Pubblicato il: 8 ottobre 2018 alle 7:25 am

Antigone, ecco perché la tragedia greca di Sofocle è ancora attuale Il richiamo al rapporto tra le leggi civili e il diritto naturale, tema vivo ancora oggi, poiché esso ha profonde ripercussioni sul concetto di giustizia. Come per la vicenda del sindaco di Locri, Mimmo Lucano

di Arcangela Saverino.

Roma, 8 Ottobre 2018 – L’ Antigone di Sofocle fu rappresentata per la prima volta nel 442 a.C., ad Atene, durante la celebrazione delle Grandi Dionisie (una cerimonia in onore di Dioniso nel corso della quale i tragediografi erano chiamati a gareggiare in agoni tragici). Da allora il mito di Antigone è considerato il simbolo della lotta contro il potere.

La tragedia narra la vicenda che conduce alla morte della donna, nata dall’incesto tra Edipo e sua madre Giocasta, che si oppone a delle leggi arcaiche e ingiuste fondate sull’onore in nome di un sentimento morale che, ancora oggi, è assolutamente attuale e estremamente moderno. Antigone pretende che il corpo del fratello Polinice, morto nella battaglia di Tebe contro l’altro fratello Eteocle, trovi una degna sepoltura. Viene, però, arrestata e giudicata colpevole dallo zio Creonte che l’accusa di disobbedienza ai suoi ordini.

Il nucleo del dramma sofocleo risiede nello scontro fra due volontà: quella di Antigone di rispettare le leggi divine non scritte e quella di Creonte tesa a imporre la forza delle leggi umani e dello Stato, poste al di sopra dell’umano e del divino. In termini contemporanei, è il problema della legittimità del diritto positivo. «Neppure pensavo – dice Antigone a Creonte– i tuoi decreti avere tanta forza che tu uomo potessi calpestare le leggi degli dèi, quelle leggi non scritte e indistruttibili. Non soltanto da oggi né da ieri, ma da sempre esse vivono, da sempre: nessuno sa da quando sono apparse». E Creonte, da parte sua, sostiene la ragione della legge scritta, dicendo al figlio innamorato della donna disobbediente e pronto a perorare la sua causa: «Ubbidire, ubbidire, e nel molto e nel poco, nel giusto e nell’ingiusto, sempre e comunque, all’uomo che sia posto al timone dello Stato. È l’anarchia il pessimo dei mali: distrugge le città e sconvolge le case, mette in fuga e fa a pezzi gli eserciti in battaglia. Ma è l’ubbidienza, l’ubbidienza ai capi la fonte di salvezza e di vittoria. Noi dobbiamo ubbidire alle leggi, alle leggi scritte». In tali parole è racchiuso lo scontro tra due diverse concezioni del mondo, tra due diverse modalità di pensiero che, ancora oggi, non ha trovato una soluzione.

Nel promulgare le leggi Creonte non si preoccupa minimamente dell’eventuale contrasto con le norme dell’ordine naturale, un ordine non costruito, non coercitivo che tutti portiamo dentro. Un ordine non artificiale, non imposto dagli uomini che viene definito disordineda chi impone un altro tipo di ordine, come il re di Tebe che teme l’anarchia: solo il rispetto del diritto positivo, solo l’ubbidienza alle leggi dello Stato possono scongiurare il diffondersi del disordine anarchico, sia nel caso in cui tali leggi siano giuste, sia nel caso che appaiano del tutto ingiuste. Il rapporto tra le leggi civili e il diritto naturale è un tema vivo ancora oggi, poiché esso ha profonde ripercussioni sul concetto di giustizia.  Di fronte ad una disposizione normativa dello Stato è legittimo chiedersi se sia giusta? Nel corso della storia, del resto, il legislatore è intervenuto a modificare o revocare leggi che si sono rilevate contrarie al senso comune di giustizia, basti pensare alle leggi razziali. Allora, forse, dovremmo riconoscere che la giustizia non si esaurisce nella positività della legge: esiste quella naturale che non va separata e tenuta distinta dalla quella politica e, in questo dibattito, un rilievo fondamentale va riconosciuto ad una questione che proprio in questi ultimi giorni è tornata alla ribalta: quella della disobbedienza civile, ovvero del rifiuto non violento di obbedienza a una legge che il comune sentire avverte ingiusta.  E ciò che viene in mente se si legge, per esempio, la storia di Gilberto Baschiera, ex direttore di banca di una piccola filiale di montagna in Friuli, che in sette anni ha fatto sparire un milione di euro dai conti correnti dei clienti più ricchi per distribuirli ai meno abbienti. Un patteggiamento di due anni con pena sospesa con la condizionale ed una casa sequestra, ma non si pente della sua ribellione «al sistema che abbandona i pensionati con la minima e i giovani senza risorse», così ha dichiarato. Per questo ha deciso di fare «giustizia» a modo suo: attingendo ai conti dei clienti più facoltosi e distribuendo denaro per aiutare i correntisti in difficoltà o che non riuscivano ad accedere al credito bancario. Anche nella vicenda dell’arresto di Mimmo Lucano, sindaco di Riace, si è parlato di disobbedienza civile come strumento di azione e risposta contro politiche governative sempre più punitive nei confronti dei migranti. Sono gli stessi conflitti tra spirito sensibile umano e Stato che si ritrova nella personalità di Antigone e nei suoi valori radicati nella coscienza, ma anche nella personalità di Creonte che si attiene alle leggi scritte per impedire l’anarchia e il disordine. «Nessuna legge si adatta ugualmente a tutti» scrisse Tito Livio.

Allora dobbiamo ammettere che, al netto del rispetto delle leggi scritte e del diritto positivo, esiste la necessità di obbedire alle leggi della coscienza che nessuno ha mai scritto, una necessità che non può di certo considerarsi attenuante o esimente rispetto ad un processo e all’applicazione di una sanzione penale. In tale caso, il rispetto della legge è superiore alla coscienza dell’individuo, ma può condurre, come spesso è accaduto nella storia, ad un mutamento del senso di giustizia e del diritto positivo. Basti pensare che negli Usa degli anni sessanta i diritti civili dei neri furono riconosciuti dopo atti di disobbedienza civile di massa o che l’India ottenne l’emancipazione nazionale con le azioni disobbedienti di Gandhi.

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