Pubblicato il: 22 novembre 2018 alle 7:00 am

C’era una volta… L’Europa unita da fiabe e favole Il concetto di Unione europea, che sta vivendo un momento di grande crisi, riscopre un elemento in comune: le fiabe e le favole

di Danilo Gervaso.

Bruxelles, 22 Novembre 2018 – L’Europa sta vivendo la crisi più acuta dopo la II Guerra mondiale: economica, politica, istituzionale, sia per eccesso di austerità, sia per difetto di integrazione politica e devoluzione di poteri, assediata dal terrorismo e lontana dall’opinione pubblica. Lo status dell’Unione europea – e quindi la sua identità – rimane precario, anche in relazione ai nazionalismi e ai particolarismi, come i recenti casi di Brexit e Catalogna.

Ma gli Stati nazione esistevano prima dell’Unione europea, e fin dal primo Medioevo tutti i processi politici e culturali in Europa sono stati interrelati. La storia condivisa nel corso dei secoli ha permesso la nascita di una comunità rafforzata da una notevole unità culturale, una radice comune, cioè la sintesi della cultura mediterranea greco-romana e la cultura continentale germanico-slava. Come catalizzatore di questa sintesi, il cristianesimo.

Un altro elemento in comune tra gli Stati europei è stata la favola, e la fiaba: la fiaba classica di origine popolare è un racconto caratterizzato da elementi fantastici, ha solitamente come protagonisti gli esseri umani, a differenza della favola, dove invece i personaggi principali sono animali che incarnano i vizi e i difetti degli uomini.

Nel mondo fiabesco accadono avvenimenti straordinari, inseriti però in realtà consuete e conosciute, come animali ed oggetti che prendono vita e parlano, oppure uomini che comprendono la lingua degli animali, e così via. E straordinari sono anche molti personaggi, come maghi, fate, streghe, orchi, draghi, gnomi, folletti, che spesso hanno caratteristiche umane e bestiali.

Nelle fiabe non mancano altri aspetti fantastici e prodigiosi, come formule e doni magici, che permettono all’eroe di superare le prove più dure e più ardue del suo viaggio esistenziale (la scodella, la scarpina, la bacchetta, la lampada, l’anello…).

Ma in tutta Europa, alla fine del Seicento, le fiabe diventano genere di letteratura di moda tra gli adulti nelle corti reali, e così un genere pensato per i piccoli diventa, anche grazie a Basile e Perrault, un genere alla moda tra gli adulti. Ci penseranno i fratelli Grimm a reinserire l’elemento pedagogico: l’educazione impartita dalle loro fiabe, adatta non solo per i bambini, andava dritta al punto e senza fronzoli come probabilmente era lo stile educativo dei genitori sette-ottocenteschi.

La fiaba è dunque un libro “totale”, infinito, comprensivo di tutti i destini e le storie europee, una immensa enciclopedia del narrabile, dove ogni cittadino italiano, slavo, tedesco, spagnolo, riconosce qualcosa di familiare, di vissuto.

Uno di questi racconti è Il gatto con gli stivali. Il gatto, forse proprio utilizzando le magiche calzature, supera i confini: le prime tracce sono state trovate in Italia, poi la storia è passata in Francia e in Germania. I dettagli variavano, ma sostanzialmente rimanevano gli stessi: così tante fiabe andavano di paese in paese.

Conoscete la storia? Il terzo figlio di un mugnaio non riceve importanti eredità, ma il suo gatto, con l’astuzia, rende il suo povero proprietario ricco e nobile, arrivando a fargli sposare nientemeno che la figlia del re!

In Francia, la storia è stata pubblicata al tempo di Luigi XIV, scritta dal famoso narratore Charles Perrault. Ma prima ne avevano scritto in Italia, in particolare Giambattista Basile nel racconto Cagliuso della sua opera Lo cunto de li cunti: naturalmente, i nomi dei personaggi e i dettagli della storia variavano, ma il nucleo della storia era lo stesso. Dalla Francia la fiaba è arrivata ai fratelli Grimm. Perché i due scrittori- o meglio raccontatori- di fiabe della Germania, Jacob e Wilhelm, avevano ascoltato la storia del Gatto in una casa di amici in Svizzera, raccontata da un prete francese. Ma altre fiabe francesi le avevano apprese da Dorothea Viehmann, una donna del mercato di Hesse, che aveva antenati francesi.

Ma naturalmente la corsa del magico felino attraverso l’Europa non è finita: un adattamento inglese del Gatto con gli stivali fu pubblicato con grande successo, perfino il pittore francese Gustave Doré se ne ispirò per creare una famosa incisione e infine Walt Disney, che ne fece un cartone animato nel 1922.

Non solo la fiaba del Gatto con gli stivali, ma anche molte altre fiabe, come le mitologie, vagavano da un paese all’altro e ogni volta cambiavano un po’ di più. Solo l’inizio delle storie rimase sempre lo stesso: C’era una volta, Il était une fois, Once upon a time… Come le canzoni tradizionali, le fiabe fanno parte della cultura popolare e fondamentalmente orale: la nonna le racconta ai suoi nipoti.

Ma anche se fossero state solo trasmesse oralmente, niente avrebbe comunque impedito la loro diffusione, perché sono lo specchio della vita, allora come adesso: ci portano improvvisamente in un mondo in cui il caos, l’ingiustizia o il desiderio prevalgono all’inizio. Ma alla fine, grazie a una forza maggiore e dopo una serie di prove, viene ripristinato l’ordine.

Certo, l’Europa non è la sola ad avere questa tradizione di fiabe, ne esistono in tutto il mondo. L’Europa le ha importate, riadattate, è diventata terreno fertile per molti racconti, ne ha fatto un suo patrimonio prezioso, offrendo non solo materiale per la letteratura, ma anche per opere teatrali, film, opere e persino balletti, dipinti e fumetti. In fondo aspettiamo tutti qualcuno che ci salvi, un mago, una fata, un folletto o un abile Gatto che lavori per noi, che ci garantisca la giusta ricompensa ai torti subìti, e lasci tutti a bocca aperta “come una primavera – scrivevano i Grimm – che irrompe nel grigio dell’inverno come proveniente da molto lontano”.

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