Pubblicato il: 7 ottobre 2018 alle 8:00 am

Andy Warhol fu un influencer prima maniera? Dal 3 ottobre, il Complesso del Vittoriano di Roma ospita le opere dell’artista americano, padre della Pop art

di Tiziana Mercurio.

Roma, 7 Ottobre 2018 – Da Andy “lo straccione” a Andy stratega della Pop art: ecco cosa c’è da aspettarsi dalla retrospettiva che, fino al 3 febbraio 2019, sarà dedicata a Andrew Warhola Jr. al Complesso del Vittoriano di Roma.
Un tentativo – l’ennesimo – di parlarne in maniera esaustiva, mostrando le caleidoscopiche sfaccettature della sua arte, assieme all’occasione, colta, di festeggiare i 90 anni dalla nascita.
Oltre all’evoluzione artistica di Warhol, l’esposizione illustra anche l’influenza che la Pop Art tutta ebbe sull’immaginario collettivo e la società dei consumi.
E’ morto troppo presto Andy Warhol? A cosa si sarebbe dedicato se avesse vissuto i nostri giorni? L’artista – oggi, diremmo, multitasking -: «Lo possiamo immaginare con uno smartphone – spiega il curatore, Matteo Bellenghi – che scatta foto e le condivide sui maggiori social».
All’appello romano c’è tutto l’immaginario iconico di Warhol: le serigrafie della Campbell’s Soup (minestre in scatola che, dagli scaffali del supermercato, sono finite nei libri d’arte), di Marylin e Liz Taylor; Versace e Armani; i Rolling Stones e i Velvet Underground. Ma pure una quindicina di disegni, le polaroid e il Commodore Amiga 1084 con cui prediceva l’era dell’immagine in cui viviamo.
Oltre 170 opere (per cinque sale espositive); un racconto per immagini; un percorso di volti che fanno dell’artista americano il più noto della storia dell’arte contemporanea (anche ai non addetti ai lavori!).


Vita, cinema, musica e moda fusi nella sua opera più “grande”: la firma di Andy Warhol.
Una vita incredibile dedicata a un’arte che anticipava i tempi, tracciando un percorso originale che ha stravolto qualunque definizione estetica precedente.
Il business dietro la modernità: la sua Factory catalizzava la cultura newyorchese d’allora e le pareti dell’esposizione capitolina trasudano capacità visionaria e ossessioni di Warhol. Lui che riuscì a confrontarsi con le nuove forme di comunicazione di massa; lui, il Rubicone dopo cui il manierismo pop non ha fatto più ritorno.
Personaggi e oggetti usuali sono celebrati soprattutto per la loro capacità di tracciare un percorso fuori da qualunque definizione estetica antecedente.
Al Vittoriano, menzione speciale per la stanza 3D con specchi e fiori pop, dove luci e musica si fondono – ça va sans dire – in stile pop e i lavori dedicati al legame con l’Italia (specie col Sud): le tre serigrafie (due in acrilico) del Vesuvio.
Il “vetrinista” degli inizi ha predetto l’evoluzione della società verso il consumismo e l’apparenza; con lui l’opera d’arte perde sacralità e, da lui in poi, tutti cercheranno quei “15 minuti di celebrità”.
“Andy Warhol”, a cura di Matteo Bellenghi, è prodotta e organizzata da Arthemisia, con Eugenio Falcioni & Art Motors srl. (foto di Gianfranco Fortuna).

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