Pubblicato il: 13 settembre 2018 alle 9:05 am

Anzio, il mistero dei fusti interrati Una vicenda il cui inizio risale a 50 anni fa. Il tempo non è servito a chiarire i tanti dubbi. E nemmeno a ripristinare la salubrità dei luoghi. Che fine ha fatto la bonifica?

di Linda Di Benedetto.

Roma, 13 Settembre 2018 – Torniamo ad Anzio, in provincia di Roma, nella macchia mediterranea della Spadellata. Una storia sconosciuta a molti, e che a distanza di anni continua a presentare punti poco chiari, lasciando aperti diversi scenari. Andiamo nuovamente a ritroso nel tempo. Negli anni ‘70 un’industria farmaceutica la “Recordati”, scaricò del materiale altamente tossico nella macchia. Le segnalazioni di esalazioni nauseabonde e gli strani sintomi che i cacciatori osservarono sulla fauna, portarono alla scoperta di 406 fusti contenenti sostanze altamente tossiche. Un giudice di Anzio avviò un’inchiesta, che portò alla condanna della ditta Recordati a pagare in via cautelativa, 200 milioni di lire per i primi interventi di bonifica. Dopo 7 anni dal rinvenimento, alcuni fusti furono rimossi da una impresa specializzata, mentre parte rilevante degli stessi fu confinata nel bosco stesso in un sarcofago di cemento, si presume in attesa di definizione del contenzioso tra il Comune di Anzio e la ditta Recordati. La causa arrivò a sentenza definitiva nel 2011 con il riconoscimento al Comune di Anzio di un ulteriore risarcimento, che come meglio si dirà, non è stato impiegato per terminare le bonifiche.

Negli anni ’90, per far fronte ad una grave emergenza rifiuti derivata dall’indisponibilità della discarica di Borgo Montello, il Comune di Anzio depositò i propri rifiuti per circa 5 anni, anche se in modo discontinuo, proprio nello stesso punto in cui risultavano interrati i fusti tossici. Il sito era adibito a cosiddetta “zona di trasferenza” cioè di provvisorio accantonamento dei rifiuti in attesa di conferimento definitivo a discarica autorizzata. La permanenza di cumuli enormi, per anni ha generato ovviamente gravi danni ed inoltre il previsto risanamento, terminata l’emergenza, non è mai avvenuto per cui attualmente tonnellate di immondizia sono ancora presenti in quel punto, coperte da cumuli di terra di riporto e vegetazione.

Nel 2011 la Recordati fu condannata a risarcire il comune con 700mila euro. Il Partito democratico di Anzio, presentò un’interpellanza: “Il contenzioso in essere con la ditta Recordati si è concluso con il riconoscimento del danno subito da Anzio pari a circa 700 mila euro. La somma incassata, tuttavia non fu destinata alle tanto attese opere di bonifica ma, nello sconcerto di tanti, ad un paradossale assestamento del bilancio comunale per le seguenti categorie di spesa: 267 mila euro per sistemazioni di strutture in aree verdi e gestione parchi; 58 mila euro in convegni, congressi, mostre, conferenze e manifestazioni culturali; 20 mila euro per il servizio navetta-trenino estivo; 17 mila per spese di rappresentanza; 15 mila per manifestazioni turistiche (si presume spettacoli pirotecnici); il resto non pervenuto all’analisi dei commissari dell’allora commissione bilancio”. Alle richieste di chiarimento ed interrogazione dei consiglieri del PD circa la liceità ed utilità della scelta di distogliere quei fondi dal loro naturale impiego fu risposto laconicamente che “la Recordati oltre al risarcimento dovrà provvedere anche alla bonifica”.

Ma andiamo avanti, la Recordati versò anche circa 50mila euro alla Provincia di Roma ed inoltre furono pagati quasi 48mila euro, all’avvocato Giuseppe De Falco, che difese il comune nel contenzioso. Il reato di inquinamento di scarico abusivo di rifiuti, ascritto ai due dirigenti della Recordati e all’autotrasportatore che abbandonò i fusti tossici, cadde in prescrizione.

Ad oggi il fosso di Cavallo Morto che sfocia tra Lido dei Gigli e Lido dei Pini in mare, secondo i risultati di Goletta Verde, è altamente inquinato, come da moltissimi anni a questa parte. La foce dista a meno di un chilometro da dove furono scaricati i fusti e non ha altri canali d’uscita.

In molti si chiedono se parte dei guai ambientali di quella zona dipendano dalla macchia e se fu posto rimedio al danno causato. La stampa locale e nazionale per la maggior parte archiviò il caso, ritenendo che la bonifica fosse avvenuta, nonostante la mancanza di documenti presentati che attestassero il fatto. Montagne di rifiuti continuano ad essere sepolti insieme ad un esteso sarcofago di cemento deteriorato, esposto alle piogge e al tempo, che potrebbe aver inquinato il territorio per quasi 50 anni. La Recordati nel 2016, ad una testata locale ha affermato di non aver fatto nessuna bonifica. Quali segreti nasconde la vicenda? Chi sa risponda.

neifatti.it ©