Pubblicato il: 22 ottobre 2018 alle 8:00 am

Laureati in Italia e la fuga di cervelli in continua crescita Il Paese non investe sul futuro dei giovani, in tanti partono in cerca di occasioni migliori. L'emigrazione di menti brillanti e figure specializzate ha costi altissimi per le casse dello Stato

di Erika Esposito.

Roma, 22 Ottobre 2018 – Col termine “Fuga di cervelli” si indica l’emigrazione di laureati o persone di elevata specializzazione professionale verso Paesi esteri, perché più favorevoli al salto di carriera. La Globalizzazione a cui si è arrivati oggi, nel 2018, è stato un fenomeno fortemente voluto in passato allo scopo di unire i commerci, gli usi, i beni culturali e di accrescere l’economia di quei Paesi rimasti nell’ombra per troppo tempo: tutti gli Stati avrebbero finalmente potuto far parte di un’unica realtà planetaria ed accedere alle stesse opportunità. La stessa mondializzazione ha, dall’altro lato, provocato la mobilitazione di studenti universitari e di neolaureati verso i grandi centri di ricerca e verso le grandi aziende e, conseguentemente, una grave perdita per alcuni degli Stati europei. Primo tra tutti è l’Italia che conta oggi una forte disparità tra il numero di “cervelli” che escono dal Paese e di quelli che invece vi entrano.

Cosa spinge gli italiani ad andare all’estero?

Ci si chiede, dunque, quali siano i motivi dei grandi numeri associati a questo fenomeno. Retribuzione mediamente superiore, qualifica più idonea per l’impiego svolto e molti più contratti a tempo indeterminato che fanno ben sperare ad una strada per il successo più spianata: queste sono le cause principali. Dal 2012 gli italiani all’estero sono quasi raddoppiati secondo il rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile in Italia), registrando una perdita nel 2016 di circa 10mila studenti e neolaureati, nonostante la ripresa economica iniziata nel 2015 che faceva ben sperare in un capovolgimento di tale trend. L’Italia tutta è colpita da tale sconforto e, in particolare, il Mezzogiorno, oltre a vedere i propri professionisti trasferirsi all’estero, assiste anche ad una migrazione verso altre regioni italiane, influenzando non positivamente la sostenibilità del sud.

In totale 1 milione e 883 mila residenti hanno lasciato il Mezzogiorno verso il Centro-Nord e verso l’estero negli ultimi 16 anni. Grazie ai dati ISTAT si può analizzare il saldo migratorio tra i residenti che escono dal Mezzogiorno e coloro che vi entrano ed il risultato è avvilente: una differenza di circa 219mila laureati (che colpisce principalmente Abruzzo con il 33,9% e Basilicata con il 33,6%) e 565mila giovani. Di questi ultimi la classe dai 25 ai 34 anni è quella maggiormente colpita, rappresentativa di un potenziale innovativo rilevante, soprattutto nel settore tecnico-scientifico. Di contro, ovviamente, aumenta il saldo migratorio al Centro-Nord che, nell’anno 2015-2016, è passato da 36,3mila a 37,8mila.

Altro parametro di cui i giovani d’oggi tengono conto è la vivibilità di un Paese; basti pensare che, in una classifica mondiale odierna dell’organizzazione World Economic Forum, l’Italia non figura nei primi 20 Paesi per qualità di vita. Gli aspetti che inficiano tale classifica sono appunto i servizi, gli investimenti, l’imprenditorialità, la trasparenza ed il benessere; aspetti per cui l’Italia non può vantarsi. Alla luce di tutto ciò è immediato comprendere come un giovane neolaureato, reduce da anni di studio, non può che prospettare il suo futuro in condizioni floride; ecco perché a parità di condizioni lavorative, un laureato oggi preferisce lasciare il cosiddetto Bel Paese.

Il costo economico della “fuga dei cervelli”

La conseguenza principale dei comportamenti degli italiani impatta sull’economia del Paese. Gli investimenti dello Stato e delle famiglie vengono, così, in parte vanificati in quanto il fenomeno descritto minaccia le prospettive di crescita economica dell’Italia (sul piano della ricerca e strutturale) e la sua competitività relativa al capitale umano. Per avere un senso quantitativo della situazione il calcolo è agevole: basta moltiplicare il costo complessivo della formazione di ogni laureato per il numero di cervelli emigrati e si ottiene l’ammontare della perdita in termini economici. Con la fuga dei cervelli all’estero il Paese perde in capitale umano circa 14 mld all’anno, 1 punto percentuale di Pil.

Il tessuto produttivo italiano si sta sgretolando ma l’auspicio dei giovani laureati è poter mettere a frutto le loro capacità nel proprio Paese e magari risollevarlo, con adeguate strutture e competenze avanzate. Si spera, dunque, che anche l’Italia in futuro rappresenti il luogo adatto affinché gli italiani mettano in pratica le proprie competenze con la giusta gratificazione.

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