Pubblicato il: 23 ottobre 2018 alle 7:00 am

Terra senza titoli e senza corone, il Brasile violentato Dalle parole di un brasiliano un ricordo intimo e sofferto della storia del suo Paese, stupendo e sfruttato, alla ricerca della sua identità

da Curitiba (Brasile), Màrcio Enrique.

23 Ottobre 2018 – Ogni brasiliano, fin dalla più tenera età, impara che la violenza del Brasile è iniziata nel 1500, durante il periodo dei Grandi Navigatori, con i portoghesi.

Il 22 aprile del 1500, il comandante Pedro Alvares Cabral navigava nell’Atlantico Meridionale diretto in India. Non si era accorto però che la sua flotta percorreva una rotta sbagliata; ad un certo punto del viaggio vide in lontananza verso Occidente una terra, vi approdò con le sue navi e innalzò una croce in segno di consacrazione e di conquista.

Nel maggio dell’anno successivo altre tre navi portoghesi, comandate dall’italiano Amerigo Vespucci, lasciarono Lisbona allo scopo di esplorare la costa della nuova terra. Ben presto il navigatore italiano si rese conto che non si trattava di un’ isola, bensì di un vastissimo territorio. Era particolarmente ricercato, di quella terra, un legno speciale di colore rosso al quale diedero il nome di Brazil o Brasil, cioè “color della brace”. La nuova terra prese il nome da quella pianta, ma prima aveva avuto altri nomi.

Terra senza titoli, senza corone, senza “nessuno”, chiamato in un primo tempo Ilha de Vera Cruz, poi Brasile Colonia, Regno del Brasile, Impero del Brasile – nel 1808 la Corte portoghese si trasferì in Brasile, nell’attuale città di Rio de Janeiro, scappando dall’avanzata in Europa di Napoleone, e per quasi tredici anni il Re governò da qui il suo Impero, che si estendeva dal Brasile al Portogallo fino all’Africa – Stati Uniti del Brasile e, infine, Repubblica federale del Brasile, la mia terra era abitata in epoca pre-colombiana da diversi popoli, di cui oggi restano 200 gruppi etnici con circa 170 dialetti. Ma vanno sempre più scomparendo.

I nativi furono ridotti in schiavitù, ma molti resistettero, e così ai coloni non restò che “importare”, intorno al 1530, e questo per secoli. 350 lunghi anni di schiavitù…

La storia della ricostruzione degli eventi si presentò fino al XX secolo semplicemente come la storia tout court, la visione degli europei. Ma ciò che è scritto sui libri a proposito di schiavitù non è ciò che realmente accadde. Semplicemente i figli degli schiavi neri e gli indigeni (indios) schiavizzati dai portoghesi non potevano raccontare la loro versione della storia, semplicemente perché, per il momento, “non esistevano”.

Si giudicano molto bene i coloni portoghesi, che seppero ampliare il territorio grazie alle capacità diplomatiche: si allearono con alcune tribù contro altre tribù e persino contro gli spagnoli.

E i portoghesi si resero conto che non era facile schiavizzare i nativi. Non era come con gli africani. A quel tempo, il commercio degli schiavi africani a livello internazionale era facilissimo, molti gruppi etnici arrivarono: yoruba, geges, Fanti-Ashanti e Bantu. Nel XVIII secolo se ne contavano da noi più di 20 milioni. Molti morivano durante gli estenuanti viaggi nelle stive delle navi negriere, per infezioni, per la fame e per i topi ovunque. Ma il viaggio era solo una goccia in un oceano di male, l’inizio di un inferno senza fine.

I 350 anni di barbarie hanno omaggiato i re portoghesi e gli imperatori, che oggi sono molto ben rappresentati nei monumenti europei o anche nelle storiche città brasiliane, scolpito o rivestito in argento, oro e rivestiti di pietre preziose. E per ogni oncia di ricchezza, il sangue degli uomini.

Sia i nativi che gli schiavi africani hanno fatto a pezzi i loro valori culturali e in molti casi hanno operato un totale oblìo. I coloni non era davano spazio a tali manifestazioni. Ma i crimini contro la dignità umana erano i più perversi. Gli schiavi non erano considerati persone e non avevano alcun diritto giuridico, esattamente come avveniva secoli prima per gli schiavi dell’Impero Romano.

Così è nato il nostro incrocio di razze, dalla violenza dei bianchi agivano nel nome della corona, dai loro stupri. Tutto sotto gli occhi dei gesuiti, che tacevano e giudicavano gli schiavi esseri sub-umani, non dotati di anima e destinati a servire l’uomo civilizzato europeo, per giustificare lo sfruttamento e lo sterminio degli Indios.

Chi riusciva a fuggire condivideva la latitanza e l’alloggio precario, indigeni e africani insieme, scambiandosi lingue, usi, culture. Oggi una di queste case, a Quilombo dos Palmares, comunità autonoma, un regno (o repubblica secondo alcuni) fondato da africani fuggiti alla schiavitù nelle piantagioni brasiliane, è un simbolo di resistenza contro la schiavitù.

Fu solo con l’Illuminismo e col progredire degli ideali di fratellanza e solidarietà umana che lo schiavismo cominciò ad essere messo seriamente in discussione, prima nelle società europee e poi anche oltreoceano: poco per volta diminuirono le tratte marittime degli schiavi. Il Brasile abolì formalmente la schiavitù solo nel 1888.

I discendenti africani sono diventati afro-discendenti o afro-brasiliani. Gli indios hanno perso gran parte della loro terra e anche la loro identità culturale, come i meticci, respinti ed emarginati.

Oggi tutti noi brasiliani calpestiamo una terra dove i nostri antenati furono sepolti in fosse comuni.

All’inizio del XIX si cominciò la politica dell’immigrazione europea, con l’intenzione di rendere biancala nostra popolazione, perché non appariva degna l’identità del Brasile come una nuova Africa. In Europa l’invito era ben accolto, dal momento che molti paesi avevano gravi problemi economici, e così arrivarono polacchi, tedeschi, italiani, spagnoli, ucraini, francesi, portoghesi e tanti altri. Ma la loro vita non era molto meglio di quella degli schiavi, e dovettero subire ricatti e maltrattamenti dai coloni.

Questa è la nostra storia: ieri, terra fertile, un paradiso, i cui figli erano guerrieri, oggi, una terra di contrasti, dove si perpetuano ingiustizie ad ogni angolo. E, ancora oggi, gli indios non si riconoscono più come nativi, i neri sono ancora emarginati dalla società e i figli di immigrati, orgogliosi delle loro origini ma stranieri nella patria dei loro antenati. Un vero collasso dell’identità culturale, dove il sentimento più comune è insieme amore e odio verso la patria, una passione travolgente contrapposto a un odio altrettanto irrazionale. Não há o bem sem o mal (Non c’è il bene senza il male), come canta Roberta Sá, nel suo Samba de Amor e Ódio. (Traduzione di Mariangela Amerigo).

Riferimenti:

http://www.suapesquisa.com/indios/. Accesso nel 2014

http://mestresdahistoria.blogspot.com.br/2011/04/saiba-mais-sobre-imigracao-para-o.html. Accesso nel 2014

http://www.historiabrasileira.com/brasil-colonia/origem-dos-escravos-africanos/ Accessed nel 2014

http://www.historiabrasileira.com/brasil-imperio/constituicao-de-1824/ Acessado em 20

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