Pubblicato il: 15 settembre 2018 alle 9:00 am

Leggiamo: La bastarda di Istanbul Temi sociali come l’aborto e l’emancipazione femminile si intrecciano con la tragedia del popolo armeno nel romanzo di Elif Şafak, considerata da molti la migliore scrittrice turca dell'ultimo decennio

di Rosa Aghilar.

Roma, 15 Settembre 2018 – Zeliha è una ragazza di diciannove anni che in minigonna, tacchi a spillo e camicetta attillata “per sottolineare il seno abbondante”, non curante del temporale estivo attraversa Istanbul per andare ad abortire. Non senza aver fatto prima una sosta al Gran Bazar, dove acquista un servizio da tè.

Chiaramente non può evitare le occhiate libidinose degli uomini allupati suoi compaesani e un tentativo di abbordaggio del tassista volgare quanto innocuo. E’ l’ora della preghiera del muezzin che irrompe da una moschea vicina, provvidenziale al fine di persuadere la ragazza a non abortire che torna a casa e rivela alla sua famiglia, mamma, nonna e tre sorelle che ha perduto la verginità, aspetta un bambino e ha tentato invano di abortire. Lei è l’elemento disinibito e ribelle del gineceo in cui vive che nove mesi dopo darà alla luce Asya.

Asya Kenzaci cresce in una famiglia di sole donne a Istanbul, crocevia da secoli, di culture e religioni differenti che s’incontrano e scontrano. E’ una giovane donna istintiva e disillusa, non conosce una parte del suo “passato personale”, non ha mai conosciuto suo padre e non sa nemmeno chi sia: è una bastarda ma quella parola, la prima volta che l’ha sentita non aveva per lei alcun significato. Col tempo però ha incominciato a bruciare: Asya per questo non volge mai lo sguardo verso il “passato in generale”. Vive in una casa popolata da sole donne che lei chiama tutte (eccetto la nonna) “zie”, persino nei confronti della madre, Zeliha, usa quest’appellativo…non sa perché, è come essere figlia unica di tutte quelle donne.

Armanoush è armeno-americana, anche lei ha diciannove anni, si divide tra una vita stile stelle e strisce con la madre Rose e il patrigno Mustafa Kenzaci (sì proprio lo zio di Asya) e una vita impregnata della cultura e delle tradizioni armene con il padre e la sua famiglia che anni addietro è emigrata negli Stati Uniti per salvarsi dal genocidio. Al contrario di Asya, per Armanoush, il passato ha una rilevanza importantissima ed è per ritrovare le sue radici, la storia della sua famiglia paterna che intraprende un viaggio verso Istanbul dove è ospitata dalla famiglia Kenzaci.

“In fondo Armanoush sapeva, forse più per istinto che razionalmente, che quest’avversione ai libri aveva radici ben più oscure e segrete della semplice speranza di vederla comportarsi come qualunque ragazza della sua età.

Semplicemente la sua famiglia non voleva che Armanoush brillasse troppo, distinguendosi dal gregge. Scrittori, poeti, artisti e intellettuali erano stati i primi a essere eliminati dal governo ottomano”.

Istanbul non è una città, è una grande nave: una nave dalla rotta incerta con la sua atmosfera languida, il suo sfarzo e le sue miserie, i suoi profumi e il suo sentore di marcio, su cui da secoli si alternano passeggeri di ogni provenienza, colore, religione. Lo scopre Armanoush, giovane americana in cerca delle proprie radici armene in Turchia.

Due giovani donne che si legano una all’altra, due facce della stessa medaglia, rappresentano l’una il popolo turco che non vuole volgere lo sguardo al passato “ciò che è avvenuto nel 1915 è stato sotto l’Impero Ottomano, ora siamo la Repubblica Turca” e l’altra il popolo armeno che, anche a distanza di generazioni, non vuole dimenticare e la negazione di ciò che è avvenuto è ancora più dolorosa e oltraggiosa del genocidio stesso. Figlie di due mondi che la Storia ha visto scontrarsi, a dispetto di tutto, la ragazza armena e la ragazza turca diventano amiche, scoprono assieme il segreto che lega le loro famiglie e fanno i conti con il passato comune dei loro popoli.

C’era una volta, o forse non c’era.

Molto, moltissimo tempo fa, in una terra non troppo lontana, quando la paglia veniva passata al setaccio, l’asino era il banditore della città e il cammello era il barbiere… quando io ero più vecchio di mio padre e lo dondolavo nella culla se lo sentivo piangere… quando il mondo era sottosopra e il tempo era un cerchio che girava e girava. Così che il futuro era più vecchio del passato e il passato era integro come un campo appena seminato…

C’era una volta, o forse non c’era. Un tempo le creature di Dio erano numerose come chicchi di grano e parlare troppo era peccato, perché potevi dire ciò che non dovevi ricordare, e potevi ricordare ciò che non dovevi dire.”

Con grande maestria l’autrice che si potrebbe definire “universale” descrive Istanbul come fosse la più seducente delle donne, calda e accogliente, ma anche caotica e cruda nello stesso tempo.

Dalle righe di questo libro riesci a sentire i rumori, i sapori e gli odori di un luogo che ti avvolge e travolge nella sua storia e tradizione.

Alle descrizioni precise e invitanti l’autrice aggiunge la scelta di intitolare ogni capitolo con il nome di un ingrediente della cucina tipica del luogo: cannella, ceci, zucchero, nocciole tostate, vaniglia, pistacchi, grano, pinoli, scorze d’arancia, mandorle, albicocche secche, semi di melagrana, fichi secchi, acqua, uva passa, acqua di rose, riso e dulcis in fundo cianuro di potassio…ma non fatevi ingannare perché proprio quest’ultimo profuma di mandorle amare!

La bastarda di Istanbul è un viaggio che vorresti non finisse, come dice il poeta turco Nazim Hikmet “durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia”.

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