Pubblicato il: 24 novembre 2018 alle 8:00 am

Nella stanza dell’inquietudine. Il processo di Kafka Uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi sotto la nostra lente

di Caterina Slovak.

Roma, 24 Novembre 2018 – Quali sono i libri da leggere assolutamente? Quelli che ci cambiano? Ne abbiamo parlato diverse volte, ma è sempre difficile dare una risposta univoca. Ognuno ha i suoi gusti, le sue tematiche preferite.

Poi un giorno capita di prendere per caso un libro che non conosciamo, guardiamo la copertina, sfogliamo velocemente le pagine quasi per pesarle, valutarle, e facciamo una scommessa con no stessi, quella di affrontare un testo sconosciuto che non è tra i nostri soliti, forse perché di recente abbiamo letto il nome dell’autore, forse perché avremmo sempre voluto saperne di più ma non era il momento, e forse ancora perché costa pochissimo. E così acquistiamo Il processo, del gigante Franz Kafka, incompreso dai suoi contemporanei ma adorato dopo la morte da milioni di lettori (e di scrittori). Nel Processo ci conduce in una letteratura dell’inquietudine che non ha precedenti nella storia, entriamo nella stanza di Josef K., il protagonista, ed è come l’inizio di un incubo.

La lettura del romanzo intriga fin dall’inizio, vogliamo sapere, e in fretta.

Giovane procuratore di banca, Josef K. vive a Praga in una stanza in affitto. Nel giorno del suo trentesimo compleanno alla sua porta bussano due sconosciuti: lo informano che è stato emesso un mandato di arresto a suo carico, e che si terrà un processo. K. non capisce quali siano le reali imputazioni nei suoi confronti, e quindi non può fare altro che protestare affermando la propria innocenza.

Si reca nel luogo indicato per il processo, il solaio di un vecchio e squallido condominioinun quartiere popolare di Praga. Il condominio è un labirinto, Josef si perde di continuo, ma arriva infine al solaio: il giudice e il pubblico sembrano subito ostili, e K.  Cerca di difendersi spiegando la stranezza della cosa, i due uomini e la convocazione, ma ancora non sa di cosa è accusato.

Il racconto è un susseguirsi di situazioni inconcepibili e a tratti farsesche: il solaio-aula di tribunale improvvisamente vuoto, personaggi sempre ostili nei suoi confronti, avvocati impotenti davanti alla macchina della burocrazia, i due funzionari che gli avevano notificato l’arresto improvvisamente malmenati e feriti, in un crescendo di assurdità ed inquietudine, una vicenda paradossale che sembra non avere soluzioni. E un’accusa sempre ignota.

E noi lettori che, pagina dopo pagina, ci sentiamo come Josef, asfissiati, increduli, soffocati come presi da un attacco di claustrofobia.

La conclusione la sveliamo, almeno quella che è la conclusione logica di una vicenda assurda: Josef è condannato a morte e, condotto fuori città, viene pugnalato due volte al cuore; il suo ultimo grido è: “Come un cane!”.

Molte sono le chiavi di lettura del romanzo: il tema principale dell’opera, come indica il titolo stesso, è quello della Giustizia, intesa sia come insieme di leggi e norme che regolano la vita degli uomini, sia, in senso metafisico, come ordine superiore che governa il mondo e le cose. Per Kafka (che chiaramente descrive se stesso nel protagonista, come avviene anche per il K. del Castello e il Gregor Samsa della Metamorfosi) la tragedia dell’uomo moderno è che quest’ordine è ignoto ed inconoscibile: K., nonostante goda di un evidente vantaggio intellettuale sui giudici e sui meschini funzionari della corte, non può fare nulla per sostenere le proprie ragioni, né verrà mai a capo dei veri capi d’accusa che pendono sopra la sua testa. Ma, leggendo il romanzo da un punto di vista freudiano, Kafka esprime anche l’angoscia e la consapevolezza di “essere perseguiti e puniti per una colpa non commessa, ignorata, che il tribunale non ci rivelerà mai” poiché è un ebreo che non osserva le norme religiose, anzi, ha un rapporto conflittuale con il mondo ebraico e con il proprio retroterra familiare. Si sente in colpa verso suo padre per non essere stato un buon figlio, ma lo ritiene responsabile delle sue inquietudini e dei suoi turbamenti da adulto.

Infine, possono lo stile, il pensiero e le tematiche affrontate da un autore avere un’influenza così grande da creare un neologismo? La risposta è sì ed è ciò che è accaduto con questo romanzo, e con questo autore.

Il termine “Kafkiano” e l’espressione “Situazione Kafkiana” sono due modi di dire abbastanza ricorrenti e che hanno un significato ben preciso. Entrambi significano assurdo, ma soprattutto paradossale; viene infatti spesso utilizzato per descrivere la strana sensazione di avere le spalle al muro, di non trovare i propri punti di riferimento, di non riconoscere la realtà circostante, in quando cambiata in modo surreale, dove tutto sembra funzionare al contrario rispetto a prima. E di conseguenza, una “Situazione Kafkiana” è una situazione paradossale, caratterizzata da un senso forte di estraniazione e di alienazione nei confronti di tutto ciò che si vede, sente e vive.

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