini e adulti, come viaggiatori dei principali eventi migratori del nostro passato.

Nell’ambito della mostra speciale, il museo offre un ricco programma di eventi, fatto di workshop e conferenze, durante i quali i visitatori imparano a conoscere l’attualità della ricerca archeologica utile per le sfide sociali dei nostri giorni.

Il museo offre un’interessante visita virtuale: https://amh.de/digitales-angebot/google-art-project/

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