Pubblicato il: 10 ottobre 2018 alle 7:00 am

Alda e le altre A quarant'anni dalla legge Basaglia, che ha sancito la chiusura dei manicomi, raccontiamo una storia diversa, quella di donne rinchiuse perché diverse, a partire dalla più famosa, Alda Merini

di Caterina Slovak.

Roma, 10 Ottobre 2018 – Molti giovani hanno conosciuto i poeti solo attraverso le citazioni su Facebook, così nella top5 dei più citati trova inevitabilmente posto l’immortale Bukowski, e appena dopo Alda Merini, tanto citata quanto sconosciuta. E’ sicuramente una delle più celebri poetesse contemporanee, grazie alle sue innumerevoli poesie, aforismi e frasi, e autrice di una vasta produzione letteraria che abbraccia il XX e XXI secolo (Milano, 1931 – 2009), poetessa dalla sensibilità elevata, simbolo, anche, del malessere degli individui, malessere che per lei aveva come antidoto soltanto la poesia.

A proposito della Merini, abbiamo scelto una sua citazione: “Si va in manicomio per imparare a morire” per iniziare a parlare di donne e manicomi, e di un periodo in cui proprio queste strutture furono utilizzate per “sbarazzarsi” di donne scomode, rinchiuse perché diverse, incomprese, ribelli che non volevano piegarsi alle rigide regole del fascismo o della morale comune.

L’internamento ha riguardato uomini e donne, ma le cause sono state molto diverse, poiché i ricoveri femminili avevano una loro tipicità legata ai rapporti di potere tra i generi. A quell’epoca, gli psichiatri si vantavano di saper spiegare le cause della malattia e del disagio, e la donna, per la scienza del tempo, presentava dei limiti sfavorevoli: una “costituzionale debolezza psico-nervosa”, un “instabile temperamento” tanto per citare qualche diagnosi.

La storia di Alda Merini è una storia molto particolare. La sua vita è stata densa di esperienze fortissime. Il suo malessere inizia a comparire con quelle che le stessa definisce le prime ombre della mente, a 16 anni, quando entra per la prima volta in manicomio per un breve periodo.

Nel 1961, invece, già sposata e con due figlie, durante un periodo di forte stress psicologico e di problemi economici, ha una crisi che spinge il marito a chiamare l’ambulanza. E’ una moglie e una madre felice, ma a volte, soffre di momenti di stanchezza, di tristezza. Ha anche provato a parlare di questo a suo marito, ma lui non è mai riuscito a capire. E quella sera la accompagna lui stesso al manicomio. Secondo le leggi dell’epoca (legge n.36 del 14 febbraio 1904), “debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa di alienazione mentale quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo”. Lei non può ribellarsi, perché il diritto di famiglia sancisce l’inferiorità della donna rispetto all’uomo e l’incapacità della moglie di prendere qualsiasi decisione senza il consenso del marito. E’ subito internata nel manicomio Paolo Pinidi Milano. “Credo che impazzii sul momento stesso” racconta in seguito. Delusa, confusa e incredula più per il comportamento del marito che dalla legge, quando lui qualche giorno dopo va a riprendersela, lei rifiuta di seguirlo. Meglio il manicomio che la vita coniugale: “Avevo capito che il vero nemico era mio marito”.

Soffre in realtà di disturbo bipolare, che all’epoca però è considerato semplicemente un repentino cambiamento d’umore, quanto basta per destabilizzare un marito, evidentemente. Grazie al comportamento atipico, però, riesce a vedere cose che gli altri non vedono e di conseguenza a creare forme d’arte impressionanti, capaci di colpire nel profondo il lettore. E subito il suo malessere trova sfogo, lì dentro, prima che sui fogli, sulla parete della sua camera da letto, dove scrive col rossetto frasi, aforismi e riflessioni, in ogni angolo, sugli specchi, vicino al letto… ogni luogo è adatto per esprimersi.

Incredibilmente, nonostante il trauma iniziale, Alda Merini col tempo si costruisce una sorta di equilibrio all’interno del manicomio, un ambiente a suo modo protettivo, un piccolo mondo circoscritto, lontana dalla realtà per dieci lunghi anni. “Da un’esperienza di morte come quella del manicomio bisogna prima uscire per parlarne poi da vivi”.

La vita non è facile in manicomio. Lei non si ritiene pazza e si ribella finché può ai medici e alle cure a cui la sottopongono. Il ricordo peggiore è quello dell’elettroshock. La Merini ricorderà quella stanza come un inferno, di cui si ha paura già nell’attesa, un luogo piccolo e sporco, dove la gente aspetta il proprio turno ascoltando impotente i lamenti nella stanza vicino. Dall’elettroshock si esce senza memoria, confusi, privi della capacità di ragionamento, colpiti con scariche elettriche finché il motivo della tristezza o frustrazione non possa più essere sentito, ricordato. L’effetto collaterale di questa terribile “cura” è che la vita stessa non è più sentita, ricordata.

Quasi tutti i pazienti che hanno subito elettroshock non sono mai stati recuperati, e comunque gli effetti li hanno gravemente danneggiati.

Lei non scrive più per un lungo periodo, ma una volta uscita scriverà tantissimo, parlerà della sua sofferenza fisica e psicologica, e le sue parole diventeranno documento prezioso di critica e denuncia di quell’ambiente e degli abusi che i pazienti subiscono al suo interno. Il manicomio non è un ambiente di cura ma, al contrario, un ambiente che fa diventare pazzo, luogo di tortura legalizzato, senza alcun contatto con l’esterno. Persino le lettere che i pazienti scrivono sono censurate dai medici che decidono se spedirle o meno, una falsa istituzione che serve soltanto a scaricare gli istinti “sadici” dell’uomo, col loro corredo di fili spinati, cinghie di cuoio, camicie di forza, carcerieri, whisky, cloroformio, botte e puzze nauseanti. Lo scandalo sociale, la malattia mentale si occulta nelle celle di isolamento.

Alda Merini può ritenersi relativamente fortunata perché la sua reclusione, malgrado tutto, non dura molto.

Diverso il caso delle donne che in epoca fascista vengono definite pazze, diverse, squilibrate, inadatte a vivere la tranquilla esistenza di una buona moglie, come impone il regime. La prova della malattia mentale è il loro comportamento esuberante, eccentrico, ma anche un fisico deforme, che mal si adatta alla purezza della razza. In quel periodo la propaganda fascista mira a idealizzare la donna come elemento portante della famiglia e della società: la sua funzione è quella di riprodursi il più possibile, e tutte quelle donne che non vogliono aderire a quel modello sono destinate ad essere internate. Per la dittatura l’unico ruolo della brava donna fascista è quello di madre.

Chi finisce in manicomio quindi? Tutte quelle donne che si rifiutano di adattare il proprio stile di vita agli ideali del fascismo e che quindi hanno bisogno di essere rieducate. Le loro cartelle cliniche sono fantasiose, frutto di una mentalità piena di pregiudizi e stereotipi: i medici le definiscono ad esempio “stravaganti, indocili, impulsive, piacenti”. Molte sono le vedove, quelle annientate nella mente dall’aver perso il marito in guerra, ma anche madri, sorelle. Poi le donne che trasgrediscono la morale sessuale corrente e vogliono affermarsi, come le maestre, le artiste, le viaggiatrici, perfino le bambine troppo vivaci, e le prostitute. L’isteria, da Freud in poi, è una delle cause più ricorrenti dell’internamento femminile, poiché i sintomi sono molti e diversi e si prestano a qualsiasi diagnosi.

Sono considerate pazze anche le madri che soffrono di depressione post partum o che non vogliono avere figli.

Ma la prima condanna, la prima denuncia, come per la Merini, è in famiglia. Padri, fratelli, mariti non esitano a denunciare le loro donne e le lasciano a soffrire nel buio dell’isolamento anche per tutta la vita. Chiedono al manicomio di curarle, per riportarle ai ruoli che non sanno svolgere, per farle “tornare in loro”. Tutto pur di non sforzarsi di capire.

La Legge Basaglia, disponendo la chiusura dei manicomi, ha segnato una svolta nel mondo dell’assistenza ai pazienti psichiatrici, ha dato loro una dignità per troppi anni negata. Oggi quel che resta dei manicomi non è altro che qualche casermone abbandonato, alcuni sopravvissuti, unici testimoni di ciò che accadde lì dentro, e molte terribili foto. Con tante donne.

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