Pubblicato il: 19 novembre 2018 alle 7:00 am

Beni confiscati, un tesoro inestimabile di legalità da conquistare e difendere Sono lo strumento di contrasto alla criminalità organizzata più efficace e più temuto dai clan. Luoghi che, se ben riutilizzati, diventano spazi di riscatto e di memoria. Quali sono i rischi di una vendita all’asta dei beni? Legacoop: «L’importante è la finalità»

di Anna Giuffrida.

Roma, 19 Novembre 2018 – In Calabria, a Lamezia Terme, c’è un palazzo confiscato al clan dei Torcasio dove adesso si fa attività di inclusione per persone emarginate. A Cassino, nei locali in pieno centro cittadino, confiscati alla criminalità organizzata, c’è da alcuni anni un ristorante che mette in tavola piatti realizzati con prodotti legali, raccolti nelle terre confiscate al boss Raffaele Cutolo. A Coazze, in provincia di Torino, lo scorso luglio è stato assegnato al Comune un appartamento confiscato alla camorra, e lì saranno ospitate persone in difficoltà e donne vittime di violenza.

Da Nord a Sud sono migliaia i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Una mappa italiana del patrimonio delle mafie che, grazie all’intervento della legge Rognoni-La Torre nel 1982, può essere sottratto dallo Stato ai clan e restituito alla comunità attraverso il “riutilizzo sociale del bene”. Una bonifica che avviene con l’assegnazione del bene confiscato, a cui deve seguire una corretta gestione che dia una seconda vita a quell’immobile fornendo servizi alla collettività, e in alcuni casi riuscendo anche a dare lavoro a soggetti svantaggiati. Come avviene nell’esperienza delle cooperative impegnate nella gestione dei beni confiscati. «La nostra esperienza di gestione è positiva nelle finalità – spiega Marta Battioni, referente Legacoop Sociale per i beni confiscati – questo sia per il raggiungimento dello scopo di riutilizzo, ma anche perché la cooperativa crea lavoro facendo inserimento sociale di soggetti svantaggiati. Certo poi ci sono anche ostacoli economici nella riqualificazione del bene. In questo caso esistono degli incentivi per ristrutturare e il resto ricade comunque sul gestore del bene».

Immobili danneggiati.

Sono tanti infatti i beni immobili sequestrati che arrivano al giorno della confisca definitiva danneggiati, a volte da anni di abbandono esposti alle intemperie del tempo e della natura in altri casi perché oggetto di atti vandalici, spesso ad opera degli stessi ex proprietari. «Ci sono beni, come le Terre di Don Peppe Diana, che hanno subito durante la gestione atti vandalici come il taglio dell’impianto di irrigazione, la manomissione della recinzione. Tutta una serie di atti che hanno messo in difficoltà gravissima la cooperativa, che ha dovuto più volte ripristinare tutto», racconta Marta Battioni. Ci sono anche confische andate a buon fine nonostante i danneggiamenti precedenti all’avvio della gestione del bene confiscato. E’ un esempio Casa Chiaravalle, il bene confiscato più grande della Lombardia, sequestrata nel 2009 e confiscata nel 2012. «La villa dopo essere stata assegnata è rimasta inattiva per diversi anni. Oltre il degrado che interviene nel perdurare della non occupazione, lì c’erano stati dopo la confisca anche gravi atti vandalici messi in atto dai vecchi proprietari – dice Marta Battioni – adesso però ha trovato una nuova vita e ha una finalità più specifica rispetto a quella di prima».

Beni, simbolo del potere del clan, che gli ex titolari cercano sempre di distruggere per impedirne quantomeno il riutilizzo. Beni immobili di enorme valore che, anche per questi vincoli culturali mafiosi, spesso non riescono ad essere assegnati.

Un patrimonio che la legge, finora, prevede vada assegnato agli enti locali, ad associazioni o a cooperative, come nel caso accennato in precedenza di Legacoop. Recentemente il decreto legge n.113 dello scorso 4 ottobre, noto come Decreto Sicurezza, ha introdotto alcune modifiche al Codice Antimafia prevedendo che il bene immobile confiscato e non ancora assegnato venga venduto anche a privati, al migliore offerente. «La vendita era presente anche nel testo precedente, ma come extrema ratio e a condizioni molto più stringenti, escludendo inoltre i privati», spiega Stefania Pellegrini, professore Associato presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna e alla guida del Master in “Gestione e riutilizzo di beni e aziende confiscati alle mafie, Pio La Torre”.

I problemi per l’assegnazione.

La mancata assegnazione è dovuta anche al contesto in cui sorgono questi beni e alla mancanza di mezzi per acquisirli. Condizioni che fanno sorgere dubbi concreti sulla praticabilità della vendita a privati dei beni confiscati. Come chiarisce la professoressa Pellegrini: «In determinati contesti, particolarmente aggrediti dalla criminalità organizzata dove il bene identifica il potere del boss, i beni non vengono richiesti per un timore reverenziale. Richiedere un bene che è appartenuto ad una grande famiglia è un atto di lesa maestà e nessuno ne vuole entrare in possesso. Ci sono altri contesti, invece, in cui l’ente locale non richiede il bene perché non sa nemmeno di averlo sul proprio territorio. Questo perché c’è una carenza di comunicazione tra enti, nonostante esista una mappatura dei beni confiscati. Inoltre va considerato anche che negli ultimi anni gli enti locali sono in forte crisi economica e non hanno i finanziamenti per fare le ristrutturazioni che gli immobili richiedono».

Finanziamenti che mancano nonostante l’esistenza del Fondo Unico Giustizia, che al 31 dicembre 2017 ammontava a quasi 4 milioni 800mila euro (precisamente 4.729.269.302 di euro, Fonte: Ministero della Giustizia). Un Fondo interministeriale che cresce ogni giorno ad ogni confisca di beni mobili, conti corrente o vetture vendute, e che potrebbe sostenere la gestione di questi immobili ma che è “praticamente inutilizzato per i beni confiscati”, come chiosa la professoressa.

Quello che sembra mancare, oltre ai fondi, è la volontà di incentivare l’assegnazione dei beni confiscati, aumentando la trasparenza dei procedimenti di confisca e assegnazione e facilitando la partecipazione, anche delle comunità locali, al processo di trasformazione di questi fortini delle mafie in luoghi di memoria e legalità.

Cadute nel vuoto, ad esempio, le richieste di alcuni testimoni di giustizia che chiedevano di poter avere in gestione un bene confiscato. Un caso di assegnazione a privati che non rientra nella modifica introdotta dal Decreto Sicurezza. «Non è mai stata considerata a livello di proposta, che io sappia – conferma Stefania Pellegrini – il problema è che se il testimone di giustizia partecipa all’asta da privato deve avere la capacità economica per ottenere il bene. In ogni caso la vendita a privati crea sicuramente dei problemi, perché i privati che verosimilmente possono e vogliono acquistare il bene sarebbero dei prestanome per conto del boss. E quel bene tornerebbe così, in un modo o nell’altro, agli ex proprietari».

La finalità del riutilizzo sociale può combaciare con la vendita di questi patrimoni mafiosi a privati? «Chi approva la vendita dice che il bene va a un privato, ma il ricavato della vendita sono soldi pubblici. Ma dove vanno quei soldi? – sottolinea la professoressa Pellegrini, che da tempo studia il fenomeno –in realtà vanno nel Fondo Unico Giustizia, ma la tracciabilità di questi soldi non c’è e questo Fondo non si può utilizzare».

La roba del clan.

Questi beni rappresentano la vera sfida contro la criminalità organizzata, perché aggrediscono la “roba” dei clan attraverso la quale ostentano il potere. Sono strumento di ricostruzione della legalità, il più temuto dai clan, per certi versi più di una condanna al carcere duro in regime di 41bis. Per questo vanno incoraggiati e sostenuti i progetti che, facendo ripartire aziende malate di mafia o portando servizi socialmente utili tra le pareti di ville acquistate con proventi illeciti, diffondono il messaggio che la criminalità organizzata si può estirpare. E per farlo basta intanto ripartire dagli strumenti esistenti, superando così le attuali criticità. «Occorre intervenire velocizzando e semplificando le procedure di assegnazione, e stanziare i fondi necessari. Perché i fondi ci sono», ribadisce la professoressa Pellegrini.

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