Pubblicato il: 31 agosto 2018 alle 9:00 am

«Ogni giorno sono morta 100 volte e anche piu’» Da un Paese che non esiste più, storie agghiaccianti di eccidi e soprusi. Donne torturate, violentate e bruciate vive, mentre per le bambine esiste un tariffario

di Danilo Gervaso.

Baghdad, 31 Agosto 2018 –  Uomini costretti a scegliere tra la morte e la conversione, donne e bambini venduti come schiavi. E’ una persecuzione dimenticata quella del popolo Yazida da parte dei sedicenti combattenti dello Stato islamico dell’Iraq. Abitano la regione del Sinjar. Nel 2014, in un sol giorno, 3.100 di loro furono uccisi, mentre 6.800 vennero rapiti. Ha parlato di genocidio davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Nadia Murad, scampata a mesi di torture e abusi, candidata al Nobel per la pace, che chiede aiuto. Eppure poco o niente si sa di questo popolo che rischia l’estinzione. I sopravvissuti vivono per il 90% nei campi profughi, migliaia di donne e bambini sono schiavi in giro per il mondo.

Gli Yazidi sono una delle comunità meno conosciute e studiate: è la fede islamica di un gruppo tribale curdo dove tutto è trasmesso oralmente, ma non è questo il punto. La verità è che essi sono stati da tempo immemorabile accusati di essere «adoratori del diavolo». Sono così definiti dai Jihadisti, mentre per i persiani e i turchi sono gli “spegnitori delle lampade” riferendosi all’uso di spegnere le lampade, nella loro maggiore festa religiosa, per darsi all’orgia sessuale.

Non si conoscono le origini della religione degli yazidi, ha elementi in comune con i drusi islamiti e il sufismo, ma anche col cattolicesimo e il giudaismo medioevali. Gli yazidi praticano la circoncisione, il digiuno, un particolare tipo di pellegrinaggio, la lingua e la scrittura araba in molte occasioni culturali.

Ovviamente i terroristi sono guidati dai pregiudizi, dalle antiche leggende, precisano i profughi. Una triste eredità che non ha mai dato pace.

E così oggi le ragazze yazide sono vendute per qualche pacchetto di sigarette, altre hanno dovuto vedere i loro figli morire dissanguati davanti ai loro occhi, dopo essere state stuprate più volte al giorno dalle milizie dell’Isis. Le donne in particolare sono le vittime preferite dei miliziani: torturate, violentate e bruciate vive dai terroristi islamici perché si erano rifiutate di convertirsi. Migliaia di donne e bambine yazide, prigioniere dello Stato islamico, sono tenute in segregazione in Iraq e in Siria e sono scambiate o vendute al mercato come schiave sessuali.

Lo Stato islamico ha da tempo istituzionalizzato una cultura di stupri e schiavitù sessuale. L’Isis conduce una vera e propria guerra contro le donne. Ha perfino pubblicato un “tariffario” delle bambine yazide e cristiane da uno a nove anni.

Quelle che oppongono resistenza sono pestate a sangue, con le pietre. E poi, le ragazze yazide non hanno prezzo, nel senso che sono considerate bottino di guerra, infedeli, per cui possono essere vendute anche solo in cambio di qualche pacchetto di sigarette.

L’agghiacciante storia di Ashwaq Haji riflette la vita di molte donne. Il suo incubo inizia nel 2014, quando ha solo 15 anni e vive in Iraq, dove è rapita insieme a molte altre persone nella sua comunità, e venduta a un combattente per 100 dollari.

«Ogni giorno sono morta 100 volte e anche più… sono morta ogni ora, per le percosse, le sofferenze e le torture», ha raccontato.

L’uomo la usa come schiava del sesso per due mesi, fino a quando la ragazza, con grande coraggio, è riuscita a scappare dando sonniferi al jihadista. Ritrova poi sua madre e il suo fratellino e trova rifugio in Germania grazie al programma del Land Baden-Württemberg, che aveva già salvato le vite di Nadia Murad e Lamiya Haji Bashar. Ora vivono tutti vicino Stoccarda, vogliono iniziare una nuova vita imparando il tedesco e cercando un lavoro.

Eppure tutto avviene nel silenzio generale.

Lo scorso 3 agosto “l’Assemblea delle donne yazide” ha celebrato in Turchia “la giornata dell’azione internazionale contro i massacri delle donne e il genocidio”, con proteste in molte città della Turchia per condannare il genocidio e offrire solidarietà alle vittime. Ma il governo turco sembra non accorgersene. E anche a Washington si è tenuta una marcia per sensibilizzare il presidente Trump sul caso, e per così tante persone perseguitate in Medio Oriente proprio lui rappresenta una speranza per un cambiamento positivo, tanto che, di recente, una donna yazida in Iraq ha chiamato suo figlio “Trump”.

Il radicalismo, da qualsiasi parte provenga, è una minaccia universale, e qualunque colpo che lo indebolisca o lo sconfigga contribuisce a liberare anche le vittime che vivono in altre parti del mondo. Noi possiamo farlo con le parole. Nessun cambiamento esula dalle parole.

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