Pubblicato il: 1 novembre 2018 alle 9:00 am

Immigrato? No, italiano all’estero La strana storia degli immigrati napoletani in Lorena, famosi grazie al calcio

di Danilo Gervaso.

Verdun (Francia), 1 Novembre 2018 – Di certo tutti ricordiamo il compianto Massimo Troisi che, nel suo Ricomincio da Tre, durante un passaggio, in auto, non molto piacevole, a un Michele Mirabella che gli chiedeva “Da dove venite? da Napoli? Ah, emigrante!”, rispondeva “So’ napoletano, ma no emigrante”.

E’ un po’ la storia che raccontiamo, partendo, come Massimo, proprio da Napoli, dai suoi luoghi comuni, il sole, il mare, la pizza, il mandolino… Ma anche uno scenario unico di arte sublime, una storia ricca di eventi, un popolo caloroso… E da poco una importante conquista, che ha reso i napoletani molto orgogliosi delle loro origini: il dialetto napoletano è stato riconosciuto come lingua! Dopo il riconoscimento della Pizza come patrimonio dell’Umanità, è stato il turno del dialetto napoletano. Infatti L’Unesco ha dichiarato che il napoletano non è in realtà un dialetto, bensì una vera e propria lingua, addirittura la seconda d’Italia. Viene parlato in quasi tutte le regioni, dalla Campania al basso Lazio, dall’Abruzzo al Molise, dalla Puglia alla Calabria.

Le sue origini sono molto antiche, e vanno dallo sviluppo della città di Pompei fino al tempo degli aragonesi. Con la dominazione degli spagnoli, il dialetto napoletano è stato impiegato come lingua amministrativa, oltre che di Stato. Nel corso dei secoli, il Napoletano ha subito molte modificazioni e influenze, ma ha mantenuto intatta la sua matrice originaria.

Ma questa non è una novità. La particolarità che vi raccontiamo è invece legata ad una storia di napoletani all’estero, allora purtroppo solo poveri emigranti. Si svolge a Verdun, cittadina della Lorena, in Francia, circa 20mila abitanti, con una caratteristica unica: in alcuni dei suoi vicoli più antichi si parla in puteolano.

Già nel 1890 arrivano i primi stranieri in massa dall’estero in concomitanza con le industrie che si stanno sviluppando. E’ una zona di frontiera, la Lorena, tra la Francia e la Germania, tra cattolicesimo e il protestantesimo, una regione devastata da tutte le guerre possibili, a partire dal XV secolo, in modo disastroso, sul suo territorio, fino alla seconda guerra mondiale. Forse anche per questo è storicamente sottopopolata. Da allora fino alla fine del XIX secolo, sarà una delle regioni di Francia, ma anche d’ Europa, che attireranno la maggior parte dei lavoratori stranieri. I primi sono gli Italiani, prima piemontesi e poi napoletani. Li chiamano macaroni e sporchi. Eppure, arrivati per un breve periodo, si sono poco per volta assimilati. Forse per la lingua simile? Una cosa è essere immigrato in Germania, un’altra in Francia! No, dicono i Francesi, il napoletano dei cantieri era incomprensibile. Per la religione comune? Nemmeno, la maggior parte erano operai anticlericali. Fatto sta che tutti i nipoti di quegli emigranti italiani sono oggi lavoratori qualificati, capisquadra, impiegati, imprenditori ma anche avvocati o chirurghi. Oggi essere italiano in Lorena è diventato prestigioso e nessuno di loro desidera essere definito “immigrato”: italiani, e orgogliosi della loro doppia nazionalità, per loro la cittadinanza europea ha un significato reale.

Uno di questi gruppi di italiani che era arrivato negli anni 50 a Verdun alla ricerca di un lavoro era costituito da puteolani. E oggi i loro nipoti guidano un club calcistico cittadino, l’Es Tavb: sono le famiglie Tamburrino, Masiello, Cilindro, Martorelli, Picone. Cognomi italiani, puteolani per la precisione, origini mai dimenticate dagli abitanti locali che hanno deciso di ritornare in contatto con la loro terra grazie al calcio, e hanno chiesto al loro tecnico, Laurent Martin, di riprendere il filo interrotto con la città di Pozzuoli. L’allenatore si dà da fare anche pubblicando un messaggio sulla pagina Facebook della “Pozzuoli Calcio”.

E’ proprio lui a raccontare la storia delle famiglie puteolane, una storia come tante, fatta di razzismo, di miseria, ma poi di soddisfazione e realizzazione. E’ lui a scrivere, con qualche errore, in italiano, che da lui nei vicoli si parla ancora il dialetto puteolano degli anni ’50.

Ma non è solo nostalgia: l’idea è quella di creare tra i due club di calcio una sorta di gemellaggio-web! Per figli di immigrati, le radici non possono essere dimenticate, i legami sono indissolubili, e così la passione comune per il calcio, a Napoli forse ancora più autentica e viscerale, è diventata veicolo sociale.

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