Pubblicato il: 14 novembre 2018 alle 8:00 am

Minori stranieri non accompagnati, il risvolto più drammatico dell’immigrazione I bambini sono la parte invisibile e a rischio del fenomeno. I percorsi per l’integrazione hanno soprattutto in questi casi volti e progetti umani. Come l’affido familiare o l’accoglienza di comunità locali

di Anna Giuffrida.

Roma, 14 Novembre 2018 – Hanno, per lo più, tra i 15 e i 17 anni. Fuggono dal loro Paese, dalla povertà che li affama e da guerre che uccidono famiglie e futuro. Sono i minori stranieri non accompagnati, che in Italia arrivano con viaggi disperati e di speranza mescolati tra i migranti adulti. Un fenomeno all’interno di un fenomeno più grande, quello delle migrazioni, che coinvolge da sempre anche l’Italia. I numeri dell’ultimo Dossier Immigrazione parlano di una realtà che ha avuto il picco nel 2016, durante le primavere arabe, con oltre 25mila minori non accompagnati soccorsi in mare. Un numero che nel 2018 si è ridotto, con 13mila minori stranieri non accompagnati accolti, il 26% in meno dell’anno precedente. «L’Italia è storicamente un Paese di forte immigrazione anche minorile – spiega Leonardo Cavaliere, ricercatore universitario indipendente che da anni studia e segue il fenomeno dei “msna” sul suo sito. Una realtà che, dopo il primo riconoscimento di legge risalente alla ratifica nel 1991 della Convenzione Onu dei Diritti del Fanciullo, si è tradotta in legge nel 2017 con la Legge Zampa che in 22 articoli si propone di regolamentare l’accoglienza e la tutela di questi giovanissimi migranti. Del minore non accompagnato non se ne parla praticamente mai – afferma Cavaliere – è un fenomeno che ha delle specificità che il rifugiato adulto non ha, come anche le migrazioni femminili ne hanno. Ma ci si accorge del minore quando magari cade nella dimensione legale e diventa oggetto di cronaca».

Per capire la condizione di questi giovanissimi migranti che arrivano soli in un Paese straniero diventa utile conoscerne il passato, come la storia riportata da Leonardo Cavaliere sul suo blog di Feben e Lem Lem, due sorelle di 16 e 18 anni che fuggendo hanno attraversato il fiume Tezeke al confine con il Sudan. «Una volta in Sudan i trafficanti del posto ci hanno portate in Libia vicino a Bengasi e ci hanno rivendute per 1.700 dollari a testa agli altri trafficanti che organizzavano la traversata del mare per la quale abbiamo pagato 1.800 dollari ciascuna. Abbiamo aspettato un mese rinchiuse prima di imbarcarci, e poi in mare eravamo sospese tra la vita e la morte. Il motore del barcone si è rotto e tutti gridavano forte. Ci stringevamo, pregavamo, pensando a nostro fratello che è in Inghilterra. Vogliamo raggiungerlo, ma non sappiamo come fare. I nostri genitori sono in Eritrea, insieme ad un’altra sorella e ad un fratello, non abbiamo notizie di loro, non sappiamo se partiranno dopo di noi. Nessuno vuole lasciare il proprio Paese, non lo auguro a nessuno. Mi vergogno per averlo fatto e aver perso ogni dignità, ma voglio studiare, diventare un avvocato e difendere i diritti umani», come si legge nel racconto di Feben.

Di queste, legittime, ambizioni e del loro futuro il sistema di accoglienza italiano riesce a prendersi cura e tutelarle solo quando, dopo l’arrivo in Italia e nei centri di prima accoglienza, dove è prevista l’identificazione e una permanenza di massimo 30 giorni, si attivano processi di integrazione. Si parla allora di centri di seconda accoglienza, come i Centri di accoglienza strordinaria o gli Sprar, pensati per attivare percorsi scolastici e lavorativi indispensabili all’integrazione. Un passaggio che non sempre si realizza. «Nella maggior parte dei casi, visto che molti minori non accompagnati hanno intorno ai 17 anni e sono prossimi alla maggiore età, vengono tenuti nei centri di prima accoglienza fino alla maggiore età, e poi inizia per loro la pratica come maggiorenne. Questo anche perché accedere agli Sprar, ad esempio, è molto complicato per il numero limitato di posti – precisa Cavaliere – così il minore non accompagnato è completamente espulso dal sistema di accoglienza, che se fosse applicato sarebbe positivo, e si ritrova in una situazione di sostanziale illegalità». Una illegalità verso cui viene condotto quasi per mano, suo malgrado.

Una condizione che si affianca alla decisione di tanti minori, in transito verso altri Paesi europei per ricongiungersi con i familiari, di allontanarsi rimettendosi in viaggio lungo rotte via terra che nascondono pericoli e insidie. Una realtà a cui si associano spesso i numeri sui minori non accompagnati diventati irreperibili, che al 30 settembre di quest’anno risultano essere oltre 5mila (Fonte: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). «Quando provi a parlare con i ragazzi e cerchi di spiegargli che c’è una procedura che gli dà la possibilità di essere trasferito, quelli che ascoltano sono pochi. Spesso si fidano dell’amico con cui hanno condiviso la Libia, il viaggio o parte del progetto migratorio – spiega Leonardo Cavaliere – un ruolo importante in questo caso ce l’hanno i tutori, che diventano una figura importante che può aiutare il minore ad arrivare dal parente in Europa, senza rischiare di morire sotto un treno o finire in mezzo a reti criminali».

L’integrazione nasce, soprattutto per i minori stranieri non accompagnati, con rapporti umani basati sulla fiducia e sulla preparazione di chi li deve aiutare. Vale per la figura del tutore e per i casi di affido familare, a cui possono accedere persone comuni ma fornite di necessaria preparazione. L’affido familiare, in particolare, diventa una valida alternativa al centro di accoglienza, e la legge offre questa possibilità tanto a coppie che a single, tanto a giovani che a meno giovani. Sono vari i progetti che raccolgono adesioni da chi vuole accedere all’affido familiare, come la Caritas o il progetto Bambini in Alto Mare dell’associazione Amici dei Bambini. Una realtà però che può essere avviata solo quando gli enti locali si sono attivati per “la sensibilizzazione e la formazione degli affidatari”, come recita la legge Zampa. E la buona volontà dei singoli spesso deve sottostare ai tempi degli enti locali.

Una umanità, capace di compensare le carenze nel processo di integrazione, che diventa efficace anche quando il minore viene accolto nelle comunità locali. Lo spiega Leonardo Cavaliere: «Il ruolo delle comunità locali è importante. Se si va a vedere, i casi positivi di accoglienza e integrazione sono quelli in cui i minori hanno conosciuto delle realtà positive che li hanno aiutati, anche un po’ spinti a fare qualcosa che può essere fare il cuoco, il sarto, oppure studiare, diventare fotografi. Secondo le loro aspirazioni. Ci sono poi comunità che promuovono proprio le inclinazioni dei ragazzi e non li abbandonano, e cercano di sostituirsi allo Sprar. E lo fanno perché lo vogliono fare loro». Libere iniziative di umanità, dove l’integrazione è voluta e cercata dagli stessi italiani. Anche perché «l’integrazione è un antidoto alla stessa xenofobia», come ricorda Cavaliere. (Di Feben e Lem Lem ne parla la prima volta, nel 2015, l’organizzazione Save the Children, alla vigilia della Giornata Mondiale del Rifugiato).

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