Pubblicato il: 21 agosto 2018 alle 9:00 am

Il ‘68 degli studenti bangladesi Reportage dal Bangladesh, dove ciò che sta succedendo negli ultimi giorni è passato in sordina nelle news occidentali

da Dacca, Santanu Mukherjee.

21 Agosto 2018 – Il governo di Dacca starebbe sistematicamente reprimendo la fuga di informazioni riguardo alle proteste scoppiate nella capitale dopo la morte di due studenti. Che forse sono solo la punta dell’iceberg di una situazione al limite.

A Dacca, capitale del Bangladesh, circa una settimana fa migliaia studenti delle scuole superiori sono scesi per le strade paralizzando il traffico di una metropoli già congestionata. Il governo teme che una legittima protesta studentesca possa assumere i connotati di una vera e propria rivolta nazionale.

La miccia è stata la morte di due studenti nel giorno del 29 luglio. Si chiamavano Diya Khanam, 17 anni, e Abdul Karim, 18 anni, entrambi deceduti dopo essere stati investiti da un autobus che non avrebbe nemmeno tentato di soccorrerli.

Mentre aspettavano alla fermata, un bus è piombato su di loro a tutta velocità, investendoli. Ma la polizia ha scoperto un dato agghiacciante: a detta dei viaggiatori, il mezzo aveva ingaggiato una sfida con l’autista di un altro mezzo pubblico.

Non è la prima volta che accadono incidenti del genere. In Bangladesh gli autisti degli autobus privati fanno a gara nel trasportare più persone possibili, oltre tutto sarebbero migliaia i bengalesi che si mettono alla guida senza patente. Nella sola capitale, che conta circa ben 7 milioni di persone, ma è ancora priva di regolamentazione sulla sicurezza stradale, sono stati almeno 4.200 gli incidenti mortali avvenuti quest’anno, con un incremento del 25% rispetto all’anno precedente. Un vero rischio avventurarsi per le strade della capitale, che oltre ai veicoli a motore ospita moltissimi risciò. Non è raro trovarsi in un ingorgo da incubo da quando è aumentato nella capitale il numero di risciò illegali. Le auto, poi, sono talmente tante per le strade che il governo ha annunciato che sarà presto imposto un limite al numero di macchine acquistabili in famiglia, proprio per ridurre la congestione del traffico nell’area cittadina, problema che, insieme ad un’elevata densità di popolazione, ha concesso a Dacca il triste primato di una delle città più inquinate del mondo.

Una bomba ad orologeria che è esplosa con la morte dei due poveri ragazzi qualche giorno fa. Ma i compagni non hanno accolto la notizia con rassegnazione. Le proteste, iniziate pacificamente dagli studenti del Notre Dame College, si sono trasformate in una vera e propria guerriglia quando, il 5 agosto, riuniti tramite social network, decine di migliaia di studenti provenienti da tutto il Paese si sono dati appuntamento nelle zone più trafficate della città e, vestiti con le loro divise scolastiche, hanno marciato, al grido di “Vogliamo Giustizia!”, dirigendosi minacciosamente contro le sedi del governo. Gli studenti esasperati hanno dato alle fiamme moltissime auto e bus. Tra le auto, anche quella su cui viaggiava l’ambasciatrice statunitense Marcia Bernicat, rimasta illesa; hanno poi occupato gli incroci stradali della città per controllare la validità delle patenti di alcuni automobilisti. Verificare la validità del documento di guida di chi è al volante è infatti il modo migliore per scongiurare o comunque limitare le tragedie stradali.

Le forze di polizia si sono abbattute senza pietà sul gruppo di protestanti, scaricando su di loro pallottole di gomma e gas lacrimogeni, fino a ferire ben più di cento persone.

Una rivolta che è un messaggio ai governanti: “Visto che non siete in grado di garantire agli abitanti la sicurezza che meritano, allora vorrà dire che lo faremo noi”.

Il governo, per tutta risposta, ha addirittura lasciato il Paese senza connessione internet da cellulare 3G e 4G per 24 ore, nel tentativo di bloccare l’organizzazione delle proteste via social.

La situazione sembra sul punto di degenerare e di aggravare il delicato equilibrio del Paese, dove convivono – male – un agguerrito estremismo fondamentalista, sottovalutato o tollerato secondo i casi, il partito del Capo di Stato Sheikh Hasina e i mullah che tuonano contro le ong e l’emancipazione femminile, e negli ultimi tempi hanno armato il braccio di “giustizialisti” con il machete che vanno a “giustiziare” blogger e scrittori laici, o preti hindu e cristiani. E la premier in persona ha più parole di condanna per il contenuto dei blog che per chi usa il machete!

Per questo motivo Internet, con la sua enorme cassa di risonanza, era la prima cosa da bloccare, anche in vista delle future elezioni di dicembre, da sempre causa di grande tensione tra i due partiti di maggioranza.

A due anni dalla strage di matrice terroristica all’Holey Artisan Bakery Cafè, nella zona ricca di Dacca, c’è ancora tanta paura. Il quartiere è deserto, abbandonato da turisti e negozi. Diversi cattolici si sono trasferiti all’estero; alcuni missionari protestanti hanno lasciato il Paese. Il resoconto completo delle indagini sarà pubblicato “molto presto”.

Sul caso degli studenti anche su Twitter sono subito esplose le proteste, marchiate con l’hashtag #WeWantJustice. Si sono potute vedere le foto che raffigurano ragazzi ricoperti di bende, ragazzine macchiate di sangue per le percosse e chissà quale altro tipo di violenza. La violenza appare giustificata dalla notizia secondo cui la causa delle rivolte scoppiate non sia solamente data dalle condizioni del traffico urbano, ma anche e soprattutto dalla situazione finanziaria in cui versa il Paese e dalla presunta corruzione che a poco a poco sta divorando la classe dirigente.

Secondo associazioni giornalistiche, il Bangladesh è attualmente il Paese con la più bassa libertà di stampa poiché il governo vieta un’informazione corretta, le notizie vengono distorte se non addirittura negate. Qui, secondo Freedom Housee Reporters sans frontières, i media indipendenti non esistono e se esistono, sono comunque messi nella condizione di non poter operare liberamente, quando invece la libertà di stampa è una delle garanzie che un governo democratico, assieme agli organi di informazione (giornali, radio, televisioni, internet), dovrebbe garantire ai cittadini.

Il Paese, nonostante le rassicurazioni dei governanti, appare ai visitatori – che però preferiscono India e Thailandia – immerso sotto una montagna di rifiuti: letteralmente, nei quartieri più poveri, gli adulti cercano a fatica qualcosa da mangiare in mezzo a cumuli maleodoranti, e dopo di loro i bambini, e dopo ancora gli animali. Un Paese pieno di contrasti, in pieno sviluppo (economia in costante crescita grazie agli investimenti per la produzione tessile, come H&M, Primark e Decathlon) ma con una povertà assoluta: grattacieli di oltre 20 piani a cui si accede attraverso rampe appoggiate su fogne a cielo aperto, corruzione a ogni livello, persino i conducenti di risciò per poter girare nei quartieri più ricchi, pagano tangenti alla polizia. Essi, d’altro canto, sono tra i più poveri: per poter fare meno soste possibili si intossicano di bibite energetiche che causano seri danni alla loro salute. La pressione demografica è enorme (il tasso di natalità annuo era, nel Paese, del 31/1000 negli anni ’90) ha spinto a guadagnare sempre più terreni alle attività e ai bisogni umani, determinando inevitabilmente catastrofi naturali, con riflessi pesantissimi.

La popolazione era finora rassegnata, in un Paese che, nonostante le lotte di indipendenza, le catastrofi naturali e la povertà, prova a rialzare la testa piegata dagli ultimi conflitti religiosi e dagli attentati.

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