Pubblicato il: 13 novembre 2018 alle 8:00 am

Halima, Svitlana, Agnieszka e le altre: storie di donne immigrate che Napoli ha saputo accogliere La scuola “Bovio-Coletta” promuove il “Progetto mamme” destinato a combattere, in un quartiere difficile, disagio familiare ed emarginazione. La docente: «Napoletane e straniere unite dalla stessa voglia di riscatto»

di Giuseppe Picciano.

Napoli, 13 Novembre 2018 – «Sono tunisina e ho 50 anni. Quando sono arrivata a Napoli 20 anni fa cercavo la libertà, volevo sfuggire mio padre e la sua educazione severa. Ero chiusa in casa e niente più. Arrivata in Italia ho incontrato tanta gente diversa, molto disponibile, ma anche approfittatrice ed ho faticato molto a stare in piedi…».

E’ l’incipit di una delle autobiografie con le quali alcune donne immigrate hanno deciso, non senza momenti di umana riluttanza, di raccontarsi e scrollarsi di dosso il peso di una vita infelice.

La lettera di Halima, scritta in un italiano comprensibilmente incerto, è pervasa da una potente voglia di riscatto dopo anni dolorosi, vissuti tra violenza e angherie. Chi l’ha conosciuta, la descrive come una donna forte e, nonostante la disintegrazione della sua famiglia, ancora capace di pensare a un futuro possibile. Halima è stata una delle protagoniste del “Progetto mamme” condotto da una decina d’anni dall’Istituto comprensivo “Bovio-Colletta” di via Carbonara, a Napoli.

Via Carbonara è nel centro storico, quartiere San Lorenzo, nobilissimo e dolente, dove convivono le radici millenarie della città e i disagi palpabili di un tessuto sociale depresso. In tale contesto è maturato il progetto della scuola diretta dalla lungimirante dirigente scolastica Annarita Quagliarella, che aveva la malcelata aspirazione di esaltare i valori della solidarietà e dell’inclusione attraverso l’incontro di mamme napoletane con quelle immigrate, a loro volta alle prese con il dramma dell’integrazione mai realmente compiuta.

Luci sempre accese. Solo grazie alla disponibilità di una scuola di frontiera, che per scelta vuole avere «le luci sempre accese», secondo una definizione cara alla preside Quagliarella, il “Progetto mamme” ha riscosso un successo per certi versi clamoroso. «Alla fine abbiamo contato decine di mamme nei nostri laboratori pomeridiani – racconta Daniela Sette, docente della Bovio-Colletta, animatrice dell’iniziativa – che non solo si sono aperte, ma hanno rivelato capacità intellettuali e manuali sorprendenti, che noi abbiamo volutamente sollecitato. Le loro creazioni artistiche ne sono una prova evidente».

Non è stato facile. La Sette vive la quotidianità di Via Carbonara da più di vent’anni, ha conosciuto centinaia di bambini e di genitori, ha condiviso le loro difficoltà e spesso i loro drammi. Ha vissuto l’esplosione del fenomeno migratorio. «Oggi la platea scolastica è formata dal 25 per cento da bambini stranieri, in maggioranza magrebini e dell’est europeo. Dalle conversazioni informali abbiamo percepito sia i disagi tipici di un quartiere popolare, come disoccupazione e malavita, sia, nel contempo, la richiesta di coinvolgimento in qualche attività che potesse essere gratificante e rompere il grigiore familiare».

Con spirito di sacrificio e abnegazione le docenti del Bovio-Colletta affrontano episodi di razzismo strisciante verso i bambini immigranti e di intolleranza verso quelle mamme che vengono da lontano, «rubano quel poco di lavoro che c’è e i mariti…» e promuovono un graduale percorso di conoscenza reciproca grazie al quale le donne di latitudini diverse, napoletane e migranti, scoprono in fondo di essere vittime degli stessi problemi esistenziali.

«E’ una iniziativa nella quale credo ciecamente – sottolinea Daniela Sette – perché sono prima di tutto donna e madre. Mi sono messa volentieri in gioco e a disposizione di quelle donne, che mi hanno arricchita. Durante i laboratori abbiamo sperimentato ogni genere di forma creativa: dai manufatti di vetro e di creta al disegno, dai costumi alla scrittura. E mentre si lavorava, emergevano i drammi umani, cresceva la solidarietà collettiva e soprattutto e si individuavano le possibili soluzioni. Come nel caso di Svitlana, una ragazza ucraina rimasta incinta e senza il conforto dei parenti. In pochi giorni il gruppo si mise al lavoro per realizzare il completino del nascituro: non lasciò mai sola Svitlana fino ad accompagnarla in sala parto».

Un quartiere difficile. In un quartiere come San Lorenzo si sa tutto e subito. Presto tante donne bussano alla porta della Bovio-Colletta e il gruppo della mamme in cerca di ascolto conta più di 30 persone. «Decidemmo di estendere il laboratorio di narrazione dei bambini alle donne per un’autobiografia – ricorda la docente – chi rifiutò, chi ci pensò a lungo, chi ne volle scrivere due. Ne abbiamo raccolte numerose e vorremmo pubblicarle in un libro. Come quella, toccante, di Agnieszka, giunta a Napoli 8 anni fa. «Subito mi sono messa al lavoro in una fabbrica e poi ho conosciuto un uomo arabo che mi ha corteggiato e fatto innamorare. Eravamo tanto, troppo diversi ma io lo amavo e ho avuto anche due figli con lui». Per pudore, Agnieszka sorvola sui fatti più dolorosi. La nascita dei figli determina la crisi con il marito, di per sé già violento, soprattutto sull’educazione religiosa da impartire ai figli. Per giunta, i due ragazzi sono tra quelli che spesso non vengono invitati alle festicciole dagli amici di scuola perché indesiderati. La donna non ha più retto, ha lasciato il marito ed è tornata in Polonia, ma nella sua biografia sottolinea con gioia di quando partecipava ai laboratori insieme alle altre donne «spinte dalla stessa voglia di raccontarsi i problemi e farsi quattro risate. Poi abbiamo fatto anche la beneficenza vendendo gli oggetti che avevamo costruito con le nostre mani».

Rabbia liberatoria. La scrittura è diventata il veicolo grazie al quale le donne hanno avuto un sussulto di amor proprio. «Credo nell’efficacia della lettura e della scrittura – aggiunge la Sette – penso che aver messo quelle donne da sole davanti a un foglio, senza sguardi indiscreti e condizionamenti di sorta, abbia fatto esplodere in loro tutta la rabbia liberatoria per un vissuto devastato dai soprusi».

La scuola con “le luci che non si spengono mai” non si ferma. Anzi, da quest’anno oltre alle consuete attività che si protraggono fino a sera offre, solo per la scuola d’infanzia, il servizio di accoglienza anticipato, che inizia alle 7,45. Qual è stato il destino di Halima? «Come ha scritto, ha saputo rimettersi in piedi – spiega Daniela Sette – sappiamo che ha lasciato il marito possessivo e opprimente, mentre i due figli, ormai maggiorenni, sono stati in dati in affido. Non li ha più incontrati. Crea prodotti di bigiotteria e li vende. Ogni tanto fa capolino da noi perché non ci ha dimenticato e noi continuiamo a portarla nel cuore come le tante Halima che incontriamo giorno dopo giorno».

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