Pubblicato il: 26 ottobre 2018 alle 8:00 am

Il Brasile nella selva delle fake news Il racconto di un Paese confuso, dove una parte dell'informazione è pilotata. E i timori di una dittatura sempre più vicina. Un vero grido d’aiuto

da Curitiba (Brasile), Màrcio Enrique.

26 Ottobre 2018 – Ad un certo punto della storia del Brasile, negli anni ’60, cominciano a circolare strane voci su una possibile diffusione del comunismo nel nostro Paese, soprattutto via radio e televisione.

Come mai? E’ chiaramente una notizia falsa, poiché da noi, il 1 aprile 1964 c’era stato un colpo di stato militare, ispirato e quasi ordinato dagli Stati Uniti alla ricerca di egemonia nel mondo contro l’ex Unione Sovietica nel periodo noto come “guerra fredda”. Facile capire chi mettesse in giro quelle voci, sempre intensificate, alimentate dai media.

Il periodo della dittatura militare è durato esattamente 20 anni, fino al 1984, un periodo tragico per il nostro paese. Ovviamente gli oppositori dei governi militari sono stati costantemente perseguitati, arrestati, giustiziati, o semplicemente sono scomparsi, come in Argentina. E l’accesso alle notizie reali fatti era sempre controllato, falsato.

Controllata dal regime, per ovvi motivi, la rete televisiva conosciuta come Rede Globo, ora il terzo network mondiale, prospera. Lo stesso proprietario, Roberto Marinho, non nasconde la protezione di cui gode negli ambienti militari. Un successo crescente dovuto al fatto che è implicitamente controllato dai militari: informazioni contro il governo sempre rarissime, denunce e proteste omesse del tutto, i giornalisti che osano protestare perseguitati e imprigionati. Il contenuto politico è controllato dai militari in tutti i media. E’ il periodo che vede migliaia di richieste di espatrio da parte di politici, intellettuali e artisti che non si adeguano al regime.

Rede Globo è oggi ancora l’emittente che influenza maggiormente la nostra popolazione, essendo quella più diffusa nel vasto territorio brasiliano. E così, siamo sempre influenzati in modo più o meno impercettibile dalle telenovelas, dai giornali e tutti gli altri programmi. E oggi, nonostante l’avvento di Internet e di altre emittenti televisive, rimane ancora uno dei maggiori media nazionali.

A proposito di Internet, possiamo paragonare il cambiamento comportamentale che i social network hanno operato in Brasile negli ultimi dieci anni con quello avvenuto nel mondo arabo, dando vita alla cosiddetta “primavera araba”: lì, chi ancora non era al corrente dei danni che le dittature stavano perpetuando ai danni della popolazione, ha potuto rendersi conto dell’amara verità, e ha iniziato a protestare, a mobilitarsi, con alcuni importanti risultati, come le dimissioni dei dittatori di Tunisia ed Egitto.

Un primo effetto domino grazie ai social si è realizzato in Brasile nel giugno 2013, quando a San Paolo è scoppiato uno sciopero studentesco a causa dell’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus: ciò che inizialmente era una limitata ribellione presto diventa una vera rivolta, tutti trovano motivi per scendere in piazza, come l’eccesso delle spese del governo per la Coppa del Mondo, fiumi di denaro convogliati non si sa bene dove.

Le cose cambiano quando sulla costa brasiliana vengono scoperte gigantesche riserve di petrolio. A questo punto l’interesse degli Stati Uniti diventa palese, molte false notizie di oggi datano proprio quel momento, come nel caso Dilma Roussef.

Da allora, i social network nel paese diventano campi di battaglia: ininterrottamente i politici delle diverse fazioni si combattono a colpi di post senza esclusioni di colpi, per favorire o denigrare l’immagine degli oppositori. Calunnie, calunnie e altre calunnie, nessuna verità. E in mezzo a questo intricato mondo parallelo malato di alienazione mediatica, la conoscenza è sempre più distorta, tutto è distorto, anche comprovate concezioni storiche e scientifiche sono presentate come aberrazioni da combattere. E quando non si può, vengono presentate come di sinistra, marxiste, gramsciane.

Dal momento in cui i politici hanno deciso di limitare le loro discussioni sui social, si può leggere di tutto: da chi auspica il ritorno di Hitler e del nazismo a chi descrive Paulo Freire (importante pedagogista e teorico dell’educazione brasiliano) come comunista; da chi sostiene che la Terra è “piatta” a chi bolla come comunisti tutti i professori; da chi rivela di avere le prove dei finanziamenti illegali a Cuba, Venezuela e paesi africani; a chi crede che il Brasile invece non sarà mai Cuba o Venezuela e che la nostra bandiera non sarà mai rossa.

Immaginate questo bombardamento di fake news 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, 12 mesi all’anno.

Senza dubbio, siamo al culmine della sovversione dei valori. E tutto avallato da alcune chiese evangeliche, alcuni settori della Chiesa cattolica, finanziato da uomini d’affari e propagate dai nostri media televisivi e informatici. Nelle chiese si fa campagna elettorale per il neonazista Bolsonaro (“Il Brasile prima di tutto. Dio soprattutto”).

L’uso sconsiderato dei social network per illazioni e calunnie politiche ha causato gravi danni, essenzialmente l’intolleranza e il clima di paura che si è instaurato tra la gente. E questa vasta opera di propaganda sottile, capillare, continua, ha permesso a Bolsonaro di ottenere al primo turno un risultato che ha superato tutte le previsioni degli istituti di ricerca, ma resta incredibile proprio se si pensa ai metodi, diciamo così, di convincimento.

Qui i risultati del primo turno

I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma anche i fatti: il giornale Folha de São Paulo ha rivelato l’acquisto di notizie false allo scopo di screditare il candidato di opposizione Haddad. Il nostro codice elettorale recita che il voto è nullo se viziato da inganno, frode, coercizione, uso di potere economico o uso improprio dei media.

Non sappiamo come andrà a finire al ballottaggio, il 28 ottobre si avvicina, ma una cosa è certa: siamo molto vicini al caos, quindi non sorprendetevi se succederà qualcosa di brutto.

Qualunque cosa accada, il mondo deve sapere come il Brasile è diventato ostaggio di social network manovrati, anche da interferenze esterne, i cui interessi non sono mantenere la nostra giovane democrazia viva, ma le ricchezze che si trovano nelle nostre terre, dal petrolio del fondo oceanico al niobio della nostra Amazzonia.

Non aspiriamo a ridare vita a un fantasma comunista, nessuno vuole trasformare il Brasile in un paese “bolivariano” (e anche il povero Simón Bolivar fu completamente sovvertito nelle azioni di Nicolas Maduro!).

Vogliamo avere e mantenere la nostra democrazia, senza padroni. (traduzione di Mariangela Amerigo)

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