Pubblicato il: 11 ottobre 2018 alle 7:00 am

Aznavour un francese pieno di Armenia Si è impegnato per tutta la vita in favore della sua gente. E' stato Ambasciatore presso l'Unesco, poi proclamato eore nazionale

di Danilo Gervaso.

Parigi, 11 Ottobre 2018 – Sono trascorsi già dieci giorni da quando si è spento all’età di 94 anni il famoso chansonnier Charles Aznavour. Venerdì scorso tutta la Francia gli ha reso omaggio con i funerali di Stato. Il grande cantante francese era di origini armene, il suo vero nome era Shahnour Vaghinagh Aznavourian, ma era nato a Parigi il 22 maggio 1924. Inizialmente debuttò a teatro come attore di prosa. Dopo la Seconda guerra mondiale grazie a Edith Piaf riuscì a trovare spazio sui palcoscenici di Francia e Stati Uniti come cantautore. Il suo riconoscimento mondiale arrivò nel 1956 all’Olympia di Parigi con la canzone Sur ma vie. Da allora Charles Aznavour fu considerato lo chansonnier francese per eccellenza. Cantò in sette lingue e divenne presto un mito ovunque, esibendosi nei maggiori teatri del mondo, ma non dimenticò mai la patria dei suoi genitori, l’Armenia.

E in Armenia, sul colle di Tsitsernakaberd (Fortezza delle rondini), vicino al sacro Ararat, quello che accolse l’arca di Noè, che ora si chiama semplicemente Buyuk Agri Dagi (la Grande Montagna di Agri), esiste il memoriale del genocidio, un genocidio che ufficialmente ancora non ha colpevoli. Il complesso di Yerevan ricorda le vittime del 1915: 12 lastre di basalto disposte a cerchio per le province perdute che un tempo facevano parte della Grande Armenia. Un muro lungo 100 metri riporta, come una litania di santi, i nomi dei villaggi e delle città dove accaddero i massacri. Un monumento senza fronzoli, in tipico stile sovietico. Eppure nel silenzio generale un milione e mezzo di Armeni sono morti.

Una storia importante e vicina all’Italia, ma ci si era passati sopra. Solo a volte un lieve senso di colpa per non averla mai presa troppo in considerazione. Di eccidi, di guerre tra popoli che convivono ce n’erano e ce ne sarebbero stati dopo: Kosovo, Bosnia, Rwanda, Darfour. Ci colpisce molto quando i vicini di casa si uccidono fra loro. È una delle cose più cupe dell’umanità.

Del genocidio armeno ci sono poche immagini, qualche romanzo, come il bellissimo La masseria delle allodole, di Antonia Arslan, da cui i fratelli Taviani trassero l’omonimo film, emozionante e crudele.

Tutto cominciò circa 100 anni fa, quando una notte un migliaio di intellettuali armeni furono prelavati dalle loro case di Costantinopoli, portati fuori città e assassinati. Contemporaneamente si leggeva su tutti i muri un ordine, che dava agli armeni 5 giorni di tempo per regolare i loro affari e mettersi nelle mani del governo: uomini, donne, bambini, ammalati, decrepiti, sacerdoti e suore cattoliche, senza eccezione, per essere internati in luogo ignoto. Un cordone militare impediva ogni comunicazione col loro quartiere. L’indomani già cominciava la deportazione. Molti dovettero svendere i loro averi. Si sperò una mediazione del Vaticano, ma nulla. Parecchie centinaia di armeni e 5 famiglie cattoliche fecero domanda d’essere ammessi all’islam. Voci di massacri, vere o sparse ad arte, accentuano questo movimento. Le donnefurono quelle che resistettero di più. Nelle settimane successive arresti e massacri proseguirono nelle province orientali seguendo un copione ben stabilito: gli uomini venivano eliminati mentre donne, vecchi e bambini venivano deportati e costretti a marce forzate di centinaia di chilometri nel deserto siriano dove la gran parte trovò la morte a causa degli stenti e delle torture. L’obiettivo dei Giovani Turchi, organizzazione nazionalista nata all’inizio del XX secolo, era quello di creare uno stato nazionale turco in cui non c’era posto per le popolazioni cristiane, come quella armena, ma anche greca e siriaca. Non bisogna dimenticare che sebbene gli armeni pagarono il prezzo più alto, non furono le sole vittime del Panturchismo. In pochi mesi le marce della morte coinvolsero centinaia di migliaia di persone che morirono di fame, malattia o sfinimento. Altre centinaia di migliaia furono massacrate dalla milizia curda e dall’esercito turco. I fatti sono tragici e raccapriccianti, con numerosi morti per esecuzioni sommarie, fame, assideramento, malattie. Alla fine, un milione e mezzo di Armeni persero la vita nella prima pulizia etnica della storia.

In realtà il Trattato di Sèvres siglato nel 1920 tra le potenze alleate della Prima guerra mondiale e l’Impero ottomano riconosceva la creazione di uno Stato Armeno, ma i turchi non lo riconobbero e gli americani, dopo averlo firmato, se ne lavarono le mani lasciando che la piccola repubblica finisse nelle mani dei russi.

Proprio sul monte Ararat si affaccia sulla città la Casa-Museo Charles Aznavour, che ospita abitazione, studi, aree polifunzionali per eventi, concerti, mostre; in più una collezione permanente di oggetti, libri, dischi, riconoscimenti, del famoso artista.

Era nato a Parigi, come accennato, da genitori armeni. Il padre era un immigrato armeno originario della Georgia e la madre di Smirne, sopravvissuta al genocidio.

Oltre a cantare fu anche attore, come nel 2002 nel film Ararat, del regista armeno Atom Egoyan, per ricordare al mondo il genocidio armeno. Ma si è impegnato per tutta la vita, silenziosamente, per la sua gente: dal 1995 era Ambasciatore itinerante dell’Armenia presso l’Unesco, nel 2004 è stato proclamato Eroe nazionale dell’Armenia. L’Armenia isolata dal mondo, un solo volo da Parigi, lo pagava lui – e quanto spendeva per quei voli non se lo ricordava nemmeno – per permettere ad anziani profughi di rivedere la loro terra, ai più giovani di rivedere i parenti. «Non ho voglia di essere il più ricco del cimitero» obiettava Aznavour a chi gli ricordava l’enorme spesa. Dopo il tragico terremoto del 7 dicembre 1988, Aznavour decide di organizzare un concerto o creare un’associazione per aiutare il popolo armeno.

Alla fine di una lunga notte di lavoro nasce la canzone Pour toi Arménie, che viene ampiamente divulgata dai media. Ne segue la creazione dell’associazione di beneficienza “Aznavour per l’Armenia” che raccoglierà i generosi aiuti da tutta la Francia e non solo. Circa 90 artisti contribuiranno al successo della canzone, e così l’associazione voluta da Charles Aznavour potrà aiutare le vittime del devastante terremoto e con i fondi raccolti verranno ricostruite 7 scuole, 3 orfanotrofi e molte abitazioni.

Nel 2015, in occasione del centenario del genocidio, l’Armenia ha deciso di ricordare. E lo ha fatto con grandi celebrazioni e richiamando in patria anche celebri famiglie di origine armena sparse per il mondo come i Kardashian. Ovunque in Armenia, oggi, non solo nelle città, ma anche nei luoghi più remoti si può leggere il motto coniato per l’occasione: I Remember and Demand. Da tempo l’Armenia ha chiesto al mondo di ricordare quello che loro chiamano Metz Yeghern cioè il Grande Male, ma la Turchia continua a negare che si trattò di genocidio. Stavolta però è sceso in campo anche Papa Francesco e chissà che in futuro non avremo un’altra Giornata della Memoria. L’Armenia lo vorrebbe, ricorda e domanda, ma purtroppo ancora molti fanno finta di non ricordare.

“Nascerà primavera e poi/tornerà l’alba che non hai… per te, Armenia, canterà, noi si canterà e da qua ricomincerà”.

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